di Fabrizio Verde
Mercoledì 10 dicembre 2025, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha annunciato pubblicamente il sequestro di una petroliera nelle acque adiacenti al Venezuela, dichiarando senza alcun imbarazzo: “Beh, ce la teniamo, immagino”. Con queste parole, pronunciate con un tono quasi scherzoso davanti ai giornalisti, Washington ha dato il via a un’operazione che Caracas ha immediatamente definito “palese furto” e “atto di pirateria internazionale”. Si tratta di un episodio che non solo viola i fondamenti del diritto marittimo internazionale, ma che smaschera con rara chiarezza le vere intenzioni strategiche ed economiche che da anni animano l’aggressività statunitense nei confronti della Repubblica Bolivariana del Venezuela.
???? Trump sobre el petrolero incautado a Venezuela:
— Extra News Mundo (@extranewsmundo) December 11, 2025
“Nos vamos a quedar con el petróleo”.
El mandatario presume del buque: “El más grande que se haya visto nunca”.
Venezuela alerta de una agresión militar y denuncia que Washington busca apropiarse de recursos regionales.#Trump… pic.twitter.com/OOb7xY0ExN
Il comunicato ufficiale del governo venezuelano, diffuso dal ministro degli Esteri Yván Gil, sottolinea che non si tratta di un’azione isolata. Già durante la campagna elettorale del 2024, Trump aveva dichiarato apertamente che il suo obiettivo era “impadronirsi del petrolio venezuelano senza versare alcun compenso in cambio”. Questa ammissione, unita al furto spacciato per sequestro, non lascia dubbi: la cosiddetta “politica di pressione” contro Caracas non è mai stata motivata da preoccupazioni umanitarie, democratiche o di sicurezza, ma da un piano deliberato di saccheggio delle risorse energetiche del paese sudamericano, che possiede le più vaste riserve petrolifere accertate al mondo. Senza dimenticare altre risporse come oro, minerali e acqua dolce di cui il Venezuela è ricco.
#COMUNICADO | La República Bolivariana de Venezuela denuncia y repudia enérgicamente lo que constituye un robo descarado y un acto de piratería internacional, anunciado de manera pública por el presidente de los Estados Unidos, quien confesó el asalto de un buque petrolero en el… pic.twitter.com/a5IFcSRQkp
— teleSUR TV (@teleSURtv) December 10, 2025
L’operazione, condotta da unità del Federal Bureau of Investigation (FBI), della Homeland Security Investigations (HSI), della Guardia Costiera e del Dipartimento della Difesa, è stata immortalata in un video pubblicato dalla stessa procuratrice generale USA, Pam Bondi. Le immagini mostrano un elicottero militare statunitense che si posiziona sopra la nave, da cui scendono agenti armati che irrompono a bordo. Nessuna autorizzazione internazionale, nessun mandato emesso da un tribunale neutrale, nessuna prova presentata pubblicamente: soltanto una forza armata che si appropria arbitrariamente di un bene che, come evidenzia Caracas, appartiene al popolo venezuelano.
????Estados Unidos difunde video de piratería contra tanquero en costas venezolanas
— teleSUR TV (@teleSURtv) December 10, 2025
????La fiscal Pam Bondi difundió imágenes de la incautación de un petrolero, acción que se enmarca en la escalada militar de Washington y las denuncias venezolanas sobre agresiones en el Caribe.… pic.twitter.com/nwkh25k8g8
Washington ha giustificato l’azione come una “procedura giudiziaria esecutiva contro una nave apolide”, sostenendo che il petrolio trasportato sarebbe stato oggetto di sanzioni. Tuttavia, questa motivazione appare fragile, se non pretestuosa. In primo luogo, il concetto di “nave apolide” è spesso usato in modo strumentale per eludere le norme sulla sovranità e la protezione dei beni statali. In secondo luogo, il governo venezuelano ricorda che lo stesso Stato nordamericano, attraverso la compagnia Chevron, continua a operare legalmente in Venezuela e a comprare petrolio venezuelano grazie a licenze speciali concesse dal Tesoro statunitense. Come osserva il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov: “Chevron opera in Venezuela e acquista petrolio venezuelano. Allora, quali volumi ‘illegali’ di greggio erano su quella nave? È una domanda che va chiarita”.
La reazione internazionale è stata netta e articolata. L’Iran ha condannato “l’azione illegale e ingiustificata” degli Stati Uniti, definendola una “grave violazione del diritto internazionale” e un tentativo di “promuovere l’anarchia”. Cuba, attraverso il suo ministro degli Esteri Bruno Rodríguez, ha denunciato un “vile atto di pirateria”, in palese violazione della libertà di navigazione e del libero commercio. La Russia, invece, ha scelto un tono più diplomatico ma altrettanto fermo: Lavrov ha chiesto trasparenza sulle basi legali dell’operazione e ha ribadito che questioni come la sicurezza marittima devono essere affrontate collettivamente, non tramite “azioni unilaterali che impongono fatti compiuti”. Nella stessa giornata, il presidente Vladimir Putin ha avuto un colloquio telefonico con il suo omologo venezuelano Nicolás Maduro, nel quale ha espresso solidarietà a Caracas e ha riaffermato l’impegno a sviluppare cooperazioni strategiche nei settori energetico, finanziario e commerciale.
Anche in America Latina la condanna verso le azioni ostili degli USA è significativa. Sebbene con toni cauti, governi come quelli di Colombia, Messico e Brasile hanno espresso preoccupazione per l’escalation militare statunitense e hanno ricordato l’importanza del principio di non ingerenza negli affari interni degli Stati. Parallelamente, l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Diritti Umani ha criticato le recenti operazioni navali USA, definendole “esecuzioni sommarie” che violano il diritto internazionale umanitario. A rendere ancora più inquietante il contesto è il fatto che, secondo le stesse agenzie degli Stati Uniti come la Drug Enforcement Administration (DEA), la rotta venezuelana rappresenta meno del 20% del traffico di droga diretto negli Stati Uniti, con oltre l’80% delle sostanze che entra via Pacifico. I bombardamenti condotti da Washington contro presunte “narcoimbarcazioni” - che hanno causato la morte di oltre ottanta persone - appaiono dunque come una copertura per operazioni di natura ben diversa. In quest’ottica il furto della petroliera venezuelana può essere definito paradigmatico.
La acción ilegal del gobierno de Estados Unidos para incautar un buque petrolero venezolano sin ninguna razón justificada y legal en el Mar #Caribe es una grave violación de las leyes y normas internacionales, incluyendo el principio inviolable de la libertad de los mares y la… pic.twitter.com/QHEWZPUYi7
— Embajada de la R. I. de Irán en Venezuela (@Eiranencaracas) December 11, 2025
Già dal mese di agosto, infatti, gli Stati Uniti hanno mantenuto un imponente schieramento militare al largo delle coste venezuelane: cacciatorpediniere, un sottomarino nucleare, caccia da combatimento e truppe speciali, ufficialmente mobilitati nell’ambito dell’“Operazione Lancia del Sud”, presentata come anti-narcotraffico. Ma Caracas non crede a questa narrazione. Il ministro della Difesa venezuelano, Vladimir Padrino López, ha più volte avvertito: “L’imperialismo vuole dominare e fare suo questo continente”. E ha lanciato un monito all’intera regione: “Allerta, Venezuela! Allerta, America Latina!”. Secondo il governo bolivariano, il vero obiettivo è un cambio di regime finalizzato all’appropriazione di risorse strategiche: petrolio, gas, oro, persino acqua.
Ma allora, perché proprio ora? Perché gli Stati Uniti sembrano disposti a mettere in discussione la propria credibilità internazionale per un ingente carico di petrolio?
La risposta va cercata nei dati economici più recenti sul futuro dell’industria estrattiva statunitense. Secondo un rapporto dell’Enverus Intelligence Research pubblicato nel dicembre 2025, il costo marginale del petrolio da scisto negli Stati Uniti - finora pilastro dell’indipendenza energetica statunitense - è destinato a salire in modo drammatico. Si passerebbe dagli attuali 70 dollari al barile a ben 95 dollari entro la metà degli anni Trenta. Questo incremento è dovuto all’esaurimento progressivo dei giacimenti più ricchi e accessibili (il cosiddetto “core inventory”) e al conseguente spostamento verso aree più speculative e costose da sfruttare.
Alex Ljubojevic, direttore di Enverus, ha dichiarato: “L’egemonia del Nord America nel soddisfare la crescita della domanda globale di petrolio sta venendo meno. Nei prossimi dieci anni, il suo contributo scenderà al di sotto del 50%, a differenza del decennio precedente, in cui ha coperto oltre il 100% della domanda aggiuntiva”. In altre parole, il “miracolo dello shale oil” sta esaurendo la sua spinta. Eppure, la domanda mondiale di energia continua a crescere. In questo contesto strategico, il Venezuela - con le sue riserve petrolifere stimate in oltre 300 miliardi di barili - diventa un’opportunità troppo grande per essere ignorata.
Non a caso, Trump ha esultato per le dimensioni della petroliera sequestrata: “Una nave grande. Molto grande. La più grande che si sia mai vista”. E ha aggiunto con ambiguità: “Stanno accadendo altre cose che vedrete presto”. Queste parole, unite all’annuncio esplicito di voler trattenere il carico di greggio, rivelano una logica predatoria che non ha più bisogno di nascondersi dietro la retorica sui diritti umani o sulla democrazia. Come ha affermato la vicepresidente venezuelana Delcy Rodríguez: “Cadono le maschere. La verità è stata svelata. L’obiettivo reale degli Stati Uniti è il petrolio del Venezuela: rubarlo e appropriarsene illegittimamente, senza pagare nulla”.
A rendere ancora più complessa la situazione è il coinvolgimento diretto di attori dell’opposizione venezuelana in questa partita geopolitica. Il segretario generale del Partito Socialista Unido del Venezuela (PSUV), Diosdado Cabello, ha rivelato che la multinazionale ExxonMobil avrebbe finanziato con tre milioni di euro la logistica del viaggio di María Corina Machado in Norvegia per il premio Nobel, coprendo spese per oltre duecento persone tra familiari, giornalisti, influencer e politici di destra. Secondo Cabello, Machado avrebbe promesso alla compagnia di ripagarla con petrolio venezuelano, legando così il proprio progetto politico a interessi estranei alla sovranità nazionale. Questo episodio, denunciato a giusta ragione come un tentativo di “svendere il patrimonio nazionale in cambio di appoggio internazionale”, mostra quanto il conflitto in Venezuela non sia più solo interno, ma una battaglia globale per il controllo delle risorse energetiche del futuro.
In ultima analisi, il sequestro della petroliera non è un semplice atto di forza: è un sintomo di un mutamento strutturale nelle strategie imperiali nordamericane. Di fronte al declino della propria capacità produttiva che hanno reso gli un paese esportatore invece che importatore di petrolio, Washington non esita a ricorrere a forme di appropriazione diretta, bypassando il diritto internazionale e legittimando l’uso della forza come strumento di politica commerciale. Questo episodio, se non fermato, potrebbe aprire la strada a un nuovo ciclo di colonialismo energetico, dove la sovranità dei popoli del Sud del mondo viene calpestata a vantaggio di poche multinazionali e di un’agenda geopolitica unilaterale. Il Venezuela, sostenuto da una crescente solidarietà internazionale, si trova oggi in prima linea nella difesa di un principio fondamentale: le risorse naturali appartengono a chi le possiede, non a chi ha le navi più potenti. E come ha affermato Diosdado Cabello: “Contro la dignità di un popolo non possono vincere né le bombe, né i missili, né la guerra psicologica”.
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