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Giorgio Cremaschi - "Sì, sono chavista", il Venezuela e noi

Giorgio Cremaschi - Sì, sono chavista, il Venezuela e noi
 
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di Giorgio Cremaschi


"Il ritorno dei colonnelli, ma ora sono di sinistra". Così qualche giorno fa titolava sulla edizione on line Il Fatto, riferendosi al Venezuela, ma anche alla Bolivia, al Nicaragua, all'Ecuador, insomma a tutti paesi latino americani i cui governi non si sono piegati ai diktat degli Stati Uniti e della UE. Credo che questo titolo ben sintetizzi la deriva di una buona parte di ciò che in Italia, ed in Europa, viene considerato o si consideri di sinistra. Di quella sinistra che è stata complice della più vasta e sconvolgente campagna di disinformazione di massa dalla fine della seconda guerra mondiale.



La "feroce dittatura" di Maduro è stato il motivo guida di ogni servizio televisivo, di ogni commento giornalistico, nulla e nessuno sui quotidiani e sulle tv italiane sì è distinto dalle veline del dipartimento di stato degli USA, che amplificavano quelle della opposizione venezuelana. Persino sulla Corea del Nord i mass media occidentali hanno mostrato qualche cautela in più, neppure contro Saddam e Gheddafi c'è stata la stessa unanime violenza informativa che si è scatenata contro il governo venezuelano. La dittatura peggiore del mondo e della storia, dovrebbe pensare un comune cittadino che costruisca i suoi punti di vista solo sulla informazione ufficiale. La falsificazione dei fatti e delle opinioni è stata così completa e radicale che, dopo che Maradona si era schierato con Maduro, la stampa ha persino sentito la necessità esaltare l'attacco che il campione ha ricevuto da Kempes, tralasciando di ricordare che quest'altro calciatore argentino non aveva avuto problemi a ricevere la coppa del Mondo dalle mani insanguinate del dittatore Videla. Essere contro il Venezuela di Chavez è diventata una patente di democrazia distribuita a cani e porci.


Tutte questo lo abbiamo già visto nel passato, da trent'anni così si afferma il pensiero unico delle politiche liberiste e delle guerre per esportare la democrazia. La vera novità del Venezuela è il totale accodarsi a questo pensiero unico di gran parte delle sinistre e anche di altre forze che si erano poste su posizione critica verso di esso , come il movimento cinque stelle.


Nel passato abbiamo già avuto le sinistre di governo complici di guerre infami, la più grave di tutte quella contro la Jugoslavia del governo D'Alema. Ma c'era sempre stato un vasto mondo di opinione pubblica di sinistra, di movimenti civili, sociali, pacifisti che si schierava contro le bugie del potere. Ora invece non è cosi. Nel passato Federica Mogherini si incontrava nei social forum, nati proprio nell'America latina per opera di quelle forze che a partire dal 2000 portarono ai governi progressisti in quasi tutto il continente. Ora la rappresentante della UE fa il pappagallo alle minacce di Donald Trump. Il Manifesto nel passato ha orgogliosamente rivendicato di stare dalla parte del torto, ma sul Venezuela ha scelto quella della ragione dominante e ha censurato la sua giornalista Geraldina Colotti, l'unica in Italia che raccontasse un realtà diversa da quella ufficiale. E altri settori della cosiddetta sinistra radicale e dell'antagonismo hanno inanellato ponderose analisi, il succo delle quali era la scelta di non stare né col Venezuela chavista, nè con quello filoamericano e fascista. Una fuga sulla Luna in attesa della rivoluzione globale.


Intanto nell'America Latina le peggiori vecchie classi dirigenti, con il sostegno caloroso di USA e UE, stanno tentando di portare indietro l'orologio della storia, di affondare un quindicennio di esperienze progressiste, molto diverse tra loro, ma tra loro solidali. Il golpe in Brasile, avvenuto senza alcuna indignazione, anzi tra gli applausi, delle democrazie occidentali, ha segnato la svolta. Poi i vecchi regimi corrotti e assassini sono dilagati, ovviamente ripristinando tutte le peggiori infamie liberiste a danno dei poveri, anche là dove erano solo state pallidamente attenuate. Per la riconquista imperiale del continente però è decisivo il Venezuela, se quello resiste, tutte le vittorie multinazionali rischiano di non durare, i popoli sono già in rivolta contro i Temer, i Macrì e gli altri mascalzoni. Per questo l'assalto al governo di Maduro.


Non solo per un rivoluzionario, ma anche per un riformista onesto che davvero sperasse di contenere la ferocia della globalizzazione dovrebbe essere ovvio impedire che le multinazionali del petrolio si riprendano il Venezuela.. E invece no, la sinistra nella sua maggioranza sta coi golpisti. Perché?


Certo, tante sono le ragioni, causate dalle sconfitte e dalla regressione della sinistra, che portano alle posizioni assunte oggi da chi si è schierato contro il chavismo, ma accanto a quelle ce ne è probabilmente un'altra.


Mezzo secolo dopo la rivoluzione cubana, Chavez e Morales si sono dati come obiettivo esplicito la ripresa della marcia verso il socialismo. L'hanno realizzato? Certo che no. Hanno dovuto fare compromessi e anche errori? Sicuramente e anche hanno commesso ingiustizie che hanno deluso una parte di chi li sosteneva. Ma ovviamente non è per questo che sono sotto attacco, al contrario lo sono proprio perché nonostante tutto questo non hanno rinunciato all'obiettivo del socialismo. Ed è proprio questa parola, socialismo, che dà fastidio e che crea persino rancore in una certa sinistra. Ma come osano dai loro lontani arretrati paesi di parlare di socialismo? E come fanno a mescolare questo puro obiettivo di un lontano futuro con movimenti populisti e patriottici, con politiche di stato? E come si permettono di ribellarsi alle minacce dei governi USA e della UE rispolverando l'accusa di imperialismo? Che roba vecchia, la sinistra europea tutto questo l'ha superato, qui si parla di globalizzazione dei diritti, non di lotta di classe. Se si sceglie di combattere il capitalismo americano nel nome del socialismo, si finisce con i colonnelli, questa la conclusione reazionaria de Il Fatto, de La Repubblica, del PD con Renzi e di quello senza Renzi.


La sinistra in Europa è oramai in gran parte una espressione geografica, un luogo della politica formale al quale non corrisponde nulla di diverso da quanto si fa negli altri luoghi. Sul lavoro, sulle banche, sui migranti, sulla guerra, destra, sinistra e chi non è né di destra né di sinistra alla fine fanno le stesse cose, naturalmente in polemica tra loro su chi le realizzi meglio. Così il Venezuela è diventato una cartina di tornasole e ha rivelato che nello spettro delle posizioni della politica ufficiale il colore è sempre lo stesso.
 

Una sinistra vera in Italia ed in Europa rinascerà assieme alla solidarietà e al sostegno al Venezuela chavista, se quel paese lontano reggerà e andrà avanti, anche qui la parola socialismo tornerà nella politica. Per questo oggi prima di tutto c'è un'affermazione da condividere e diffondere: "sì sono chavista". Sono le parole fiere con cui il giovane venditore ambulante Orlando Figueroa, in un quartiere bene di Caracas aveva risposto ai giovanotti fascisti che lo minacciavano. E che per questo lo hanno bruciato vivo, aggiungendolo alle decine di vittime degli squadroni della morte golpisti che qui i mass media presentano come vittime della repressione governativa. Sono parole con le quali qui non si rischia la vita, ma si difende la verità e si dice basta alla sinistra inutile o venduta.

 

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