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Cina, da vittima dell'imperialismo a alternativa per il ricatto e lo sfruttamento occidentale

Cina, da vittima dell'imperialismo a alternativa per il ricatto e lo sfruttamento occidentale
 
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di Diego Angelo Bertozzi

Il contributo al Forum “La via cinese e il contesto internazionale”, Roma – 15 ottobre 2016


L'ultimo G20 che si è svolto a Hangzhou ci ha dato l'immagine -  e ha sancito e a livello dell'opinione pubblica – di una Cina ormai assurta a potenza globale, in grado di incidere sui rapporti internazionali e di proporre una propria agenda di stampo cooperativo e inclusivo per l'uscita dalla crisi.

Come è cambiata la situazione se pensiamo che ancora alla fine del XX secolo era ancora ai margini, stretta dal ruolo di semplice osservatore. E ancora di più se facciamo un salto di un secolo, al 1916 quando una giovane repubblica nazionalista “a pezzi” (nella condizione di “sabbia informe” per citare Sun Yat-sen), vittima di un cartello delle potenze imperialiste e delle lotte intestine, entrava nella prima guerra mondiale nel ruolo di fornitrice di manodopera servile per le trincee d'Europa (un “esercito dimenticato” composta da oltre 100mila lavoratori), ricevendo ulteriori umiliazioni: nel grande quadro che a Parigi rappresentava e glorificava le potenze vincitrici al termine delle ostilità veniva esclusa proprio la Cina per fare spazio agli Stati Uniti!


E che è successo nel 2015? La grande parata del 3 settembre su piazza Tienanmen per commemorare la vittoria sul nazismo e sul fascismo è stata boicottata da gran parte dell'occidente,  quasi a voler sminuire il ruolo allora svolto dalla Cina e le sofferenze sopportare in quanto primo Paese ad essere aggredito da una potenza dell'Asse e, di conseguenza, a disconoscere ora il diritto alla piena partecipazione alla scrittura delle regole del sistema internazionale.

Oggi di fronte al “miracolo” cinese, alla sua portentosa crescita economica, in occidente si è fatto strada - anche a sinistra - con un certo successo un filone di pensiero che condanna gli sviluppi del “socialismo con caratteristiche cinesi” come un tradimento consumatosi nel post-rivoluzione culturale e sfociato in una restaurazione autoritaria del liberismo capitalista. La Cina, secondo tale lettura, non solo non rappresenterebbe un'alternativa reale alla restaurazione liberista in atto, ma ne sarebbe, invece, parte attiva con il suo bagaglio di sfruttamento, diseguaglianze raccapriccianti e pulsioni imperialiste.

Partiamo dal discorso di Mao che il 1° di ottobre del 1949 sancì ufficialmente la nascita della Repubblica popolare cinese: “Ci siamo uniti, con la guerra di liberazione nazionale e con la grande rivoluzione popolare, abbiamo abbattuto gli oppressori interni ed esterni e proclamiamo la fondazione della Repubblica popolare cinese. Da oggi il nostro popolo entra nella grande famiglia di tutti i popoli del mondo, amanti della pace e della libertà”. Da allora sono passati più di sessant'anni e, quindi, possiamo chiederci in cosa il Partito comunista cinese abbia “tradito” quanto preannunciato dal suo leader più eminente e tuttora ritenuto fonte di ispirazione e cardine ideologico. Ebbene, tra gli scopi originari della lunga rivoluzione cinese, portata a termine dal Pcc, c'era proprio quello della rinascita nazionale, della riconquista dell'integrità territoriale e della piena sovranità. Difficile non vedere come proprio oggi questi obiettivi siano stati sostanzialmente raggiunti (anche se non del tutto), con il ritorno alla madrepatria di Hong Kong e Macao, con l'ormai concreta prospettiva di raggiungere il primato economico, con la drastica riduzione del gap tecnologico (e militare) con le principali potenze mondiali (Usa su tutti), tanto che il Pentagono con sempre maggiore frequenza lancia allarmi su una sempre più prossima parità militare. Nata per chiudere la triste parentesi del “secolo delle umiliazioni”, la Cina popolare è, dopo mezzo secolo, in grado di opporsi ai rinnovati progetti di smembramento dell'imperialismo statunitense.

Certo, il processo di apertura e riforma, nelle sue fasi di maggiore radicalità, ha portato alla crescita di diseguaglianze nella distribuzione delle ricchezze, riservando ad alcune regioni costiere, piuttosto che a quelle interne, il ruolo di locomotiva dello sviluppo. Tuttavia ha permesso il raggiungimento di un risultato di portata storica (e non solo per la Cina): l'uscita dall'estrema povertà (quindi dal rischio di morte per fame) di oltre 700 milioni di persone nelle aree rurali. Nel 1950 la Cina comunista vedeva ancora parte della propria popolazione vittima di morte per inedia, con intere zone devastate da uno dei peggiori imperialismi della storia e condannate al perenne sottosviluppo. Non possiamo negare che la povertà sia ancora una realtà drammaticamente presente nella Cina popolare – e la dirigenza cinese è in prima linea nel riconoscerlo, ma il dato è quello di una sua riduzione di circa il 90%. Con una ricaduta importante a livello globale: dal 1981 ad oggi l'83% della riduzione della povertà globale – quindi il riconoscimento del fondamentale diritto umano alla vita - va a merito della Cina popolare.

A tutto questo va aggiunta la costante crescita percentuale a doppia cifra dei salari e il progressivo riconoscimento di diritti ai lavoratori (riduzione dell&# 39;oraria, aumento delle ferie, maggiori garanzie contro il licenziamento, sviluppo di una rete di protezione sociale universale). Misure impensabili senza uno sviluppo economico a doppia cifra. Certo, al mercato e all'iniziativa privata sono riconosciti ruoli crescenti, ma si resta nel quadro di una coerente programmazione economica da parte dello Stato (pianificazione), del controllo di quest'ultimo sul credito, sulle infrastrutture, sui settori strategici dell'economia, di un potere statale che può aumentare per legge i salari minimi, di un sistema fiscale fortemente progressivo a tutto vantaggio dei redditi più bassi, e dello sviluppo di un fiorente settore cooperativo che vede impiegata una fetta crescente della popolazione.

A questo vanno poi aggiunte le ricadute internazionali dello sviluppo economico cinese. L'ingresso a titolo paritario nella “grande famiglia di tutti i popoli del mondo” avveniva nel pieno di un processo di lotte di liberazione nazionale che vedevano impegnati popoli dell'Asia come dell'Africa contro le ex potenze coloniali e l'ingresso dell'imperialismo statunitense (guerra di Corea e difesa militare della secessione di Taiwan). Sintetizzava, quindi, la volontà dei comunisti cinesi di favorire il processo in atto e di costruire un ordine internazionale basato sul rispetto delle autonome vie di sviluppo economico-sociale. Volontà e programma politico che sarebbe stato successivamente scolpito nei Cinque principi della coesistenza pacifica (1954) in occasione della nascita del Movimento dei Paesi non allineati.

A sessant'anni da quella presa di posizione – ancora oggi pietra miliare dell'impegno diplomatico cinese – ci troviamo forse di fronte all'”esatto contrario” di quanto preannunciato?

Chiusa la parentesi dell'esportazione della rivoluzione – che portò Pechino a sostenere anche movimenti di liberazione di dubbia ispirazione in funzione anti-sovietica – ora il successo economico cinese esercita quella che possiamo definire una “attrazione magnetica”  o un “irradiamento” per quei Paesi – ancora molti – desiderosi di uscire da un secolare sottosviluppo e di sconfiggere la povertà. In campo è posta un'alternativa tanto all'imperativo liberista quanto alla complementare “carità che uccide”, secondo la definizione della giornalista africana, collaboratrice di New York Times e Financial Times,  Dambysa Moyo.

Queste sono le sue considerazioni: “Negli ultimi decenni più di un trilione di dollari nell'assistenza allo sviluppo ha davvero migliorato la vita degli africani? No. Anzi, in tutto il globo i destinatari di questi aiuti stanno peggio, molto peggio. Gli aiuti hanno contribuito a rendere i poveri più poveri e a rallentare la crescita. Al contrario, il ruolo della Cina in Africa è maggiore, più sofisticato e più efficiente di quello di qualsiasi altro paese in qualunque momento del dopoguerra. Un ruolo criticato da quanti attualmente si arrogano il diritto di decidere il destino del continente come se fosse una loro precisa responsabilità, ossia la totalità dei liberal occidentali, i quali la ritengono (spesso nel ruolo più paternalistico) una loro precisa responsabilità. Per molti africani i vantaggi sono davvero tangibili: ora ci sono strade dove non ne esistevano, e posti di lavoro dove mancavano; invece di fissare il deserto degli aiuti internazionali, possono finalmente vedere i frutti dell'impegno cinese. Quest'ultimo è chiaramente un fattore che negli ultimi anni ha permesso all'Africa di arrivare a un tasso di crescita del 5%.”

Una parte significativa del mondo guarda con interesse al socialismo cinese e la stessa presenza di Pechino ha dato a molti quanto negli ultimi decenni sembrava inverosimile: una possibilità di scelta, una alternativa al ricatto, da giocare a favore dei propri interessi. È indubbio: la presenza e l'azione della Cina popolare costituiscono e offrono un sempre più importante contrappeso politico-economico per tutti quei Paesi che, grazie ai flussi finanziari e ai crediti (a tassi agevolati) provenienti dal dragone orientale, possono evitare il cappio dello sfruttamento occidentale rappresentato da  strumenti operativi come la Banca Mondiale e il Fondo monetario internazionale.

Pensiamo alla nuova creatura di Pechino, la Asian Infrastructure and Investment Bank che non intende legare i propri prestiti a programmi di privatizzazione e deregolamentazione di interi settori economici e la cui azione, secondo diversi esperti, potrebbe finanziare la transizione per oltre un miliardo di asiatici dalle fasce più povere alla classe media!

Siamo, anche in questo caso, di fronte all' ”esatto contrario” di quanto preannunciato mezzo secolo prima? Pare proprio di no.

Diego Angelo Bertozzi è autore di "Cina. Da «sabbia informe» a potenza globale"

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