di Fulvio Grimaldi per l'AntiDiplomatico
Permettetemi un breve “fuorisacco” per la rubrica “Attenti al lupo”. Come i pazienti lettori ricordano, di Askatasuna ho scritto ripetutamente. Dello sgombero, di cosa significano sia la lunga storia di questo centro autogestito, sociale, culturale, politico, profondamente inserito nella realtà del territorio, sia la repressione e chiusura subiti dal governo Meloni. Collegando questa vicenda, sintomatica del rapporto Potere-cittadini, a quella che ritengo parallela, dell’arresto, su input israeliano, di Mohammed Hannoun, Segretario dell’Associazione Palestinesi in Italia, e di altri palestinesi per aver inviato aiuti umanitari a Gaza.
Contro l’attacco ad Askatasuna, emblema della negazione di ogni spazio critico o antagonista, e per la Palestina a Torino si è manifestato il 31 gennaio. Tre grandi cortei per 50.000 venuti da tutta Italia per reclamare con metodi assolutamente non violenti democrazia, libertà d’espressione, organizzazione e di assistere un popolo sottoposto a genocidio.
Tutto si è svolto secondo le intenzioni e le disposizioni degli organizzatori della manifestazione nazionale. Fino al tramonto, allo scioglimento ufficiale e al rientro a casa.
Ho quasi sessant’anni di esperienza di manifestazioni e cortei, con epicentro storico nel decennio 1968 -1977. So, per tale lunga e attentamente vissuta esperienza, dove finisce l’iniziativa genuina che ha dato luogo alla dimostrazione e dove inizia la sua strumentalizzazione a fini opposti a quelli dichiarati da organizzatori e partecipanti.
E’ da allora che abbiamo anche imparato a distinguere tra una forza di massa che si oppone all’esclusione, tramite misure di polizia, da territori ai quali ha diritto, e una prevaricazione da parte di soggetti che se ne assumono abusivamente e strumentalmente la rappresentanza e ne deviano gli obiettivi. Con il risultato di fornire allo schieramento politico e mediatico al potere il pretesto per la demonizzazione dell’opposizione sociale e per i conseguenti strumenti di “normalizzazione”.
Tale snodo si è vista una volta di più, con assoluta chiarezza, nel momento in cui, a manifestazione ufficialmente conclusa, si è scatenato l’attacco degli incappucciati e la risposta delle forze di governo. Con il risultato di mandare in vacca la civilissima dialettica impostata dalla manifestazione, grazie al contributo, in termini di anatemi e invocazioni quasi allo stato d’assedio, dei media e delle forze di governo e parlamentari. Un ulteriore passo verso la militarizzazione e il disciplinamento della società e dei conflitti che fisiologicamente produce.
La storia del ’68 e, clamorosamente, quella di Moro, ci ha mostrato la comparsa di soggetti spuri, emersi, come poi inchieste hanno accertato, dal retroterra di servizi segreti e di gruppi fascisti, o pseudosinistri e ritrovati presenti e attivi nelle stragi, come nella creazione di finti contropoteri funzionali alla diffamazione e neutralizzazione del contropotere popolare autentico.
Mai, nei momenti più significativi del confronto tra la strategia della classe politica mirata a un ordine sociale autocratico, la volontà di riscatto rivoluzionario e la difesa di quanto conquistato con la sconfitta del nazifascismo, sono mancati i provocatori. Né i regali fatti alla canea politico-mediatica della stabilizzazione autoritaria.
Nell’America di Trump, con le insegne e le pallottole dell’ICE. Nell’Italia di Meloni, Crosetto e Piantedosi, con un po’ di poco pensanti e molto menanti, innescati dai soliti noti, che si possano definire “bande armate da combattere come in guerra” (Crosetto).
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"Questo genocidio non si è limitato a distruggere la mia vita o tutto ciò che possedevo: è andato ben oltre. Mi ha distrutto dall’interno.
Ha spazzato via la pace dal mio cuore, ha frantumato la stabilità della mia mente e mi ha contagiato con una strana sindrome dell’anima. "
Potrebbero benissimo essere parole di un sopravvissuto alla Shoah…
In realtà sono parole di Wasim Said, sopravvissuto al genocidio a Gaza autore di questa testimonianza esclusiva:
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