Dalle teorie di Brzezinski a Palantir: come il conflitto in Ucraina è diventato il più grande test bellico degli USA

di Michele Blanco

La tesi avanzata da Jeffrey Sachs e Sybil Fares è chiara: la guerra in Ucraina non è soltanto uno scontro tra Mosca e Kiev, ma il prodotto di una strategia statunitense pianificata da oltre trent’anni. Una strategia che ha trasformato il territorio ucraino nel principale campo di battaglia e di prova per la nuova guerra tecnologica contemporanea, mentre Kiev continua a pagare un prezzo umano, economico e territoriale altissimo.

Oggi il potere del complesso militare-industriale non comprende più soltanto generali e fabbricanti di armi. Riunisce società informatiche, fondi d'investimento, imprese energetiche, servizi di intelligence e colossi del tech. Questo sistema non influenza semplicemente la politica estera degli Stati Uniti, ma tende a egemonizzarla, determinandone del tutto obiettivi e strumenti.

L’idea non nasce con il conflitto attuale. Nel suo celebre saggio La grande scacchiera, Zbigniew Brzezinski indicava l’Ucraina come uno dei principali perni geografici dell’Eurasia. Senza Kiev, sosteneva, la Russia avrebbe incontrato enormi difficoltà nel conservare il rango di grande potenza.

Da questa prospettiva, l’allargamento della NATO non è stato soltanto un processo di integrazione politica dei Paesi dell’Europa orientale nell'alleanza occidentale, ma il progressivo avanzamento dell’infrastruttura strategica verso i confini russi. Bill Clinton ha avviato con forza l’espansione; George W. Bush ha aperto alla futura adesione di Ucraina e Georgia; Barack Obama ha sostenuto i nuovi equilibri politici nati a Kiev nel 2014 dopo la deposizione del governo filo-russo; Donald Trump ha fornito le prime armi controcarro; Joe Biden ha respinto le richieste russe per una nuova architettura di sicurezza europea. Presidenti diversi, con linguaggi e stili differenti, hanno garantito una notevole continuità strategica: impedire a Mosca di ricostruire un’area di influenza autonoma nello spazio post-sovietico.

La vera trasformazione riguarda però il piano militare. L’Ucraina è diventata un immenso laboratorio bellico nel quale vengono sperimentati droni, sistemi di riconoscimento automatico, guerra elettronica, connessioni satellitari e software capaci di individuare bersagli elaborando enormi quantità di dati.

In questo ecosistema gioca un ruolo centrale Palantir, società nata anche grazie al sostegno finanziario dell'intelligence statunitense e oggi impegnata nell’analisi del campo di battaglia ucraino. I dati raccolti durante milioni di missioni alimentano algoritmi creati per accelerare la scelta degli obiettivi e automatizzare la gestione delle operazioni.

Militarmente, il vantaggio per gli Stati Uniti è evidente: osservare la risposta delle armi russe, sperimentare contromisure, perfezionare i propri sistemi e addestrare gli algoritmi senza impegnare direttamente le proprie truppe sul campo, azzerando il rischio di perdite umane. Tuttavia, più Washington partecipa alla scelta dei bersagli, alla pianificazione delle rotte e alla trasmissione delle informazioni, più sottile diventa il confine tra semplice sostegno militare e partecipazione diretta al conflitto.

Sul piano economico, lo scontro ha innescato una nuova ed enorme espansione della spesa militare occidentale. Gli arsenali europei devono essere ricostituiti, le infrastrutture digitali ammodernate, le fabbriche di munizioni ampliate. Le aziende di armamenti, satelliti, software e droni si trovano di fronte a un mercato estremamente ricco e destinato a durare a lungo.

L’Europa finanzia con denaro pubblico buona parte di questa trasformazione, ma resta dipendente dalle tecnologie, dai sistemi informativi e dalle piattaforme statunitensi. Il risultato geoeconomico è paradossale: mentre dichiara di voler raggiungere un'autonomia politica e strategica, l'Unione Europea aumenta la propria dipendenza industriale e militare da Washington.

Anche l’Ucraina viene progressivamente integrata in questo sistema. Le sue risorse minerarie, le infrastrutture energetiche, le competenze informatiche e l’esperienza maturata sul campo diventano elementi di una nuova economia di guerra. Kiev riceve armi e finanziamenti, ma accumula debiti, perde popolazione e vede ridursi inesorabilmente i propri margini di sovranità politica.

Il legame con l’Iran, inoltre, non è secondario. Brzezinski considerava anche Teheran uno snodo fondamentale: controllare l'area iraniana significa influenzare il Golfo Persico, il Mar Caspio, le rotte energetiche e i collegamenti tra Asia centrale, Russia, Cina e Medio Oriente. Le tecnologie sperimentate contro la Russia possono essere trasferite ai Paesi del Golfo per contrastare la minaccia iraniana. L’Ucraina diventa così il banco di prova, mentre il Medio Oriente rappresenta il grande mercato di sbocco e il secondo fronte della competizione geopolitica.

Da un lato, Washington cerca di impedire la saldatura di un blocco continentale tra Russia, Cina e Iran; dall'altro punta a mantenere il controllo sulle rotte energetiche, sulle tecnologie decisive e sui sistemi finanziari internazionali.

La contraddizione finale riguarda l’Ucraina stessa. Presentata come beneficiaria della protezione occidentale, si ritrova con territori perduti, infrastrutture distrutte, milioni di profughi e una vita politica fortemente limitata e subordinata alle esigenze della guerra.

La pace richiederebbe un compromesso basato sulla neutralità dell’Ucraina e su nuove garanzie per la sicurezza europea. Un simile accordo, tuttavia, ridurrebbe l’utilità strategica del Paese come avamposto anti-russo e interromperebbe un ciclo economico estremamente redditizio per gli USA e per le grandi multinazionali.

La guerra continua dunque non solo per l'incapacità di Mosca e Kiev di trovare un'intesa, ma perché attorno al conflitto si è consolidato un sistema di interessi per il quale la pace appare meno vantaggiosa della prosecuzione dello scontro. Il timore espresso da Dwight Eisenhower nel 1961 — che l’apparato militare e tecnologico potesse prendere il sopravvento sulla politica — trova oggi nella drammatica vicenda ucraina la sua più evidente conferma.

Le più recenti da Diritti e giustizia

On Fire

E quindi che ci faceva il capo della CIA a Mosca?

  di Francesco Dall'Aglio   E quindi che ci faceva nientemeno che il capo della CIA, John Ratcliffe, su un C-17A Globemaster III partito dalla base di Andrews vicino a Washington e atterrato,...

Lavrov svela i retroscena delle visite del capo della CIA e dell'inviato del Vaticano a Mosca

  Un'insolita e intensa settimana di traffico diplomatico nella capitale russa. Da un lato, l'arcivescovo Paul Richard Gallagher, segretario del Vaticano per i rapporti con gli Stati e le organizzazioni...

“La situazione è gravissima”: Ucraina, Russia ed UE verso un punto di svolta || Fiammetta Cucurnia (VIDEO)

  «La situazione è estremamente grave». Con questo giudizio, Fiammetta Cucurnia - storica inviata di Repubblica a Mosca - commenta in "Storia in diretta" con Loretta Napoleoni...

La mappa di Eurostat che smonta tutte le storielle che vi raccontano sul turismo di massa

  di Antonio Di Siena   Da anni ci raccontano la storiella di come, in nazioni economicamente depresse, il turismo sia una ghiotta occasione di sviluppo nonché uno straordinario volano...

Copyright L'Antidiplomatico 2015 all rights reserved
L'AntiDiplomatico è una testata registrata in data 08/09/2015 presso il Tribunale civile di Roma al n° 162/2015 del registro di stampa