73 anni dal colpo di Stato della CIA e dell’MI6 in Iran: petrolio, intervento straniero e la questione della sovranità

Editoriale di Hispan TV

L’operazione clandestina, condotta congiuntamente dalla CIA statunitense e dall’MI6 britannico, si basò su una rete di politici locali, ufficiali militari corrotti e mezzi di comunicazione compiacenti, nonché su manifestazioni di piazza orchestrate. Per diversi giorni, l’Iran fu travolto dalla violenza, con omicidi, finte bombe e atti di sabotaggio. I disordini finirono per rovesciare il governo di Mosadeq.

Il colpo di Stato causò centinaia di morti, portò al successivo processo farsa a Mosadeq e inflisse un duro colpo alle già fragili istituzioni democratiche dell’Iran. Seguirono 26 anni di un governo monarchico sempre più autoritario, culminati con la Rivoluzione Islamica del 1979. L’intervento costituì inoltre un importante precedente per i successivi tentativi degli Stati Uniti e del Regno Unito di influenzare i governi stranieri, anche in Asia occidentale.


La disputa petrolifera fu all’origine del colpo di Stato

Al centro del colpo di Stato c’era il tentativo dell’Iran di riprendere il controllo delle proprie risorse naturali.

Fin dall’inizio del XX secolo, il Regno Unito aveva esercitato un controllo dominante sull’industria petrolifera iraniana attraverso l’Anglo-Iranian Oil Company (AIOC), mentre Teheran riceveva una quota insufficiente dei proventi. Il governo di Mosadeq mirava a rinegoziare tali accordi e a stabilire un maggiore controllo iraniano sulla ricchezza petrolifera del Paese.

I funzionari britannici e l’AIOC si opposero, poiché ciò avrebbe compromesso i loro piani. Vi furono promesse non mantenute in materia di sviluppo e infrastrutture, oltre a condizioni di lavoro precarie per i dipendenti iraniani. In seguito al fallimento dei negoziati, il Parlamento iraniano votò a favore della nazionalizzazione dell’industria petrolifera e della destituzione dei dirigenti stranieri corrotti.

Il Regno Unito rispose con pressioni economiche, tra cui sanzioni illegali e tentativi di impedire le esportazioni di petrolio iraniano. Le autorità britanniche confiscarono inoltre le navi cisterna che trasportavano petrolio iraniano e presero in considerazione un intervento militare nelle province sud-occidentali del Paese, dove si concentrava la produzione petrolifera.

Man mano che la crisi si aggravava, i servizi segreti britannici e statunitensi avanzarono a ritmo vertiginoso verso una strategia di “cambio di regime”. Ricorsero a reti segrete che erano state originariamente sviluppate nel contesto dei tentativi di contrastare l’influenza sovietica.

Washington e Londra presentarono pubblicamente Mosadeq come una potenziale minaccia a causa della sua vicinanza a Mosca. I sostenitori del colpo di Stato sostenevano che il suo governo rischiasse di avvicinare ancora di più l’Iran a Mosca, il che non era altro che una copertura per i loro piani strategici ed economici più ampi.

Per gli iraniani, la questione fondamentale era la sovranità del Paese. Si trattava di stabilire se l’Iran dovesse controllare le proprie risorse e negoziare con le potenze straniere a condizioni di maggiore parità. Nel frattempo, i governi occidentali temevano che la campagna di nazionalizzazione dell’Iran potesse incoraggiare altri Paesi a mettere in discussione gli accordi economici in vigore e l’influenza straniera.

La battaglia per l’opinione pubblica

La campagna non si limitò alle manovre politiche e alle strade. L’informazione e la propaganda svolsero un ruolo importante nel colpo di Stato contro Mosadeq e nel movimento di nazionalizzazione, che alla fine portò alla sua brutale destituzione.

Il servizio persiano della BBC, che operava in stretta collaborazione diplomatica con il Regno Unito, trasmise contenuti critici nei confronti della nazionalizzazione. I funzionari britannici cercarono di presentare la politica come un disastro economico, difendendo al contempo il operato dell’AIOC come datore di lavoro.

Queste affermazioni incontrarono resistenza tra gli ascoltatori iraniani, compresi i lavoratori che mettevano in discussione l’immagine dell’azienda fornita nelle trasmissioni. Alcuni si chiesero perché il Regno Unito potesse nazionalizzare industrie come quella del carbone e dell’acciaio, mentre condannava la decisione dell’Iran di nazionalizzare le proprie risorse petrolifere.

I tentativi britannici includevano anche l’uso di voci presumibilmente «iraniane» per criticare la nazionalizzazione. Secondo resoconti dell’epoca, alcuni di coloro che venivano presentati come critici iraniani erano, in realtà, cittadini britannici.

Negli Stati Uniti, Mosadeq fu anch’egli oggetto di una campagna mediatica sempre più ostile. I media statunitensi lo dipinsero come una figura autoritaria e lo paragonarono a dittatori come Hitler e Stalin, mentre la restaurazione dello Scià fu presentata come il ritorno del Paese alla stabilità.

Questa tossica campagna di disinformazione divenne una parte importante del più ampio tentativo di minare il governo di Mosadeq e di plasmare la percezione internazionale dello stesso.

Il colpo di Stato e le sue conseguenze

Il rovesciamento del governo democraticamente eletto di Mosadeq mise in luce il divario esistente tra la retorica pubblica dei governi occidentali sulla democrazia e l’autodeterminazione e la loro disponibilità a interferire e immischiarsi negli affari di altri paesi quando sono in gioco interessi strategici ed economici.

Il regime dello Scià, una volta restaurato, si trasformò in seguito in un sistema sempre più autoritario. Per gli iraniani, questa esperienza divenne un simbolo duraturo dell’ingerenza straniera e contribuì a forgiare l’opposizione politica alla brutale monarchia nei decenni successivi.

Quella storia fu fondamentale anche per il clima politico che circondò la Rivoluzione Islamica del 1979. Quando gli studenti iraniani occuparono l’ambasciata statunitense — che fungeva da centro di spionaggio — quello stesso anno, sapevano che Washington avrebbe tentato nuovamente di rovesciare il governo iraniano post-rivoluzionario. I documenti recuperati dall’ambasciata indicavano chiaramente lo spionaggio e l’ingerenza statunitensi.

La crisi si trasformò inoltre in un pesante fardello politico per il presidente statunitense Jimmy Carter e contribuì al generale deterioramento delle relazioni tra Washington e Teheran.

Da allora, i rapporti tra Stati Uniti e Iran sono rimasti profondamente conflittuali. Washington ha imposto sanzioni estese e draconiane, ha congelato i beni iraniani, ha sostenuto gruppi terroristici e separatisti anti-iraniani e ha messo in atto misure segrete volte a influenzare il corso politico dell’Iran.

Gli echi del 1953

Sebbene gli archivi declassificati della CIA confermino il coinvolgimento degli Stati Uniti e del Regno Unito, persistono le narrazioni revisioniste. Esiliati monarchici, circoli neoconservatori e autori affini tentano di reinterpretare il colpo di Stato come una «contesa interna iraniana» o di presentare Mosaddegh come un dittatore. Altri minimizzano il ruolo degli stranieri o esagerano il coinvolgimento del clero per servire le attuali agende politiche.

Tra i revisionisti di spicco figurano l’ex diplomatico pahlavi Darioush Bayandor e i controversi scrittori Abás Milani, Amir Taheri e Ray Takeyh, spesso legati a istituzioni come il WINEP e il Gatestone Institute. Durante l’amministrazione Trump, l’inviato statunitense Brian Hook ha persino fatto eco alle affermazioni secondo cui Washington non avrebbe avuto alcun ruolo nel 1953.

I media sostenuti dall’Occidente, come la BBC Persian, continuano a promuovere queste narrazioni, facendo eco allo stesso disprezzo per l’opinione pubblica iraniana espresso dai funzionari negli anni ’50.

Ancora oggi, molti funzionari britannici continuano a non essere disposti a riconoscere il ruolo evidente dell’MI6, sebbene voci come quella dell’ex ministro degli Esteri David Owen abbiano esortato Londra a confessare finalmente la verità.

Sette decenni dopo, il colpo di Stato del 1953 rimane ben più di un episodio storico. Per gli iraniani, rappresenta un esempio paradigmatico di intervento straniero, della vulnerabilità delle istituzioni democratiche di fronte alle pressioni esterne e delle conseguenze durature derivanti dal subordinare la sovranità nazionale agli interessi strategici ed economici.

Nel gennaio di quest’anno, gli stessi avversari stranieri e il loro alleato sionista hanno tentato ancora una volta di rovesciare le istituzioni democratiche dell’Iran attraverso sanguinosi disordini, un colpo di Stato contro l’establishment islamico, come ha giustamente dichiarato all’epoca il martire Leader della Rivoluzione Islamica, l’ayatollah Seyed Ali Khamenei.

(Traduzione de l'AntiDiplomatico)

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