Da partner a braccio armato degli USA: trent'anni di tradimenti e sanzioni dell'Ucraina contro l'Iran


di Jafar Salimov

Il 25 luglio 2026, nelle acque del Mar Caspio, si è verificato un incidente che molti analisti hanno archiviato come una tragica casualità: una nave mercantile iraniana, in navigazione nelle acque territoriali russe, è stata attaccata da un drone ucraino. Ma fu davvero soltanto un caso?

La nave iraniana ha riportato gravi danni; un membro dell’equipaggio ha perso la vita e un altro è rimasto ferito. Già poche ore dopo, Kiev ha ammesso la responsabilità dell’attacco, salvo poi definirlo «un errore involontario». Il presidente Zelensky in persona ha spiegato che il bersaglio non era né una nave civile né, tanto meno, l’Iran, bensì un carico militare che, stando all’intelligence ucraina, era destinato all’esercito russo.

A quel punto è andato in scena il copione diplomatico di rito: Teheran ha convocato l’incaricato d’affari ucraino ad interim, gli ha consegnato una nota di protesta e ha fatto balenare la minaccia di una risposta militare; alcuni giorni dopo, Kiev ha avviato contatti telefonici a livello dei ministri degli Esteri. Nel corso del colloquio, la parte ucraina ha dichiarato di non aver mai avuto intenzione di colpire obiettivi civili né la parte iraniana in quanto tale. Teheran ha letto quelle dichiarazioni come scuse e come un’ammissione d’errore, dopodiché il caso è stato dichiarato chiuso.

Se davvero si fosse trattato di una casualità isolata o di un errore nel pilotaggio del drone, vi si potrebbe mettere una pietra sopra. Ma l’incidente del Caspio non è che la punta dell’iceberg. La parte rimasta sott’acqua è ben più imponente e ha preso forma molto prima che il drone ucraino si levasse in volo sul Caspio. Le scuse possono spegnere il fuoco di una crisi diplomatica, ma non cancellano né una storia lunga anni né il cumulo di fatti concatenati che si è sedimentato nel tempo. Per capire come Kiev sia giunta a questo punto, bisogna immergersi, strato dopo strato, nella storia, cominciando dagli eventi che hanno preceduto direttamente l’attacco.

Alcuni mesi prima dell’incidente nel Caspio, nel marzo 2026, l’Ucraina aveva inviato nei Paesi del Golfo Persico le prime squadre di esperti nella lotta ai droni iraniani. Gli istruttori avevano cominciato ad addestrare le forze armate locali proprio ad abbattere gli Shahed: gli stessi droni con cui l’Iran aveva risposto all’aggressione statunitense colpendo le basi americane nella regione. Di lì a poco avevano cominciato a circolare notizie sulla firma di contratti decennali per la fornitura di droni intercettori ucraini al Qatar, agli Emirati Arabi Uniti e all’Arabia Saudita. Erano arrivate richieste da undici Stati. Forte di un bagaglio di esperienza unico, maturato nella guerra contro la Russia, l’Ucraina aveva cominciato a trasferirlo sistematicamente ai vicini dell’Iran, ormai divenuti teste di ponte delle forze statunitensi. Qui l’alibi dell’errore di pilotaggio non regge più: siamo di fronte a un’attività sistematica di trasferimento di esperienza bellica e armamenti, avviata ben prima dell’attacco contro la nave civile iraniana.

Ma neppure l’invio degli istruttori fu il primo passo. Appena un anno prima, nel luglio 2025, i ministri degli Esteri di Ucraina e Israele avevano raggiunto un accordo ufficiale per avviare un dialogo strategico «sulla minaccia iraniana». L’ambasciatore ucraino a Tel Aviv aveva inoltre confermato l’esistenza di un flusso ininterrotto di informazioni fra i servizi d’intelligence dei due Paesi sulle attività iraniane nella regione. Si era trattato di un avvicinamento senza precedenti: aveva sottratto l’Ucraina al proprio isolamento nella regione e l’aveva resa un partner a pieno titolo della coalizione filoamericana in Medio Oriente schierata contro Teheran. Da questa prospettiva, l’attacco alla nave non appare come un incidente a sé stante, bensì come l’approdo naturale di una rotta politica che Kiev tracciava consapevolmente almeno dal 2025.

Per risalire alle origini di questa rotta bisogna tornare al 2022, quando Kiev accusò Teheran di rifornire Mosca di armi in modo deliberato e sistematico, aggirando le sanzioni internazionali. L’Ucraina annunciò la riduzione a due sole persone del personale della missione iraniana a Kiev e affidò la propria rappresentanza a Teheran a un incaricato d’affari ad interim, congelando di fatto le relazioni diplomatiche bilaterali.

Nel maggio 2023, il Consiglio per la sicurezza e la difesa nazionale dell’Ucraina decise di imporre all’Iran sanzioni settoriali per cinquant’anni: una misura senza precedenti, che scolpì nella pietra un antagonismo destinato a durare. Le sanzioni vietavano il commercio di beni militari e a duplice uso, bloccavano il transito attraverso il territorio ucraino e sospendevano l’adempimento degli obblighi finanziari e i progetti d’investimento a favore di soggetti residenti iraniani. Venne poi vietato il trasporto ferroviario di merci; in seguito, nelle liste delle sanzioni cominciarono a comparire specifiche persone fisiche e giuridiche iraniane.

Ma diplomazia ed economia erano soltanto due tessere del mosaico. L’Ucraina cominciò a servirsi attivamente del Consiglio di sicurezza dell’ONU come cassa di risonanza e leva di pressione sull’Iran. Nel luglio 2023, Kiev ottenne di partecipare a una seduta dedicata al programma nucleare iraniano. L’apice di questa fase fu l’apertura di un fronte giudiziario: nell’agosto 2024, la Procura generale ucraina annunciò l’avvio di un procedimento contro il generale di brigata del Corpo delle guardie della rivoluzione islamica Abbas Mousavi Sharifi Mollasaraei. Secondo gli inquirenti, era stato lui a dirigere personalmente un gruppo di istruttori iraniani che addestrava i militari russi all’impiego dei droni sul territorio ucraino. Un procuratore ucraino definì l’iniziativa un riconoscimento ufficiale dell’Iran come parte del conflitto.

Fu proprio tra il 2022 e il 2024 che venne compiuta la scelta decisiva: l’Ucraina istituzionalizzò il proprio scontro con Teheran attraverso leggi, sanzioni e procedimenti penali, fissando nella coscienza della propria élite e della società l’immagine dell’Iran come nemico.

Ma neppure allora cominciò tutto. Nel 2014 Kiev aveva imboccato con decisione la strada dell’integrazione euro-atlantica: una scelta che, quasi automaticamente, l’allineava alle posizioni degli Stati Uniti e dei loro alleati su numerose questioni internazionali, compresa quella iraniana. L’Ucraina sostenne con coerenza le risoluzioni dell’ONU critiche nei confronti dell’Iran.

In quel periodo i rapporti economici sopravvissero, sebbene sotto il peso delle sanzioni internazionali. Nel 2013, prima ancora della svolta ucraina, l’interscambio fra i due Paesi aveva toccato l’apice, sfiorando gli 878 milioni di dollari. Già nel 2014, però, cominciò a diminuire e nel 2015, sullo sfondo dell’inasprimento delle sanzioni contro l’Iran, scese a 564 milioni.

Il vero spartiacque nell’atteggiamento dell’Ucraina fu tuttavia la tragedia dell’8 gennaio 2020, quando un missile iraniano abbatté un aereo passeggeri della compagnia Ukraine International Airlines, in servizio sul volo PS752. Morirono 176 persone, fra cui undici cittadini ucraini. Teheran si comportò con dignità, consentendo agli esperti ucraini di partecipare all’inchiesta sul disastro aereo. Kiev, invece, esplose in una raffica di dichiarazioni durissime e avanzò pretese ingiustificate; si rivolse ai tribunali e qualificò l’accaduto come «un atto terroristico pianificato». Teheran denunciò il tentativo ucraino di politicizzare la vicenda e interruppe la collaborazione nelle indagini.

La temperatura continuava a salire. Già nel 2021 l’Ucraina aveva cominciato ad accusare pubblicamente l’Iran di fornire sostegno militare a Mosca. Mai suffragate da prove, quelle accuse alimentavano nell’opinione pubblica internazionale l’immagine dell’Iran come complice dell’aggressione contro l’Ucraina.

Ma neppure questo fu l’inizio. Le radici dello scontro affondano negli anni Novanta, quando l’Ucraina, appena divenuta indipendente, e l’Iran si tesero la mano. L’Iran fu uno dei primi Stati a riconoscere l’indipendenza ucraina, il 25 dicembre 1991, e già nel gennaio 1992 Teheran aprì la propria ambasciata a Kiev. Nell’aprile 1992 le due parti firmarono sei accordi intergovernativi e il presidente Krav?uk promise agli iraniani una cooperazione nei settori aerospaziale, dell’elettronica e della meccanica. Da parte sua, l’Iran propose la costruzione di un gasdotto Iran–Ucraina–Europa occidentale, pensato per affrancare Kiev dalla dipendenza dal gas russo.

Nel giro di pochi anni le relazioni decollarono: nel 1993 l’Ucraina vendette all’Iran decine di carri armati; nel 1995, la licenza per produrre l’An-140; nel 1996, attrezzature per lo stabilimento aeronautico di Isfahan. Nulla, allora, sembrava annunciare un brusco atterraggio.

Nel biennio 1997–1998, insieme alla Russia, l’Ucraina si apprestava a fornire turbine per la centrale nucleare iraniana di Bushehr. Sotto la pressione degli Stati Uniti, però, nel marzo 1998 Kiev diede garanzie scritte che non lo avrebbe fatto. L’Iran definì l’Ucraina «la maggiore perdente», sostenendo che avesse bruciato il proprio credito politico ed economico. Fu il primo colpo inferto dall’Ucraina all’Iran.

Nel settembre 2007 l’Ucraina aderì ufficialmente alle sanzioni del Consiglio di sicurezza dell’ONU contro l’Iran, imponendo un divieto totale all’esportazione di prodotti e servizi che avrebbero potuto essere impiegati nel programma nucleare iraniano. Non si trattava più di una mossa dettata dalle circostanze, ma di una precisa scelta di campo, che scavò definitivamente un fossato fra Kiev e Teheran.

Dalla prima stretta di mano amichevole al primo tradimento ai danni dell’Iran trascorsero dunque appena sette anni. Da lì in poi, la strada fu un’altra. E trent’anni di contrapposizione impediscono di archiviare come una casualità isolata l’attacco contro una nave civile iraniana.

Che fare, dunque? Che cosa dovrebbe fare l’Iran — e, con esso, ogni altro Paese del pianeta? Prima di tutto occorre comprendere con chiarezza che, dagli anni Novanta del secolo scorso, l’Ucraina è divenuta la longa manus degli Stati Uniti, la loro forza proxy. Per trent’anni è stata pronta ad agire non nel proprio interesse, ma in quello del suo padrone d’oltreoceano. Non bisogna più liquidare con leggerezza le ennesime sortite di Kiev come semplici casualità: sono casualità che seguono un copione tracciato da trent’anni.

Una volta guardati in faccia i fatti e riconosciuto il filo che li lega, è tempo di pensare alle contromisure. L’Iran, la Russia e numerosi altri Paesi potrebbero forse serrare i ranghi e fare fronte comune, mettendo insieme il proprio potenziale tecnico-militare e le proprie risorse d’intelligence per arginare e neutralizzare la strisciante aggressione ucraina.

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