Dal 1990, niente proclamazione per il Native American Heritage Month 2025

08 Novembre 2025 12:00 Raffaella Milandri

Novembre 2025: un mese che dovrebbe risuonare di voci ancestrali, di tamburi che battono il ritmo della resilienza indigena, di storie che sfidano l'oblio coloniale. Invece, per la prima volta dal 1990, la Casa Bianca ha scelto il silenzio formale, sostituendo la tradizionale Presidential Proclamation con un semplice "Message" pubblicato il 4 novembre. Un gesto che non proclama, non archivia nel Federal Register, non impegna: un sussurro burocratico che evoca "contributi duraturi" e "America 250", ma ignora il peso del genocidio, delle terre rubate, delle lingue soffocate.

In un'era di revisionismo trumpiano, questo arretramento non è un lapsus – è un atto politico che riecheggia l'agenda anti-DEI (Diversity, Equity, Inclusion), con memorandum che limitano le "special observances" e pulizie digitali che cancellano contenuti inclusivi.

Eppure, il Native American Heritage Month vive: nei powwow urbani, nelle riserve che resistono, nelle proclamazioni statali come quella del Michigan. Qui in Italia, dove l'imperialismo USA si insinua nei nostri consumi culturali, questo silenzio ci interpella. Da anni, come attivista e studiosa, lotto per decolonizzare lo sguardo: è necessario rompere questo silenzio mediatico. Non con pietismi, ma con rigore emotivo – voci native nei nostri microfoni, libri indigeni nelle nostre pagine, radio che amplificano il grido di John Trudell o Joy Harjo. Perché se l'istituzione arretra, avanziamo noi: con libri che aprono passaggi, radio che tessono relazioni, un invito alla rivoluzione culturale contro l'oblio. Un ponte verso un mondo dove "Mitakuye Oyasin" – siamo tutti connessi – non è slogan, ma urgenza etica.

Il Cambio di Cornice: Dall'Assenza della Proclamazione al Message del 4 Novembre Immaginate un novembre avvolto nel gelo istituzionale: per 35 anni, dal 1990, ogni presidente USA (incluso Trump nel suo precedente mandato) ha emesso una Proclamation per il Native American Heritage Month, un atto formale che dichiarava novembre come mese di riconoscimento per i contributi, le culture e le storie dei Popoli Nativi. Nel 2025, sotto l'amministrazione Trump, questo rituale si spezza. Al posto della Proclamation – un documento numerato, firmato e archiviato nel Federal Register – arriva un "Presidential Message" il 4 novembre, pubblicato nella sezione Briefings & Statements del sito della Casa Bianca. Non è un proclama: è un testo cerimoniale, privo di peso legale, che non impegna risorse federali né segna un impegno ufficiale. Questo "downgrade" non è casuale. Già a gennaio 2025, un memorandum della Defense Intelligence Agency (DIA) ha sospeso undici "special observances", inclusa l'osservanza interna del Native American Heritage Month, limitando l'uso di fondi e tempo ufficiale per eventi identitari

A febbraio, un "digital content refresh" ha rimosso contenuti DEI dai siti governativi, inclusi quelli legati alle comunità indigene. Il Message del 4 novembre apre con toni celebrativi: "Celebriamo i contributi duraturi dei Nativi Americani alla grandezza della nostra Nazione", legandoli a principi come libertà e rule of law, in vista di America 250 (il 250° anniversario dell'Indipendenza nel 2026)

Ma sotto la patina, emergono priorità: il riconoscimento della Lumbee Tribe (via memorandum del 23 gennaio 2025) e l'"educational freedom" per studenti nativi, che permette fondi pubblici per scuole private o charter, spesso religiose – un'agenda che mescola sovranità tribale con deregulation conservatrice. L'emozione qui è palpabile: pensate a un anziano Lakota che, nei powwow di novembre, attende un riconoscimento nazionale, solo per trovarlo diluito in un messaggio vago. Questo silenzio non cancella il Month – proclamazioni statali come quella del Michigan lo mantengono vivo – ma segnala un arretramento geopolitico, un'eco dell'imperialismo che ha sempre marginalizzato i Nativi. In Italia, dove consumiamo narrazioni USA senza filtri, questo ci interpella: è tempo di alzare la voce, trasformando il silenzio in dialogo.

Il Contenuto del Message e le Sue Implicazioni: Tra Celebrazione e Revisionismo

Il Presidential Message del 4 novembre 2025 è un testo breve, cerimoniale, che rivendica l'impegno per i Nativi ma con un'ottica selettiva. Celebra "contributi duraturi" e richiama America 250, ma evita menzioni dirette al genocidio, ai trattati traditi o alle lotte attuali per la sovranità. Invece, enfatizza la Lumbee Tribe – un riconoscimento federale in stallo da decenni – e l'"educational freedom", permettendo a famiglie native di usare fondi pubblici per scuole non federali, inclusi istituti privati o religiosi

È un messaggio che suona inclusivo, ma nasconde un'agenda conservatrice: deregolamentare l'istruzione indigena, spesso gestita dal Bureau of Indian Education (BIE), per favorire opzioni "libere" che potrebbero erodere il controllo tribale. Le implicazioni sono profonde e emozionanti: immaginate una madre Navajo che lotta per preservare la lingua diné nelle scuole tribali, solo per vedere fondi deviati verso charter schools che privilegiano curricula mainstream. Questo non è solo burocratico – è un'erosione culturale, un'eco del boarding school system che strappava bambini nativi alle famiglie per "civilizzarli". In un contesto anti-DEI, con la pausa sulle "special observances" al Dipartimento della Difesa, il Message riflette un revisionismo che riduce i Nativi a "contributori" alla "grandezza americana", ignorando il debito storico dell'America verso terre e vite indigene. Geopoliticamente, è un atto anti-imperialista mancato: mentre Biden nel 2024 proclamava enfasi su lingue e trattati, Trump opta per un minimalismo che allinea con la sua retorica "America First", dove l'indigeno è accessorio. Ma l'emozione vince: nei cuori nativi, novembre rimane sacro – un mese per powwow, storie orali, resistenza. Per noi in Italia, è un invito a non replicare questo silenzio: nei nostri media, diamo spazio a voci come quelle di questa rubrica, che decolonizza il nostro sguardo, ricordandoci che il vero heritage è vivo, non un proclama formale.

La Storia del Native American Heritage Month: Da Radici Locali a Celebrazione Nazionale

Le origini del Native American Heritage Month affondano in un suolo fertile di resistenza indigena, non in un decreto dall'alto. Nel 1916, New York istituisce l'"American Indian Day" grazie a leader come Arthur C. Parker (Seneca) e Red Fox James (Blackfeet), che spingono per un riconoscimento statale contro l'assimilazione forzata

Negli anni '20-'30, altri Stati seguono, ma è il bicentenario USA del 1976 a elevare la "Native American Awareness Week" con proclamazione di Ford. Negli '80, Reagan estende a novembre, e nel 1990 Bush proclama il primo Month nazionale con la Proclamation 6230.

Questo Month non è folklore: è uno spazio per educare su sovranità, trattati come quello di Fort Laramie (tradito), contributi invisibili come i code talkers. Dal 2009, include la "Native American Heritage Day" post-Thanksgiving, un atto di ironia storica – celebrare i Nativi dopo una festa che mitizza il colonialismo. Emozionalmente, è commovente: pensate a un bambino Cherokee che impara la sua storia in scuola, o a un powwow dove lingue come il Navajo riecheggiano. Geopoliticamente, è anti-imperialista: sfida il mito dell'"America vuota", ricordando che i Nativi sono Nazioni sovrane. Nel 2025, l'assenza federale amplifica questa storia – non un vuoto, ma un'opportunità per comunità indigene di reclamare il narrative, come nei festival che uniscono arte e attivismo. In Italia, dove romanticizziamo i Nativi come "selvaggi nobili", questo Month ci chiama a un rigore emotivo: leggiamo autori come Louise Erdrich, ascoltiamo radio che amplificano queste voci.

Il Contesto Politico: Memorandum, Limitazioni DEI e l'Agenda Anti-Indigena

Il silenzio del 2025 non è isolato: a gennaio, la DIA sospende "special observances" inclusa l'Heritage Month, limitando risorse ufficiali

A febbraio, un "digital refresh" rimuove contenuti DEI dai siti governativi, un'epurazione che colpisce narrazioni indigene. Questo allinea con l'agenda Trump: deregulation che minaccia terre native (es. oleodotti), e un "America First" che ignora debiti storici. Emozionalmente, è straziante: immaginate un veterano nativo, code talker discendente, privato di riconoscimento militare. Geopoliticamente, è imperialismo soft: erode sovranità indigena, favorendo "educational freedom" che privatizza istruzione tribale, rischiando perdita culturale. In un mondo dove il clima devasta riserve, questo silenzio amplifica ingiustizie. Per l'Italia, è un monito: i nostri media spesso replicano stereotipi USA. Rompiamolo con rigore: libri che decolonizzano, radio che danno voce.

Rompere il Silenzio: Cinque Gesti Concreti per Celebrare in Italia Se la Casa Bianca tace, noi parliamo:

    1. Adotta una parola: Media e scuole, usate e spiegate termini nativi – "Mitakuye Oyasin" (Lakota: siamo connessi) – per connettere lettori a cosmologie indigene.
    2. La vetrina che orienta: Librerie, biblioteche e programmi TV, dedicate spazi a autori nativi come Vine Deloria Jr.
    3. Apri il microfono: Radio, ospiti nativi o esperti italiani di nativi per condividere canti o storie.
    4. Porta la storia sui giornali: Articoli su trattati, citando poesie di John Trudell per emozionare.
    5. Sostieni il vivente: Appoggia progetti per lingue indigene, donando a fondi per archivi orali.

Questi gesti non sono carità: sono resistenza emotiva contro il silenzio.

Conclusione: Voci, Libri e Radio come Strumenti di Resistenza Anti-Imperialista

Il Native American Heritage Month 2025, senza proclamazione, è un campanello d'allarme: l'imperialismo non proclama, cancella. Ma le voci native persistono – nei libri che decolonizzano, nelle radio che amplificano, nei media che rompono silenzi. In Italia, sosteniamo questo: anche con questa rubrica e condividendone il messaggio. L'appello è chiaro: se l'America tace, noi gridiamo. Perché la vera heritage è resistenza – e noi, connessi, possiamo esserne parte.

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