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"Ha stato Putin". Per Kiev, c'è Mosca dietro l'arresto in Italia del nazista italo-ucraino

Ha stato Putin. Per Kiev, c'è Mosca dietro l'arresto in Italia del nazista italo-ucraino
 
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di Fabrizio Poggi 


Dopo tanto daffare con le presidenziali negli Stati Uniti e in Francia, la mano di Mosca è arrivata anche in Italia. Per ora non nei seggi elettorali, ma solo nelle aule di giustizia: l'arresto dell'italo-ucraino, terrorista della Guardia Nazionale ucraina Vitalij Markiv, sospettato di responsabilità nell'assassinio del fotocorrispondente italiano Andrea Rocchelli, nell'area di Slavjansk, nel 2014, non sarebbe altro che un'altra macchinazione di Mosca. Lo assicura il deputato nazista, ex consigliori del Ministro degli interni ucraino Arsen Avakov e curatore del sito ucraino “Mirotvorets” (“Mediatore di pace”!), Anton Geraš?enko.

La Procura ucraina, scrive il mediatore, ha inviato all'Italia “una richiesta ufficiale di spiegazioni, per sapere su quali basi sia stato fermato, dato che tutta questa storia puzza e sa tanto dell'ennesima provocazione russa”. Geraš?enko, che di passaggi di carte se ne intende – all'inizio delle operazioni russe in Siria e a beneficio dei tagliagole dell'Isis, “Mirotvorets” aveva pubblicato foto, nomi, indirizzi e dati personali dei piloti russi, con tanto di numero del reparto e dislocamento e, prima ancora, aveva pubblicato dati personali, indirizzi e altre informazioni del deputato del Partito delle regioni Oleg Kalašnikov e del giornalista Oles Buzina, assassinati poi dai nazisti ucraini nell'aprile 2015 – ha detto che “probabilmente i servizi segreti russi hanno passato all'Italia dei documenti inventati, sulla cui base gli italiani hanno quindi aperto una causa penale. Essi sapevano che la madre del combattente della Guardia Nazionale vive in Italia, che egli avrebbe potuto recarsi da lei e hanno pensato bene di imbastire la faccenda”. Ancora Geraš?enko aveva candidamente dichiarato, pochi giorni fa, che l'Ucraina non ha alcuna intenzione di adempiere gli accordi di Minsk sul Donbass, a partire dalle elezioni nelle Repubbliche popolari di Donetsk e Lugansk, “finché non saranno ritirate tutte le formazioni terroristiche russe dal territorio del Donbass e non saranno prese sotto controllo ucraino le nostre frontiere”.



 

Ecco dunque con quale Ucraina ha a che fare la giustizia italiana, dopo che i massimi rappresentanti dei poteri legislativo e esecutivo hanno stretto la mano ai loro pari grado golpisti. Rappresentanti che sono scesi un gradino più in basso addirittura delle autorità polacche, che pure non si distinguono certo per impegno progressista.

Se da un lato a Varsavia la strada dello sciovinismo antisovietico segue il programmato smantellamento di oltre duecento monumenti dedicati ai soldati dell'Esercito Rosso che liberarono la Polonia dal nazismo, dato che “ricordano persone, organizzazioni, avvenimenti o date che simboleggiano il comunismo o altri regimi totalitari”, dall'altro si è ribadito ancora una volta che l'Ucraina non entrerà mai in Europa con Bandera, OUN-UPA, Šukhevi? e tutta la banda degli ex scagnozzi ucraini delle SS. La presa di posizione polacca non ha nulla di nuovo e verte principalmente sui massacri di cittadini polacchi della Volinija, perpetrati negli anni '40 dai filonazisti ucraini. Motivo immediato della nuova presa di posizione del Ministro degli esteri polacco, Witold Waszczykowski, dopo la tradizionale Festa Šukhevi? celebrata lo scorso fine settimana, è stata ora la ridenominazione, nell'ambito della “decomunistizzazione” decisa dalla junta golpista nel maggio 2015, della prospettiva “Generale Vatutin” (il generale sovietico ucciso dai filonazisti dell'UPA nel febbraio del 1944 nei pressi di Rovno) in prospettiva “Roman Šukhevi?”. La ridenominazione è stata fatta coincidere con il 110° anniversario della nascita del capo dell'OUN-UPA, il 30 giugno 1907, considerato oggi eroi nazionale nell'Ucraina golpista.

Waszczykowski, nell'intervista rilasciata alla rivista wPolityce, ha detto chiaramente che “la collaborazione economica” tra Kiev e Varsavia, “purtroppo, non va tanto bene. Ma, peggio ancora, naturalmente, stanno le cose con le questioni storiche. Noi non ripeteremo gli errori degli anni '90, allorché ci furono determinati problemi nei rapporti con Germania e Lituania. Mi riferisco allo status della minoranza polacca in quei paesi”. Secondo Waszczykowski, Varsavia insisterà affinché l'Ucraina risolva tutte le questioni controverse e fino ad allora “rimarrà sulla porta dell'Europa chiedendo di entravi. Il nostro “messaggio è molto preciso” ha detto il Ministro polacco, “con Bandera, voi in Europa non entrate. Lo diciamo sia ad alta voce che sottovoce”.

Le massime autorità della Repubblica nata dalla Resistenza antifascista, invece, non lo stanno dicendo nemmeno sommessamente.

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