Video editoriale di Loretta Napoleoni
La politica spettacolo ha regalato agli americani una puntata doc., Donald Trump ha finalmente nominato il successore di Powel alla guida della Riserva Federale, Kevin Warsh, e lo ha scelto nello stile del programma televisivo che un tempo The Donald conduceva The Apprentice.
Warsh è un ex governatore della Fed, critico feroce delle banche centrali, convinto che abbiano stampato troppo denaro, drogato i mercati e coperto l’irresponsabilità dei governi. Secondo lui, la Fed deve tornare a fare una cosa sola: combattere l’inflazione. Niente clima, niente disuguaglianze. Solo prezzi e credibilità.
I mercati, inizialmente, applaudono. Il dollaro sale, l’oro scende. Sospiro di sollievo: non arriverà un presidente “morbido” sull’inflazione. Ma attenzione, perché il vero nodo non è lì. Warsh ha recentemente cambiato tono. Oggi parla di un miracolo della produttività, guidato dall’intelligenza artificiale. Dice che l’AI abbasserà l’inflazione e che quindi i tassi possono scendere. È musica per le orecchie di Trump. Ma c’è una clausola nascosta.
Warsh vuole tagliare i tassi, sì. Ma allo stesso tempo vuole togliere ossigeno a Wall Street, ridurre l’enorme bilancio della Fed e costringere il settore privato a finanziare il debito americano. Tradotto: meno aiuti facili, più disciplina. E questa è una parola che Trump non ama.
Qui nasce lo scontro. Perché Trump vuole una Fed al servizio della Casa Bianca. Warsh, invece, vuole una Fed che torni a essere temuta, non amata. Indipendente, anche quando dà fastidio.
La domanda, quindi, non è se Warsh cambierà la Fed. La domanda è: quanto a lungo Trump tollererà qualcuno che gli dice di no? La storia ci insegna che il momento della rottura arriva sempre. E quando arriva, non è mai indolore.
Per ora, possiamo solo osservare. Ma una cosa è certa: la battaglia per il controllo della politica monetaria americana è appena cominciata. E le sue conseguenze non resteranno confinate negli Stati Uniti.
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