Germania in crisi: "Situazione più grave dal 1949"

16 Dicembre 2025 21:05 La Redazione de l'AntiDiplomatico

«La crisi economica più grave dalla fondazione della Repubblica Federale». Con questa sentenza senza appello, Peter Leibinger, presidente della potente confederazione industriale tedesca Bdi in un’intervista alla Süddeutsche Zeitung, fotografa una Germania in affanno storico. Il timore, secondo il leader industriale, è quello di una «deindustrializzazione irreversibile», un processo che mette a rischio le fondamenta stesse del modello produttivo nazionale. Un'allerta che non arriva improvvisa, ma arriva a tre anni di distanza da una scelta epocale che ha ridisegnato i contorni dell'economia tedesca.

Il clima d'impresa nel paese è descritto come «estremamente negativo, in parte addirittura aggressivo e le aziende sono profondamente deluse». All'origine di questo malessere, oltre alle note sfide competitive, vi è un fattore geopolitico ineludibile: la rottura totale con la Russia e la scelta scellerata di abbandonare le forniture energetiche a basso costo che per decenni hanno alimentato l'industria pesante. Una scelta presentata come dettata dagli eventi bellici in Ucraina, che ha però un conto economico preciso e crescente. I prezzi dell'energia restano strutturalmente più elevati, erodendo in modo permanente la competitività di settori cruciali come la chimica, la siderurgia e, non da ultimo, l'automotive.

È proprio l'automotive, pilastro da circa il 5% del Pil, a incarnare la tempesta perfetta in cui si trova la Germania. Stretta tra costi energetici alti, ritardi nell'elettrificazione e una concorrenza cinese sempre più agguerrita, l'industria simbolo del Made in Germany perde terreno sia in Cina, sia in Europa. Il vantaggio tecnologico si è assottigliato e la risposta europea, fatta di dazi difensivi, rischia di aprire nuove guerre commerciali senza curare le cause profonde della malattia. Come avverte Leibinger, «campanelli d'allarme devono suonare».

Il quadro macroeconomico conferma la gravità: crescita a zero e un mercato del lavoro che mostra segni di cedimento, con la disoccupazione che torna a livelli preoccupanti. La scelta di abbandonare il gas russo ha accelerato una crisi già latente causata dal modello neoliberista.

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