Dalle offese ai nativi al controllo del petrolio: perché il caso Bo French agita il Texas

19 Febbraio 2026 12:00 Raffaella Milandri

di Raffaella Milandri per l'AntiDiplomatico

Scrivo queste righe con un disagio che è anche rabbia. Non perché mi stupisca la violenza del linguaggio politico americano — la conosco, la studio, la racconto — ma perché qui non siamo davanti alla solita provocazione “da social”. Qui un candidato a una carica statale reale, con potere su energia, territorio e risorse, usa parole e fantasie di espulsione che colpiscono il cuore stesso della presenza indigena nel continente. E quando qualcuno “scherza” con l’idea di deportare chi è originario di quella terra, non sta facendo satira: sta riattivando un immaginario coloniale che ha già prodotto rimozioni forzate, leggi di annientamento culturale, e secoli di espropriazione.

Che cosa è successo (e perché non è “solo Internet”)

Bo French — candidato repubblicano al Texas Railroad Commissioner — ha pubblicato su X diversi post in cui invoca “denaturalizzazione” e “deportazione”, usando un lessico apertamente razzista, “selvaggi del terzo mondo” (“third world savages”) e associandolo a chi, nelle sue parole, sarebbe stato “conquistato” ma avrebbe “una nazione dentro la nostra nazione”. È un linguaggio che, nel contesto, prende di mira direttamente le Nazioni e i popoli indigeni, trattandoli come un corpo estraneo da rimuovere invece che come comunità sovrane e originarie. Il punto politico, però, non è soltanto l’insulto. È la cornice: la proposta implicita di trasformare l’esistenza indigena in un problema di “appartenenza nazionale” da risolvere con espulsioni, come se la storia potesse essere riscritta con un click.

Perché questa candidatura pesa: il Texas Railroad Commission decide su energia, terra, risorse

La carica per cui French corre non è simbolica. La Railroad Commission of Texas è l’agenzia statale con giurisdizione primaria su petrolio e gas, trasporto via oleodotti, infrastrutture critiche del gas, utility del gas, GPL, e perfino attività di estrazione di carbone e uranio in superficie. In altre parole: chi siede lì influenza regole, permessi, controlli, sanzioni, e scelte che hanno impatti materiali su territorio, acqua, sicurezza ambientale e rapporti di potere tra comunità e industria energetica. Ecco perché la retorica “coloniale” non è un dettaglio: quando la mentalità è quella dell’esclusione e della supremazia, le politiche su terra e risorse diventano un campo minato per chi già paga — storicamente — il prezzo dell’estrazione. Secondo una guida elettorale del Texas Tribune, Bo French risulta tra i repubblicani in corsa nella primary 2026 per quel seggio. Le primarie texane sono fissate per il 3 marzo 2026, con eventuale runoff il 26 maggio 2026.

Non è un episodio isolato: un profilo costruito sull’incendio culturale

Negli ultimi mesi e anni, French è stato ripetutamente associato a uscite pubbliche incendiarie. Nel 2025 è finito al centro di una bufera dopo un sondaggio sui social (“chi è una minaccia maggiore: ebrei o musulmani?”), che ha innescato condanne e pressioni politiche per le dimissioni.

Di recente ha anche ritirato la partecipazione a un evento politico perché ospitato in un centro islamico, parlando di “Islamization” del Texas e rilanciando posizioni anti-musulmane come cavallo di battaglia elettorale. E la retorica della “deportazione” torna anche come intimidazione: in un altro post su X, French ha definito un giornalista “da deportare” (“soon to be deported”). Non è ancora “deportare i nativi”, certo. Ma è la stessa grammatica: trasformare chi dissente — o chi racconta — in qualcuno da espellere.

Cosa sappiamo con certezza

  • Esistono post su X di Bo French in cui parla di denaturalizzare e deportare (“denaturalize and deport”) e usa espressioni come “selvaggi del terzo mondo” (“third world savages”), con riferimenti a chi sarebbe stato “conquistato” ma avrebbe “una nazione dentro la nostra nazione” (contesto che punta alle Nazioni indigene).
  • Bo French è candidato repubblicano nella primary 2026 per il Texas Railroad Commission secondo il Texas Tribune.
  • La Railroad Commission ha competenze centrali su petrolio, gas, oleodotti e altre attività estrattive: non è un organo “minore”.
  • La primary è il 3 marzo 2026 (runoff 26 maggio 2026).
  • French ha precedenti recenti di polemiche pubbliche per contenuti percepiti come bigotti/istigatori, documentati da testate come KERA e CBS.

Cosa non risulta (al momento, da fonti verificabili)

  • Non risulta per ora, in fonti giornalistiche accessibili e verificabili, una dichiarazione “fuori da X” (comizi, interviste registrate, documenti ufficiali di campagna) in cui French ripeta in modo esplicito e testuale: “deportiamo i nativi americani”. La traccia verificabile resta il contenuto social e la sua eco mediatica.
  • Non risulta un atto formale del Partito Repubblicano texano che lo rimuova dalla corsa o lo sanzioni per queste specifiche uscite sui popoli indigeni (anche se, in passato, ci sono state prese di distanza e richieste di dimissioni per altri contenuti).

La realtà che la retorica cancella: i nativi non sono “ospiti” deportabili

Qui serve dirlo con nettezza, senza retorica e senza “equidistanze” fittizie.

  • La cittadinanza statunitense per i nativi americani nasce anche dall’Indian Citizenship Act del 2 giugno 1924.
  • Le Nazioni tribali hanno uno status politico particolare: sovranità inerente, limitata e regolata dal diritto federale, ma reale — un rapporto “government-to-government”, non una semplice “minoranza etnica”.
  • L’elenco federale delle entità tribali riconosciute (aggiornato al 30 gennaio 2026) conta 575 Tribal entities riconosciute e idonee a servizi federali: non “gruppi folcloristici”, ma governi indigeni riconosciuti.
  • Esiste inoltre una “trust responsibility” federale verso le tribù, un’obbligazione giuridica e politica che la stessa BIA riassume come dovere di responsabilità e fiducia.

La deportazione dei popoli indigeni, oltre a essere moralmente mostruosa, è giuridicamente e storicamente una fantasia tossica: richiama la rimozione forzata, ma la traveste da “procedura amministrativa”.

Perché dobbiamo arrabbiarci (e non solo “indignarci”)

Perché questa storia parla di potere. E il potere non sta nel tweet: sta nell’urna, nelle regole energetiche, nelle scelte sulle infrastrutture, nei permessi, nelle ispezioni, nella capacità di far pesare una visione del mondo — inclusiva o espulsiva — sulla materia prima del futuro.

Quando un candidato rispolvera l’idea che esista gente “conquistata” che andrebbe rimessa “al suo posto”, non sta facendo campagna elettorale: sta testando quanto regge, oggi, la tentazione coloniale. E ogni volta che quella tentazione passa senza costo politico, il terreno si prepara per politiche più dure, più discriminatorie, più violente — spesso proprio dove il denaro dell’energia incontra la fragilità delle comunità.

Rabbia, sì. Ma una rabbia utile: lucida, documentata, capace di trasformarsi in attenzione, pressione pubblica, memoria storica e solidarietà concreta.

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