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Alla scoperta del "Collettivo" che cerca la verità sul caso Moro. Emergono nuovi importanti elementi prima sfuggiti

Alla scoperta del Collettivo che cerca la verità sul caso Moro. Emergono nuovi importanti elementi prima sfuggiti
 

Intervista a Franco Martines, membro del "Collettivo Sedicimarzo", che da alcuni anni indaga sul rapimento e uccisione di Aldo Moro. Le loro ricerche sono tutte pubblicate su un sito internet

Notizia presa dal sito www.Lantidiplomatico.it visita www.Lantidiplomatico.it

 
 di Michele Metta 
 


Ho avuto modo di conoscere una realtà che mi ha colpito in maniera estremamente favorevole. Sto parlando del Collettivo Sedicidimarzo, il quale, come intuibile dal nome, è un gruppo di individui che hanno deciso, nobilmente, di mettere a disposizione le proprie abilità, le proprie conoscenze, il proprio tempo, alla ricerca della verità sia sul rapimento di Aldo Moro, allo straziante costo dello sterminio della sua scorta, il 16 marzo del 1978, sia sulla uccisione di Moro, sopraggiunta il maggio successivo. Ho, qui con me, Franco Martines, che farà da portavoce del gruppo.

 
- Franco, grazie per aver accettato questa intervista. Partirei proprio dal chiederti, per favore, come nasce il vostro gruppo, da chi è composto, e come mai avete deciso di darvi la struttura di Collettivo, forma che ha il sapore – lo dico in positivo – di altri tempi, dato che Collettivo era la maniera aggregativa della Sinistra degli anni Settanta.
 
Michele, grazie a te. Be’, è stata, la nostra, una lunga gestazione. Ci incontrammo – il passato remoto è d’obbligo – ormai agli inizi del 2014, o forse alcuni mesi prima, sul forum del sito di Manlio Castronuovo, che prendeva il nome dall’omonimo suo libro, da noi tutti letto e apprezzato: vuotoaperdere.org. Abbiamo iniziato lì a porci domande e a cercare, reciprocamente, risposte. È venuta poi da sé, dopo un annetto, l’esigenza di avere uno “spazio” nostro e più privato, creando noi pure un sito web e, successivamente, pure una pagina Facebook, al nostro sito collegata.
Venendo, invece, al chi siamo, rispondo che, accanto a me, ormai architetto e insegnante in pensione in quel di Tivoli, dato che sono del ’51 e, quindi, ahimè, il decano del gruppo, abbiamo: Alberto Gentilini, che è un ingegnere cinquantunenne di Cagliari; Andrea Guidi, che di anni ne ha 53, è di Roma, ma vive ad Imperia, dove fa il notaio; Domenico D’Avanzo, 49 anni, di Avella, dove esercita la professione di biologo; Francesco Velocci, poco più che trentenne, anche lui di Roma, ma che vive e fa il consulente di marketing in America, nel Missouri. Questo, insomma, è il nostro quintetto che, come hai giustamente sottolineato, ha voluto effettivamente richiamarsi, nel nome, alle strutture aggregative di quegli anni.
 

- Sono rimasto davvero ammirato dalla qualità del vostro lavoro. Adottando il metodo della analisi meticolosa e puntuale della mole documentale accumulatasi negli anni sul Caso Moro, siete riusciti a scoprire elementi importantissimi, prima sfuggiti. Mi riferisco, ad esempio, a quanto avete messo in rilievo circa l’agente Di Leva presente in via Fani. Ce ne vuoi parlare?
 
Sì, certo. Quella fu una ricerca iniziata appunto su Vuoto a Perdere, e poi proseguita e conclusa una volta creato il nostro Collettivo. In pratica, ci siamo accorti di parecchie stranezze ed incongruenze relative alle vicende di questo signore. Il che, ovviamente, non significava nulla di per sé, ma ci sembrava opportuno che venisse approfondita la sua posizione. In breve, ci siamo resi conto che lui, pur presente negli istanti dopo la strage, in 40 anni non era mai stato sentito da nessuno; e questo, malgrado il fatto che Imposimato, già nel ’78, interrogando altri, avesse chiesto di lui. Inoltre, il verbale firmato dal Di Leva, presentava una serie di inesattezze, come se il suo redattore non fosse stato realmente presente sui luoghi, ma lo avesse compilato basandosi su racconti altrui. Nei faldoni, abbiamo a quel punto rintracciato una seconda copia dello stesso verbale. Seconda copia con una firma palesemente diversa. A quel punto, approfondiamo, e ci accorgiamo pure che gli era stato attribuito un premio in denaro, per lo spirito di iniziativa dimostrato in via Fani appena un mese dopo i fatti. Una cosa, questa, che avrebbe dovuto, di norma, accendere i riflettori su Di Leva. E invece, niente: non un magistrato ebbe a convocarlo. Infine, ancor di più approfondendo, ecco capitare sotto i nostri occhi un trafiletto de La Stampa. Trafiletto da cui risultava che il Di Leva era stato arrestato nel 1980 per gravi atti contro la persona!
Ovvio che, a quel punto, abbiamo ritenuto doveroso inviare un nostro documento riepilogativo e dettagliato di tali nostre scoperte all’on. Gero Grassi, affinché lo trasmettesse alla Commissione Moro.
Dopo alcuni mesi dalla presentazione del nostro documento, ecco il Di Leva finalmente audito formalmente in Commissione. Audizione, a dire il vero, un po’ kafkiana, e dove il Di Leva fece a suo modo uno show, come chiunque si può rendere conto andando ad ascoltare l’audio di tale audizione, disponibile sul nostro sito. Audizione dove, comunque, tutto quanto avevamo ipotizzato deducendolo dalle carte, fu dal Di Leva confermato: il verbale, effettivamente, non l’aveva fatto lui; una delle due firme era falsa; era stato effettivamente arrestato. Comunque, sia 40 anni fa che adesso, ha testardamente mantenuto un punto che sembra inverosimile; sostiene di aver visto al suo arrivo l’ultima auto dei brigatisti in fuga ma, come dicevo, la cosa è inverosimile! A meno che, ma risulta un po’ difficile come ipotesi, non sia errato, viceversa, tutto il quadro testimoniale altrui! Resta la curiosità di capire, ma la Commissione, purtroppo, non glielo ha chiesto, come mai Imposimato, che aveva mostrato intenzione di convocare il Di Leva, alla fine non l’abbia più convocato. Data la recente morte di Imposimato, è qualcosa che non sapremo più.
 

- Eccellente lavoro, il vostro, anche sulle incongruenze circa il proiettile che fora il parabrezza dell’auto su cui viaggiava Moro al momento del suo sequestro. Che anomalie avete riscontrato?
 
Sì. Anche qui abbiamo fatto una segnalazione e, per la verità, ci auguriamo prima o poi giunga, direttamente o indirettamente, una risposta al quesito. In pratica, la Polizia Scientifica di oggi ha fatto una nuova ricostruzione della dinamica, ipotizzando che il tiro sia iniziato con la 130 ancora in movimento, perché la traiettoria del foro sul parabrezza – così come da loro ipotizzata sulla base di un impatto rilevato all’interno – non era compatibile, a differenza degli altri colpi, con la posizione dell’auto nella fase di arresto in cui fu ritrovata. Bene, c’è però un piccolo problema: andando a rileggere i rilievi della Polizia Scientifica dell’epoca, si scopre che, in base alle caratteristiche dell’impatto sul vetro – tieni presente che nella faccia di fuoriuscita i margini sono sempre slabbrati, in quella di entrata sono sempre più netti – si valutò, all’epoca, che il proiettile fosse penetrato dall’interno del parabrezza e uscito dalla faccia esterna. Insomma: in verso opposto a quello ipotizzato oggi. Solo che, se si rivelasse esatta la versione del 1978, questo significa inevitabilmente che non è più dimostrato che l’auto, all’inizio della sparatoria, fosse ancora in movimento!
E allora? Chi ha ragione e chi ha sbagliato? Non vorremmo, visto che la Scientifica di oggi non fa cenno alla vecchia Relazione, che si sia dato oggi frettolosamente per scontato, senza andare ad esaminare le caratteristiche del foro sul parabrezza, che anche quel colpo, come tutti gli altri, fosse di entrata. Intendiamoci: non voglio certo dire che qualcuno all’interno della 130 abbia esploso un colpo verso il parabrezza; si tratterebbe ovviamente di un colpo sempre esploso dall’esterno a destra dell’auto, direzione obliqua, e però con verso dietro-avanti, che penetra nell’abitacolo e impatta il parabrezza dall’interno, uscendone.
Certo potrebbe pure essere tutto originato da un refuso di chi batté a macchina la relazione e poi sfuggito alla revisione. Però, onestamente, le foto che abbiamo a disposizione sembrerebbero confermare quanto fu detto nella relazione del ’78, e solo un esame diretto da parte di un esperto, di un Perito, potrebbe risolvere la questione.
 

- C’è poi la storia della targa della famosa Renault rossa.
 
È una delle tantissime stranezze del Caso Moro. La targa applicata sulla R4 rossa, corrispondeva a quella di un’auto di una Società con sede a Roma, la ATI, che ne trasferì la proprietà ad una di Napoli. Poiché, all’epoca, le targhe riportavano la sigla della provincia di residenza del proprietario, l’auto fu obbligatoriamente ritargata. La stranezza è, quindi, che quella targa originaria, in realtà, doveva essere distrutta. E allora, ci siamo domandati, e abbiamo domandato, se la targa ritrovata sulla R4 in via Caetani fosse semplicemente contraffatta, o se si trattasse proprio di quella targa che – ipotesi ancora più inquietante – invece che distrutta, sarebbe finita, non si sa come, in mano ai brigatisti. Tra i documenti pubblicati da noi, c’è la dichiarazione dell’impiegato della Motorizzazione di Napoli. Ricordo, per la cronaca, che la targa che si vede oggi nelle foto recenti, è un fac-simile. Quella a suo tempo rinvenuta sull’auto, dovrebbe essere archiviata da qualche parte come corpo di reato.
 

- Nelle maglie della vostra acuta investigazione, è incappata anche la palazzina al civico 117 di via Stresa.
 
Certo. Lì, lo stimolo che ci ha mossi è stato l’ascolto dell’audizione, presso la Commissione d’Inchiesta, del Generale Inzerilli. Audizione nella quale Grassi gli faceva presente, desumendolo da elenchi del telefono degli anni ’70, che il colonnello Guglielmi aveva abitato nella famosa palazzina a 150 metri dall’incrocio maledetto. Dato che tutta la palazzina era abitata da alti gradi militari e dei Servizi, e non risultava accatastata, siamo andati alla ricerca di qualche ulteriore riscontro.
E allora, come abbiamo documentato in un articolo sul sito, le nostre ricerche ci hanno fatto imbattere in una conferma importante. Sono due lettere, pubblicate dalla rivista Demanio Militare. Lettere da cui si evince che effettivamente quella palazzina era del Demanio Militare, e che era, e forse è tutt’ora, uso dello stesso Demanio non accatastare le sue proprietà. A quel punto, abbiamo pure noi messo sul nostro sito tali lettere. Inoltre, grazie alla cortesia dello storico Giacomo Pacini, che nuovamente ringrazio, abbiamo anche messo in rete un documento che dimostra che Guglielmi era un habitué dei Servizi fin dai tempi del SIFAR, e poi ufficialmente in pausa dal ’74 fino a riprendere questa attività giusto nel giugno o luglio 1978. Certo: ci sarà chi obietta che sono solo coincidenze, ma quando, in una vicenda, di cosiddette coincidenze se ne accumulano così tante, forse dovremmo smetterla di chiamarle coincidenze.
 

- Tornando agli spari in via Fani, avete svolto una controanalisi sui bossoli. Ce la puoi descrivere?
 
Difficile sintetizzare in poche parole. Ci provo. Il Perito dell’epoca non riuscì – lungo adesso spiegare perché – ad accoppiare tutti i
93 bossoli che furono rinvenuti con la loro posizione a terra. Ben 10 rimasero senza localizzazione precisa, con un riferimento generico: cad. La Polizia Scientifica di oggi, nella sua relazione alla Commissione, non ha fatto progressi in questo, perpetuando, quindi, queste indeterminatezze e, soprattutto, incorrendo in quelli che, a noi, sembrano evidenti errori di attribuzione dei bossoli alle armi. Quel che occorreva fare, invece, era confrontare con la dovuta pazienza le foto di ogni singolo bossolo con la corrispondente descrizione fatta nella relazione dei rilievi tecnici del 16 marzo 1978.
Noi, questa pazienza l’abbiamo avuta, e abbiamo costruito una nuova piantina, con la distribuzione dei bossoli a terra, e distinguendoli per colore in base alle armi attribuite. Un lavoro che ha permesso l’emergere, appunto, di alcuni dati molto diversi da quelli viziati dagli errori accumulatisi in tutti questi anni. In particolare, sulla pistola Smith&Wesson. Tale arma, nella distribuzione e attribuzione da noi compiuta, sembra proprio suggerire una dinamica più complessa, con almeno un quinto sparatore in contemporanea ai quattro noti e riconosciuti. Anzi, lasciami sinceramente dire che, in base a quanto abbiamo determinato, viene da pensare che alcuni degli inceppamenti di armi raccontati dai Bierre siano in realtà serviti ad occultare la presenza di uno o più sparatori aggiuntivi, che agirono in contemporanea agli altri. Anche perché quegli asseriti problemi alle loro armi stonano non poco con la fin troppo incredibile fortuna che, secondo quanto da loro stessi affermato, avevano avuto fino a quel momento. Infatti – così dicono loro – ad incepparsi sarebbero state tutte, e sottolineo tutte, le loro machine-pistole!
Ma torniamo alla Smith&Wesson: approfondendo il nostro lavoro, ci siamo a quel punto accorti che, chissà perché, c’erano due bossoli di tale arma che, dalla Polizia Scientifica del 2015, erano stati tagliati fuori dalla scena. Ci mettiamo allora a ricontare e riverificare e, con un po’ di sconcerto, scopriamo che, comunque, di bossoli ne erano stati raffigurati 93: il numero giusto, insomma. Come poteva essere? La spiegazione è che erano stati raffigurati e conteggiati tra i bossoli due reperti ben diversi: un proiettile e un frammento di proiettile in vicinanza dell’Alfetta!
 

- Più in generale, avete smontato alcune perizie scientifiche riguardanti la balistica di via Fani.
 
Oddio, “smontato” è una parola grossa, davvero grossa. Diciamo che abbiamo notato e rilevato delle criticità mai emerse prima. Quanto debbano pesare queste criticità nell’economia generale delle valutazioni conclusive nelle Perizie balistiche che si succedettero negli anni a partire dal ’78, lo dovrebbero dire altri. Ed infatti, proprio per questo, le avevamo segnalate alla Commissione, sinceramente sperando che venissero valutate. Speranza che si è rivelata errata, perché, invece, il nostro lavoro, per quanto ci è stato dato di capire, non è stato esaminato. Come mai? Forse, una sottovalutazione di quel che avevamo ricostruito? Sinceramente, non lo so. So, però, che avevamo elencato – sempre dando tutti i riferimenti – una serie di incongruenze interne alle singole Relazioni peritali sui proiettili, perché di incongruenze dobbiamo parlare se in un punto si affermava una cosa, e successivamente un’altra. Incongruenze interne cui si somma pure una serie di incongruenze esterne, e cioè tra una Perizia e l’altra. Per tacere del fatto che, dall’analisi comparativa delle varie Perizie, tra l’altro emesse nell’arco di ben una quindicina d’anni, ci sono, da un lato, alcuni reperti che scompaiono e, dall’altro, nuovi che compaiono all’improvviso!
 

- Cosa puoi dirmi del singolare tamponamento avvenuto il giorno prima del rapimento di Moro?
 
Già. Singolare anche quello, in effetti; tanto per cambiare. Guarda, noi siamo andati direttamente alle fonti; vale a dire: gli incartamenti della prima Commissione Moro e, via via che venivano pubblicati da Gero Grassi, quelli della seconda. E abbiamo sgranato gli occhi quando, scorrendo uno dei 130 volumi della prima Commissione, ci siamo imbattuti in un verbale, riguardante il giorno 15, che descriveva – fatto per noi del tutto nuovo – una dinamica pressoché identica a quella che si sarebbe verificata il giorno dopo. Infatti, verso mezzogiorno del 15 marzo, dalle parti di piazza Galeno, un’auto davanti alla 130, condotta quella mattina da Otello Riccioni, fa una manovra maldestra, costringendo la 130 a inchiodare. Ma l’autista dell’Alfetta di scorta viene colto di sorpresa, e va a tamponare la 130. L’Alfetta, che fra le due auto aveva avuto la peggio, verrà poi sostituita durante la pausa per il pranzo e, infatti, nella seconda parte della giornata, farà servizio quella che il giorno dopo verrà crivellata. Tra l’altro, nella seconda parte della giornata del 15, la 130 la guiderà il Ricci carabiniere perito il giorno dopo, durante il sequestro di Moro, come attestato dal figlio Giovanni Ricci. Preciso, per completezza, che, probabilmente, quel giorno – sempre il 15, dico – ci fu uno scambio di mezzo turno, per una cortesia di uno all’altro, come avviene in tutti gli ambienti di lavoro. Concludo dicendo che non si può tacere che, proprio perché si tratta di un episodio singolare, è ancora più singolare che Riccioni, interrogato pochi mesi dopo sul punto – la vedova di Moro lo aveva in precedenza raccontato in dibattimento – , neghi che sia avvenuto, ricordandosi solo di un altro tamponamento, di anni prima, e in tutt’altra zona della città.
 

- E circa la vicenda della 132 blu?
 
La 132 è stata oggetto di un recente nostro articolo, cui ne seguirà un altro, entrambi riguardanti complessivamente il nodo di via Licinio Calvo. La parte già pubblicata, riguarda principalmente la fase del suo ritrovamento, a tempo di record, da parte della pattuglia Squalo4. Anche qui ci sono stranezze. Come si può vedere andando a leggere l’articolo, già alle 9:05 viene diramato l’invito a ricercare l’auto 132 blu, con l’esatta indicazione della targa. Chi fornì quest’indicazione? Non si sa. Nessuno dei testimoni verbalizzati l’ha mai detto. Per certo, tra tali testimoni ce n’è uno il cui nome mette un brivido, dato che si tratta del notissimo fascista Pino Rauti. Rauti racconta d’aver visto l’auto dall’alto, stando su un balcone a via Stresa. Posizione dalla quale afferma di essere pure riuscito a prendere la targa. Presa la targa, chiama. Solo che la sua telefonata risulta essere di 10 minuti dopo: delle 9:15. Dunque, probabilmente, esiste in realtà un testimone mai verbalizzato, di cui però non c’è traccia nelle comunicazioni delle autopattuglie giunte sul posto, e in quelle della sala operativa.
Bene, andiamo avanti. Nel frattempo, uditi i primi drammatici appelli, la pattuglia Squalo4 si dirige verso il luogo indicato dalla Sala Operativa, e cioè via Fani, ma giunta nei pressi di tale strada, apprende, anche qui non si sa e non si saprà mai da chi, che la 132 con uomini incappucciati a bordo era stata vista dirigersi verso la Balduina. E come faceva mai un eventuale informatore nei pressi di via Fani a poter dire che la 132 si dirigeva verso la Balduina? Semplicemente, non avrebbe potuto. Guardando la piantina della zona, che abbiamo inserito nell’articolo, ci si può rendere conto sia di questo che di altro, sempre supportato da stralci dei documenti.
Vicenda che si conclude come segue: la Squalo4 trova l’auto, alle 9:23, nella poi famosa via Licinio Calvo, e chiama a sua volta la pattuglia Digos4. Tale pattuglia prende il comando delle operazioni, chiama la Scientifica per i rilievi, redige un verbale che, omettendo di dire di essere stati lì chiamati dai colleghi, fa intendere che siano stati proprio loro a trovare l’auto. E infatti, saranno i componenti della Digos4 ad essere convocati in Tribunale nei Processi, mentre i 4 componenti l’equipaggio Squalo4 scompariranno definitivamente dalla scena. E non gli si poté chiedere, ammesso che qualcuno oltre noi ne avesse maturato la “curiosità”, chi e come li avesse informati e come fecero a trovare l’auto 132 in così breve tempo.
 

- In sintesi, credo di poter affermare che il vostro, oltre ad essere un lavoro encomiabile, è altrettanto un lavoro che sopperisce a quanto, di norma, avrebbero dovuto svolgere già da tempo le Istituzioni. Concluderei la nostra intervista chiedendoti, per favore, della tua visita al box di via Montalcini. Cosa è accaduto?
 
Le cose andarono così. Ero in contatto con una giovane avvocato: Benedetta Piola Caselli, che all’epoca attraversava un momento di forte interesse per il Caso Moro. Mi comunicò che sarebbe andata a dare un’occhiata alla palazzina di via Montalcini insieme ad altre persone, e ci invitò ad unirci; essendo l’unico vicinissimo a Roma, potei andarci solo io, pensando che potesse essere comunque interessante guardare, oltre che la palazzina, i luoghi circostanti. Alle volte, in un certo senso, i luoghi ci parlano. Avevo però sottovalutato le capacità di Benedetta, che riuscì ad un certo punto, andando appresso ad un fattorino, ad entrare, accedere al garage e, a quel punto, fare entrare anche noi altri.
Mentre ci aggiravamo nella penombra, ecco la bascula del garage aprirsi. Qualcuno era arrivato per parcheggiare. Inutile dire che ho davvero temuto che quel qualcuno ci avrebbe cacciati, e anche in malo modo. E invece, Benedetta, dimostrando una volta di più la sua bravura, avvicinati i due signori che occupavano l’auto appena entrata, riuscì a conquistarne la disponibilità in pochi secondi. Non solo: scoprimmo pure di avere avuto un colpo di fortuna clamoroso, perché i due si rivelarono essere addirittura i proprietari proprio del box in questione! È così che, con nostra grandissima emozione, siamo riusciti a entrare, guardare, fotografare, e capire, sia pure ad occhio, che qualcosa nelle dimensioni non tornava.
Quando, mesi dopo, pure la Commissione parlamentare fece il suo sopralluogo, con foto, misurazioni, simulazioni con una R4 identica, prove di sparo e prove audiometriche connesse, e dopo che il RIS presentò le sue risultanze provvisorie, notammo, proprio nelle foto allegate, un dettaglio perfino più ragguardevole. Oltre alle foto fatte dalla Commissione, la stessa aveva infatti accluso pure quelle fatte dalla Polizia negli anni ’80. È stato così che ci siamo accorti che, in passato, il box era, con tutta evidenza, ancora un po’ più corto di oggi.
 
Bene. Ringrazio di cuore Franco Martines, ed invito volentieri lettrici e lettori de L’Antidiplomatico a visitare il loro sito, all’indirizzo sedicidimarzo.org
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