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Guerra alle fake news per fare “il ministero della verità”

Guerra alle fake news per fare “il ministero della verità”
 

Non c’è lettore di giornali, in questo paese, che non ricordi una bufala più o meno grande raccontata su giornali o tv che si pretendono serissimi

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di Alessandro Avvisato - Contropiano 
 

Le bufale sono la peste dell’informazione. In Internet come sui media mainstream. E già qui si apre un conflitto, o comunque un distinguo: il regime dei media ufficiali, spalleggiato dalla “politica”, pretende di qualificare come fake news tutto ciò che è fuori dalla propria produzione “certificata”. Si vorrebbe insomma stabilire un fossato insuperabile tra il vero e il falso sulla base della fonte dell’informazione: se è partorita dal “sistema” sarebbe vera, se arriva da fuori allora sarebbe falsa, per definizione.


La mistificazione è evidente. Non c’è lettore di giornali, in questo paese, che non ricordi una bufala più o meno grande raccontata su giornali o tv che si pretendono serissimi. Quelle più clamorose riguardano in genere il “nemico” dell’Occidente, anche se si tratta di vicende e personaggi che hanno ben poco in comune; e quindi hanno toccato il “feroce dittatore coreano” Kim, il presidente del Venezuela Maduro (e prima di lui Chavez), la famiglia Castro per una vita, gli iraniani chiunque fosse al governo, Putin, Lula e Dilma, e migliaia di altri casi. SI chiama “propaganda di guerra”, c’è sempre stata, e ha poco a che fare con il giornalismo.


Quando si scende – anche culturalmente – nel circo della “politica” italiana, diventa assolutamente evidente che “fake news” sono quelle che dice il proprio avversario del momento. Sempre propaganda di guerra è, come logica, ma il teatro è parecchio più povero. La giornata di ieri è per esempio stata occupata dal penoso contrapporsi di frasi stupide tra grillini e piddini, che si sono scambiati cordialità garantendo che “io dico la verità, tu sei un falsario”.


Solo per capire il livello infimo della querelle. Luigi Di Maio: “Bisogna stare molto attenti: quando io vedo una fake news su un giornale, un tg o in rete non chiedo di chiudere la testata. C’è la paura, da quanto ho letto sul New York Times, che le fake news possano colpire l’esito delle elezioni politiche. Io propongo a tutto l’arco costituzionale, politico, di questo Paese di chiedere all’Osce di monitorare le prossime elezioni politiche”.


La risposta piddina non è più elevata. Il vicesegretario e ministro Maurizio Martina bolla come “inquietanti i rapporti che emergono tra Movimento 5 Stelle e Lega con alcuni siti globali di false notizie. Cosi si inquina la democrazia a danno dei cittadini“. Mentre la meno nota Alessia Morani ha cercato di farsi notare sparacchiando ironie: “Caro Di Maio, intanto cominciate a chiudere i siti satellite del M5S tipo ‘Tze Tze’, ‘La Fucina’ ed ‘Il grande cocomero‘”.


Nelle stesse ore, negli Stati Uniti, lo scontro tra la Cnn e Trump ha raggiunto toni piuttosto elevati e insoliti, anche per quel paese.


Sintetizziamo il problema: in un mondo dove i “corpi intermedi” (partiti e sindacati) non riescono più a rappresentare interessi sociali diversi, trasformando gli interessi in proposte di legge e schieramenti di governo, i media sono diventati il principale motore della scelta politica degli elettori. Dunque, gestire i media significa influenzare il voto e decidere – in larga misura – quale sarà il governo di un paese.


La caduta di partecipazione derivante da questo spostamento dei circuiti di formazione dell’opinione pubblica (dagli interessi conosciuti e difesi a “tifoseria” sugli interessi altrui, peraltro opachi) è assolutamente voluta e sperata. Il restringimento della base elettorale consente infatti un controllo più efficiente dei gruppi sociali comunque coinvolti. Per quanto riguarda l’Italia, la differenza di partecipazione alle varie elezioni (dalle politiche alle amministrative) rispetto al referendum costituzionale o a quello per l’acqua pubblica sta lì a dimostrare che la mancata rappresentanza degli “interessi deboli” (lavoratori, disoccupati, precari, pensionati, ecc) si traduce alla lunga in astensione o “voto per vendetta”. E in qualche caso (referendum…) non riesce neppure nell’intento. Non a caso lo sforzo principale dei media e dell’establishment è teso a dimostrare che tutte le possibili alternative (in questo momento soprattutto i Cinque Stelle) “sono come gli altri”. E con Di Maio leader sarà anche particolarmente facile riuscirci…


Ma il problema fondamentale resta quello del controllo dei media, che mai come ora diventano terreno di battaglia tra potentati. Il silenzio complice che ha accompagnato – per esempio – la perquisizione e il sequestro di tutti i device informatici in possesso di Nicola Borzi, giornalista del pur potente Sole24Ore, dimostra che il processo di asservimento della casta giornalistica ha raggiunto livelli impensabili fino a qualche anno fa.


Tutti sono stati infatti giustamente prontissimi a indignarsi per la “capocciata” di tal Roberto Spada al giornalista Rai Daniele Piervincenzi. Gli stessi tutti hanno fatto altrettanto, giustamente, per le telefonate minatorie del pregiudicato Francesco De Carolis al cronista Paolo Borrometi.


Quasi nessuno – perlomeno con qualche visibilità – ha fatto altrettanto con Borzi, che ha subito qualcosa di molto più grave da parte delle “autorità costituite”. Giusto un “inammissibile” affidato alla Fnsi, senza alcun rilievo su alcuna testata nazionale.


Qual’è la colpa di Borzi? Aver dato notizia dell’esistenza di decine o centinaia di conti riconducibili ai servizi segreti italiani aperti presso Veneto Banca, coinvolta nel più recente crac bancario insieme alla Popolare di Vicenza. Conti che servivano a pagare altrettanti “collaboratori” rimasti peraltro ignoti, ma di cui viene descritto qualche elemento caratteristico: “Ci sono giovani autori e registi di fortunatissimi programmi di infotainment di tv nazionali private, conduttori di trasmissioni di successo sulla radio pubblica, fumettisti vicini al mondo dei centri sociali”.


Perché mai un giornalista o un conduttore televisivo – oltretutto “fortunatissimo” – dovrebbe ricevere un secondo stipendio da parte dei “servizi”? Cosa dà in cambio?


Scartate le ipotesi circa “aiuti umanitari” restano soltanto quelle strettamente politiche. Dare o non dare certe notizie, dare risalto o “tenere basse” certe altre, far parlare in video o per radio certi personaggi invece di altri, promuovere campagne pro o contro una certa area e chi più ne ha…


Viene da pensare, non avendo la lista dei nomi, a quanti “colleghi fortunati” nelle ultime settimane abbiano sentito l’impellentissimo “bisogno giornalistico” di piazzare una telecamera davanti ai personaggi peggiori di Casapound, guardandosi bene dal far domande appena un pelo imbarazzanti (chessò: “che diavolo vuol dire fascisti del terzo millennio?” oppure “sapete che l’apologia di fascismo è un reato?”).


E’ appena un sospetto, che però si accoppia stranamente bene con la costante sottostima – nelle relazioni semestrali dei servizi segreti al Parlamento – del pericolo sociale rappresentato dai vari gruppi fascisti, così descritti in poche righe Le principali formazioni di matrice identitaria hanno proseguito l’impegno sulle tradizionali tematiche d’interesse, specie sul terreno delle istanze sociali”. Quali “istanze sociali” di alto valore morale possono coltivare questi personaggi? Beh, neanche i servizi riescono a nascondere che al massimo fanno una pressante propaganda anti-immigrati”.


Qui ci siamo limitati a registrare alcune coincidenze, ad unire dei puntini su un foglio di carta. Apparentemente separati, nell’insieme diventano un quadro. Servizi segreti, giornalisti, fascisti da far crescere in ascolti e voti… Non è nulla di nuovo.


Di nuovo c’è solo il silenzio dei giornalisti stessi sulle minacce istituzionali che ricevono. I cani al guinzaglio hanno in genere qualche sussulto di autonomia in più…


Il “ministero della verità” balugina sullo sfondo. E in molti si sono già portati avanti col lavoro per essere assunti. O per non perdere il lavoro…


*


Il post Facebook di Borzi:


“Dove una volta c’erano centinaia di directory, ordinate per argomento e/o per anno mese e giorno, dove c’erano decine e decine di migliaia di file registrati catalogati ordinati, frutto del lavoro al Sole 24 Ore dal 1996 – 21 (ventuno) anni -, dove c’erano migliaia di email e di numeri di telefono non c’è più NULLA.
Questa è l’immagine della memoria del mio nuovo computer. Un enorme spazio VUOTO.
In una sola sera, con un mandato di acquisizione e/o perquisizione contro IGNOTI, mi hanno tolto TUTTI GLI STRUMENTI DI LAVORO raccolti in decenni di professione.
Perché? Perché HO FATTO SOLO IL MIO LAVORO. Io non ho rubato né trafugato niente, non ho pagato alcuno né son stato pagato da nessuno, non ho fatto nulla che non fosse ricevere informazioni, tentare di verificarle al meglio, renderle note ai lettori secondo il mio DOVERE di giornalista per rispettare il DIRITTO dei cittadini a essere informati.


Adesso, e per chissà quanto ancora sinché un giudice non riterrà di potermi riconsegnare il mio archivio, il mio lavoro, la mia vita, dovrò ricominciare da zero.
Non ho più documenti: niente più relazioni della Consob, niente più documenti di Banca d’Italia, niente più bilanci di banche, di società, niente più relazioni, referti, esposti, niente più email di risparmiatori, sindacalisti, lettori.
Eppure io ho collaborato con gli inquirenti. Gli ho fornito l’unica copia del materiale in mio possesso. Gli ho consegnato le chiavi di criptatura dei file. Erano su un supporto esterno, non c’era bisogno di togliermi il disco rigido dal computer redazionale, con il mio archivio.

Lo hanno scritto anche loro nel loro verbale, sono stato completamente collaborativo. Non sono – che a me risulti – indagato: sono TESTIMONE.
All’acquisizione (non perquisizione, proprio in virtù della mia totale spontanea collaborazione) ho solo opposto il comma terzo dell’articolo 200 del Codice di procedura penale: ho opposto il segreto professionale sulle mie fonti. Che è la prima, inviolabile, assoluta regola del mio lavoro.

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