di Raffaella Milandri per l'AntiDiplomatico
Scrivo queste righe con un disagio che è anche rabbia. Non perché mi stupisca la violenza del linguaggio politico americano — la conosco, la studio, la racconto — ma perché qui non siamo davanti alla solita provocazione “da social”. Qui un candidato a una carica statale reale, con potere su energia, territorio e risorse, usa parole e fantasie di espulsione che colpiscono il cuore stesso della presenza indigena nel continente. E quando qualcuno “scherza” con l’idea di deportare chi è originario di quella terra, non sta facendo satira: sta riattivando un immaginario coloniale che ha già prodotto rimozioni forzate, leggi di annientamento culturale, e secoli di espropriazione.
Che cosa è successo (e perché non è “solo Internet”)
Bo French — candidato repubblicano al Texas Railroad Commissioner — ha pubblicato su X diversi post in cui invoca “denaturalizzazione” e “deportazione”, usando un lessico apertamente razzista, “selvaggi del terzo mondo” (“third world savages”) e associandolo a chi, nelle sue parole, sarebbe stato “conquistato” ma avrebbe “una nazione dentro la nostra nazione”. È un linguaggio che, nel contesto, prende di mira direttamente le Nazioni e i popoli indigeni, trattandoli come un corpo estraneo da rimuovere invece che come comunità sovrane e originarie. Il punto politico, però, non è soltanto l’insulto. È la cornice: la proposta implicita di trasformare l’esistenza indigena in un problema di “appartenenza nazionale” da risolvere con espulsioni, come se la storia potesse essere riscritta con un click.
Perché questa candidatura pesa: il Texas Railroad Commission decide su energia, terra, risorse
La carica per cui French corre non è simbolica. La Railroad Commission of Texas è l’agenzia statale con giurisdizione primaria su petrolio e gas, trasporto via oleodotti, infrastrutture critiche del gas, utility del gas, GPL, e perfino attività di estrazione di carbone e uranio in superficie. In altre parole: chi siede lì influenza regole, permessi, controlli, sanzioni, e scelte che hanno impatti materiali su territorio, acqua, sicurezza ambientale e rapporti di potere tra comunità e industria energetica. Ecco perché la retorica “coloniale” non è un dettaglio: quando la mentalità è quella dell’esclusione e della supremazia, le politiche su terra e risorse diventano un campo minato per chi già paga — storicamente — il prezzo dell’estrazione. Secondo una guida elettorale del Texas Tribune, Bo French risulta tra i repubblicani in corsa nella primary 2026 per quel seggio. Le primarie texane sono fissate per il 3 marzo 2026, con eventuale runoff il 26 maggio 2026.
Non è un episodio isolato: un profilo costruito sull’incendio culturale
Negli ultimi mesi e anni, French è stato ripetutamente associato a uscite pubbliche incendiarie. Nel 2025 è finito al centro di una bufera dopo un sondaggio sui social (“chi è una minaccia maggiore: ebrei o musulmani?”), che ha innescato condanne e pressioni politiche per le dimissioni.
Di recente ha anche ritirato la partecipazione a un evento politico perché ospitato in un centro islamico, parlando di “Islamization” del Texas e rilanciando posizioni anti-musulmane come cavallo di battaglia elettorale. E la retorica della “deportazione” torna anche come intimidazione: in un altro post su X, French ha definito un giornalista “da deportare” (“soon to be deported”). Non è ancora “deportare i nativi”, certo. Ma è la stessa grammatica: trasformare chi dissente — o chi racconta — in qualcuno da espellere.
Cosa sappiamo con certezza
Cosa non risulta (al momento, da fonti verificabili)
La realtà che la retorica cancella: i nativi non sono “ospiti” deportabili
Qui serve dirlo con nettezza, senza retorica e senza “equidistanze” fittizie.
La deportazione dei popoli indigeni, oltre a essere moralmente mostruosa, è giuridicamente e storicamente una fantasia tossica: richiama la rimozione forzata, ma la traveste da “procedura amministrativa”.
Perché dobbiamo arrabbiarci (e non solo “indignarci”)
Perché questa storia parla di potere. E il potere non sta nel tweet: sta nell’urna, nelle regole energetiche, nelle scelte sulle infrastrutture, nei permessi, nelle ispezioni, nella capacità di far pesare una visione del mondo — inclusiva o espulsiva — sulla materia prima del futuro.
Quando un candidato rispolvera l’idea che esista gente “conquistata” che andrebbe rimessa “al suo posto”, non sta facendo campagna elettorale: sta testando quanto regge, oggi, la tentazione coloniale. E ogni volta che quella tentazione passa senza costo politico, il terreno si prepara per politiche più dure, più discriminatorie, più violente — spesso proprio dove il denaro dell’energia incontra la fragilità delle comunità.
Rabbia, sì. Ma una rabbia utile: lucida, documentata, capace di trasformarsi in attenzione, pressione pubblica, memoria storica e solidarietà concreta.
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