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Gli Usa vogliono costruire un cordone di regimi filo-americani attorno alla Russia

Gli Usa vogliono costruire un cordone di regimi filo-americani attorno alla Russia
 

Nei prossimi giorni, al club di discussione internazionale Valdai, verrà presentato ufficialmente al pubblico il rapporto “Le minacce internazionali 2016”, del quale stamattina il quotidiano russo Izvestia ha pubblicato in esclusiva alcuni significativi passaggi.

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di Eugenio Cipolla
 
L’analisi preparata da un gruppo di importanti esperti russi di geopolitica parla chiaro: la principale minaccia strategica per la Russia di Vladimir Putin nel 2016 sono gli Stati Uniti d’America, i quali puntano a costruire un cordone di regimi-filo americani attorno alla Russia, per creare un centro alternativo di potere in Eurasia, indebolire Mosca e farla diventare un proprio partner. Nei prossimi giorni, al club di discussione internazionale Valdai, verrà presentato ufficialmente al pubblico il rapporto “Le minacce internazionali 2016”, del quale stamattina il quotidiano russo Izvestia ha pubblicato in esclusiva alcuni significativi passaggi.

Secondo Andrew Sushentsov, direttore del programma del club Valdai e co-autore del rapporto, al momento ci sono due approcci alla valutazione della politica degli Stati Uniti nei confronti della Russia. I sostenitori della prima ritengono che gli Usa cerchino di indebolire la Russia a prescindere da qualsiasi aspetto economico-strategico, mentre i sostenitori della seconda vedono le azioni degli Stati Uniti come il normale perseguimento degli interessi di Washington. Ma al di là delle teorie e delle opinioni, per Sushentsov i russi sono “ostaggi” dell’impegno americano per la conquistare della leadership globale. Sbagliando, perché la Russia vede negli Stati Uniti un potenziale alleato contro l’espansione senza limiti della Cina.

Allo stesso tempo, è l’opinione degli analisti, il successo delle operazioni russe in Siria ha introdotto un nuovo modus operandi nelle trattative con l’occidente. Questo perché grazie al risultato della campagna siriana, Mosca manterrà a Damasco un regime amico, in grado di rafforzare la sua base navale nel mediteranno, mantenendo la leadership in progetti di produzione di gas in Siria, Cipro e Israele. «La Russia – dice Sushentsov – si delineata come principale forza in Medio Oriente, una forza che può condurre efficacemente molte campagne militare». Anche perché l’attuale leadership moscovita è molto meno incline alle avventure, rispetto al pensiero di molti osservatori, e si muove solo dopo aver valutato se determinate azioni corrispondono agli interessi della nazione.

E’ proprio questo, dunque, ad aver allarmato la Casa Bianca, che ora vuole correre ai ripari nel tentativo di frenare l’espansione russa. E potrebbe farlo proprio alimentando tutte quei paesi e tutte quelle situazioni potenzialmente distruttive per la Russia. Sono molte, infatti, le “bombe a orologeria” nascoste ai confini di Mosca. Si parte dalla Turchia, che può rappresentare «la prima guerra del XXI secolo» senza vittime su larga scala, ma combattuta solo con satelliti, sistemi di comunicazione, logistica e infrastrutture internet. E’ per questo che la Russia apporterà diverse modifiche al Piano di Difesa 2016-2020, dove sono immaginati diversi scenari di conflitto con la Turchia.


Un altro rischio associato alla campagna siriana è lo scontro tra sciiti e sunniti in Iran. La minaccia principale è quella rappresentata dai radicali islamici. Per gli analisti questo pericolo non svanirà nemmeno in caso di una vittoria totale contro i jihadisti in Siria, perché soldati e comandanti del Daesh si sposterebbero in Iraq, Libia, Mali, Afghanista, Somalia e altri paesi, dove potrebbero tranquillamente continuare le proprie attività distruttive. Ma a destare maggiore preoccupazione, è la destabilizzazione dei paesi situati ai confini con la Russia. Lo scenario peggiore considerato dagli analisti è quello che il crollo di uno dei tanti stati dell’Asia centrale e la nascita, al suo posto, di un altro pseudo-stato jihadista «governato da bande armate che applicano la Sharia». Particolarmente vulnerabile è il Tajikistan, dipendente in gran parte dai trasferimenti dei cittadini emigrati che lavorano in Russia.

Ovviamente il Tajikistan non è l’unico fronte che preoccupa Mosca. Subito dopo c’è una possibile escalation del conflitto nel Nagorno-Karabakh una regione del Caucaso meridionale contesa da Armenia (sostenuta dalla Russia) e Azerbaigian (appoggiato dalla Turchia). Uno sviluppo in tal senso potrebbe danneggiare gli interessi di Mosca e, per gli analisti del Valdai, portare ad uno “scenario georgiano” come nel 2008, con un intervento diretto delle forze militari russe al fianco di Yerevan. Negli ultimi anni, nonostante l’accordo di Bishkek, che aveva siglato una tregua tra le due parti in conflitto, ci sono state continue violazioni del cessate il fuoco e diversi morti, e l’attuale situazione non tranquillizza gli esperti militari di Putin.

Nella lista delle minacce immediate, al contrario di quello che si potrebbe pensare, non rientra l’Ucraina, che sta inesorabilmente scivolando nella categoria dei cosiddetti conflitti congelati. Qui gli analisti prevedono un mantenimento della situazione, scrivendo che «una soluzione rapida è improbabile, come improbabile una nuova guerra». Un’altra fonte di preoccupazione può essere un aumento della tensione nell’estremo oriente e nel sud-est asiatico, dove la Cina si sta “confrontando” con gli Stati Uniti e i suoi alleati a causa delle incertezze dei rapporto con Taiwan e delle dispute territoriali nel mar cinese meridionale.

Per il momento la Russia, che non è direttamente coinvolta in nessuna controversia con Pechina, guarda con molta attenzione a tutto ciò che accade intorno alla Cina, per cercare di comprendere il fenomeno della sua crescita. «Il rapporto con i suoi vicini è fatidico per le sorti del XXI secolo», dice Sushentsov. Se gli americani cesseranno di considerare Pechino un luogo pacifico, la Russia dovrà affrontare una scelta epocale. Scelta alla quale Vladimir Putin e i suoi non vogliono farsi trovare impreparati.
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