di Alex Marsaglia
A un mese e mezzo dalle oceaniche manifestazioni per la Palestina e contro il genocidio, giustamente ci si iniziava a interrogare dove fossero finiti tutti. Ebbene, a parziale discolpa, in questo periodo la repressione ha colpito durissimo in Italia. Giorgio Cremaschi non a caso ha parlato in merito di un sistema filo-sionista che importa fascismo, ma parallelamente si potrebbe dire che l’ondata repressiva dell’Unione Europea che prepara lo Scudo Democratico si innesta su una solida base autoritaria che verrà sempre più approfondita ed inasprita. Il ddl Sicurezza approvato lo scorso Giugno ha infatti ampliato i delitti e inasprito le pene, fornendo ampi margini al potere per esercitare repressione del dissenso sociale. E non si risentano gli amanti del securitarismo, perché per esercitare la repressione nell’ultimo mese e mezzo il potere non ha dovuto ricorrere ad alcuna nuova legge. Lo ha fatto semplicemente con la forza, senza alcun riguardo per la Costituzione, le leggi e le normative in vigore che tutelano la libera espressione e i diritti dell’uomo. Gli elementi cardine dello Stato di Diritto sono stati calpestati in più occasioni senza alcuna pietà, e poi si ha il coraggio di criticare gli “altri” Stati autoritari. Una prima volta con l’annullamento della Conferenza “Russofilia. Russofobia. Verità” del prof. Angelo d’Orsi al Polo del ‘900, quando si è apertamente censurata l’analisi stessa della censura in atto intorno a tutto ciò che è attinente alla Russia dal 2022 ad oggi.
Nell’ultima settimana sempre a Torino abbiamo assistito all’ennesimo atto barbarico di arbitrio e violenza con l’arresto dell’imam Mohamed Shahin, internato in un Cpt e in attesa del foglio di via per l’Egitto dove verrà incarcerato in quanto oppositore politico. Era in Italia come rifugiato politico, ma evidentemente l’aver espresso solidarietà al popolo palestinese definendo “il 7 ottobre un atto di resistenza” è bastato per annullare l’articolo 10 della Costituzione mettendolo dopo vent’anni sulla strada del rimpatrio. Il potere ha così colpito duro su due pilastri che hanno costituito la creazione del movimento antimperialista e anticolonialista sfociato nelle manifestazioni di settembre e ottobre. Nel frattempo però i sindacati di base, che furono tra i primi promotori di quelle agitazioni fungendo da innesco del movimento, non sono di certo stati con le mani in mano e hanno lavorato alla creazione di una piattaforma rivendicativa sulle questioni salariali (vedi: https://www.usb.it/leggi-notizia/ce-sciopero-e-sciopero-perche-ce-piattaforma-e-piattaforma-1441.html). L’obiettivo salariale su cui verte la rivendicazione della piattaforma sindacale è chiaro: trascinare le classi popolari fuori dalla povertà che sta dilagando a macchia d’olio, salvando i cosiddetti working poor che pur lavorando si trovano stretti nella morsa del combinato disposto dell’inflazione e della deflazione salariale. Se la prima è stata innescata dopo il 2022 per l’incremento dei costi energetici a causa di una politica estera scellerata, la seconda, cioè la deflazione salariale, è stata scientemente portata avanti dalla classe padronale che ha sistematicamente messo al palo gli stipendi nell’ultimo trentennio per inseguire i facili profitti della delocalizzazione. I nodi sono poi arrivati al pettine con un tracollo dei redditi e della domanda interna (vedi grafico) che attualmente stanno letteralmente facendo colare a picco il Paese, lasciandolo tra le macerie. In questo quadro l’unica risposta progettuale, un tempo si sarebbe detto di politica industriale, verte sulla conversione dell’economia civile ad economia di guerra.
Il Piano Draghi per l’Unione Europea mira esattamente alla conversione degli impianti, della produzione e a ridisegnare le filiere dell’approvvigionamento energetico per consentire di creare autonomia e autosufficienza energetica e militare per muovere guerra. Si sta insomma progettando una potente macchina bellica, finanziandola con gli strumenti dell’indebitamento comune europeo che ricadranno sulle spalle dei lavoratori dei paesi più poveri dell’Unione Europea. Ebbene, non vi è poi da stupirsi se le file per il pane incrementeranno, né se la povertà assoluta esploderà. L’economia di guerra non è un sistema economico stabile su cui poter pianificare l’economia di un Paese (figuriamoci un continente!), tanto più all’interno di un meccanismo che utilizza il debito per finanziarsi e che lo scarica sistematicamente sui più deboli facendo esplodere diseguaglianze esplosive per l’ordine sociale. L’ultimo quindicennio di lotte ci ha insegnato come funziona l’Unione Europea e l’Italia oggi ha ripreso la via della protesta e delle rivendicazioni proprio per non lasciare venga scaricato sulle spalle degli ultimi anche il peso di quest’enorme economia di guerra che le alte sfere di Bruxelles hanno deciso di finanziare, scippandoci sovranità e futuro, nonché mettendo a rischio le nostre stesse vite.
Non contenti il Governo Merz, Macron e Meloni hanno recentemente annunciato nuove campagne di coscrizione solo formalmente volontaria, in realtà dietro compenso, per avviare una nuova campagna di reclutamento tra le masse popolari sottopagate e disoccupate. Dire di no al sistema guerra oggi significa salvarci la vita per salvare il futuro della collettività. L’Italia lo sta facendo su una piattaforma rivendicativa chiara che rimette al centro la dignità del lavoro per scardinare la gabbia della deflazione salariale europea, riaffermando sovranità e giustizia sociale e rispedendo al mittente l’economia di guerra: lavorare dignitosamente significa innanzitutto non produrre e spedire armi per alimentare il fronte.
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