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INTERVISTA AL MAGISTRATO UMBERTO APICE, SCRITTORE, E PIONIERE NELLA RICERCA DELLA VERITÀ SU PASOLINI

INTERVISTA AL MAGISTRATO UMBERTO APICE, SCRITTORE, E PIONIERE NELLA RICERCA DELLA VERITÀ SU PASOLINI
 
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INTERVISTA AL MAGISTRATO UMBERTO APICE, SCRITTORE, E PIONIERE NELLA RICERCA DELLA VERITÀ SU PASOLINI

 

- Articolo di Michele Metta -

 

Ho conosciuto il dottor Apice nel dicembre 2015. Nel mio compiere ricerche su Pasolini, avevo infatti trovato prove concrete, nuove, circa la Causa intentata contro il poeta per la risibile accusa d’una fantomatica rapina ai danni d’un benzinaio. Tra queste: che Giorgio Zeppieri, l’avvocato dell’Accusa, era membro d’una struttura, il Centro Mondiale Commerciale, collegata a CIA e Strategia della Tensione; che, guardando con attenzione la Perizia fatta su Pasolini nelle more di quel Caso giudiziario, c’era un qualcosa di cui nessun altro, prima di me, s’era reso conto, e cioè che il nome nell’intestazione della Perizia, Roberto Zamboni, era legato al neofascista Franco Freda protagonista di Piazza Fontana, e che, sempre nell’intestazione, il numero telefonico indicato apparteneva a Giovanni Quattrucci, editore legato al Pazienza condannato per la Strage di Bologna. Mi ero perciò sentito in dovere di raccontare tutto questo al dottor Apice, il quale è un valentissimo magistrato autore di un libro, Processo a Pasolini, interamente dedicato proprio a tale Caso giudiziario. Un libro, premetto, splendido, scritto con la maestria e l’acume di un eccellente addetto ai lavori e, soprattutto, dove Apice era stato pioniere assoluto nel comprendere le poco limpide finalità, appunto, delle accuse mosse contro Pasolini. Sono dunque onorato di potergli oggi rivolgere alcune domande.

 

- Dottor Apice, come nasce il suo interesse verso quel particolare momento della vita di Pasolini?

 

Premetto che nel 1975, quando morì Pasolini, io ero un giovane magistrato e stavo per trasferirmi dal Tribunale di Milano a quello di Roma. Avevo già pubblicato alcuni racconti sulla Rivista Nuovi Argomenti, che in quegli anni era proprio diretta da Pasolini, oltre che da Moravia e da Alberto Carocci. Non ebbi occasione di conoscere personalmente Pasolini, ma ovviamente conoscevo – sia pure parzialmente – i suoi libri ed ero incuriosito dalla sua personalità, dalla sua “solitudine” di artista. Mi ero fatta l’idea di un uomo braccato da tanti nemici, visibili e invisibili. E aveva pochi amici: Moravia, Enzo Siciliano, Laura Betti e pochi altri. In pratica, era un uomo odiato. Per le sue contraddizioni esistenziali, certamente; ma soprattutto per le idee che professava senza fare sconti a nessuno, neppure a se stesso. Era – diciamo così – un personaggio “tragico” e a essere interessato a lui, non a un particolare momento della sua vita, ma alla sua tragicità, era il mio “io” scrittore. In più, c’era il fatto che di professione facevo il magistrato: e la vita di Pasolini era una vita piena di letteratura e di processi (proprio come la mia, con le evidenti differenze).

 

- Come, materialmente, riuscì a creare il libro?

 

Mi era capitato tra le mani – non ricordo per quale motivo – un atto, o più atti, del fascicolo processuale del Tribunale di Latina: quello concernente la denuncia, a carico di Pasolini, di una tentata rapina all’interno di un bar-tabacchi di San Felice Circeo. Eravamo negli anni Novanta: e la denuncia era del 1961, con un processo che durò sino al 1967. Scattò la molla del narratore. C’erano tutti gli ingredienti. Il personaggio tragico, con la sua solitudine, era caduto in una tagliola messa lì apposta: in quell’area di servizio dove già era capitato e certo non era passato inosservato. Non era improbabile che qualcuno avesse dato i suggerimenti opportuni, avesse lasciato immaginare una ricompensa futura: era così allettante una “salutare” lezione inflitta dall’autorità giudiziaria! Negli anni successivi, e nella restante vita di Pasolini, questo canovaccio si ripeté; fino a quello ultimo e mortale del 2 novembre 1975, quando ancora una volta è di scena un ragazzino (Pelosi), ancora una volta la dinamica dei fatti rassomiglia a una trappola preparata.

Tornando alla tecnica del mio Processo a Pasolini, riuscii a ottenere una copia dell’intero fascicolo processuale e lavorai sugli atti: seguendo la cronologia della lunga procedura. Passo passo, cercavo di entrare nei meccanismi mentali delle parti, degli avvocati, dei giudici, mettendo in luce le defaillances, il retropensiero.

 

- Cosa ritiene insegni tale vicenda?

 

Ho trovato la conferma di certe mie convinzioni. La prima: che il processo, anche un piccolo processo come quello di Latina, è un po’ come una lente d’ingrandimento: attraverso il linguaggio, le condotte processuali di giudici, avvocati, testimoni, si può cogliere lo spaccato esistenziale dell’epoca, si colgono i pregiudizi esistenti nella società. I magistrati non credettero alla rapina (pensarono a una minaccia “ioci causa”, a una semplice violenza privata fatta per provare un’emozione); ma nello stesso tempo presero le distanze da Pasolini, personaggio troppo trasgressivo per crederlo del tutto innocente. Seconda convinzione: Pasolini non sopportava di essere definito da contesti sociali muniti di forza inglobante: ceto, censo, famiglia. La sua trasgressione, non solo quella sessuale, si colloca in questa logica: astenersi dal gruppo, essere alieno, apolide. Faceva cinema e per questo si faceva disprezzare dai letterati. Era marxista, ma faceva critiche al marxismo reale, rendendosi sgradito al partito marxista italiano. Era un letterato rivoluzionario, ma non aderì al Gruppo 63, che gli sembrava una moda. Anticipò il ’68 (con la sua critica dell’Autorità, del potere borghese), ma fu critico verso i giovani del ’68, che lui vedeva già pronti a farsi omologare dal consumismo. Terza convinzione: l’eliminazione fisica di Pasolini fu facile, ma ancora più facile fu l’eliminazione morale, a cui tenevano veramente i mandanti dell’omicidio, che – come io credo – ci furono. Questo proprio perché Pasolini, essendo alieno e apolide, era vulnerabilissimo. Dopo la sua morte la gente diceva: “era un frocio, è morto da frocio” e non si sforzava a interrogarsi sulle sue profezie, sui suoi dubbi e interrogativi, sui suoi j’accuse.

 

- So che una sintesi del libro è stata nuovamente trasfusa, per renderlo un capitolo all’interno di un nuovo progetto letterario cui molto tiene. Di cosa si tratta, per favore?

 

È una sorta di peregrinazione in quell’ambito intermedio che possiamo immaginare tra il diritto e la letteratura; è una ricerca del sentimento di giustizia attraverso le interazioni tra le opere letterarie e le manifestazioni del diritto. In America, questi studi, che presero l’avvio alcuni decenni fa con il movimento chiamato Law and Literature, sono molto più avanti: in tutte le Università ci sono cattedre interdisciplinari di Diritto e Letteratura, mentre in Italia si è ancora restii a rompere gli steccati. Uno dei capitoli del libro è dedicato proprio a Pasolini (Una vita piena di processi e di letteratura). Altri capitoli sono dedicati a Kafka, a Sciascia, a Dürrenmatt, ecc. Oppure ci sono capitoli monotematici: ad esempio, La pena di morte in letteratura, La condizione femminile in letteratura, Il processo e le metafore del gioco, L’ironia di Cechov e l’espressionismo caricaturale di Faulkner, ecc. Si tratta, almeno nelle intenzioni, di un’opera che è insieme complessa e piacevole perché sonda una molteplicità di argomenti e soddisfa un certo spirito di curiosità sul mondo della giustizia. Bisogna pensare che non è solo il diritto penale a incrociarsi con la letteratura; ma sono un po’ tutti i settori del diritto che trovano echi nella letteratura: dal diritto di famiglia (I promessi sposi, Filumena Marturano) al diritto successorio (Circolo Pikwick di Dickens), dal diritto del lavoro (La vita agra di Bianciardi, Corporale di Volponi, Donnarumma all’assalto di Ottieri) al diritto commerciale (Il Mercante di Venezia). È tutto un campo inesauribile: cercare il diritto nella letteratura (Law in Literature) e la letteratura nel diritto o il Diritto come Letteratura (Law as Literature: certi testi di Cicerone sono diritto o letteratura?).

 

- Cosa, più in generale, è per lei la scrittura?

 

I viaggiatori dicono che, poiché stiamo su questo pianeta una sola volta, tanto vale farsene un’idea, e perciò corrono da un posto all’altro (anche se più corrono da un posto all’altro e meno se ne fanno un’idea). Gli scrittori sono come quei viaggiatori (anzi: sono viaggiatori che viaggiano di meno e pensano di più). Vogliono cercare di farsi un’idea: di se stessi, degli altri, delle cose che vedono accadere. Scrivere è il diario di bordo di questi viaggi: anche quando sembra che non succeda nulla di importante, in realtà ci stiamo sempre avvicinando ai grandi misteri. Chi scrive sente la necessità di lasciare una traccia, altrimenti è tutto inutile: tanto varrebbe non vivere nemmeno.

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