I milioni europei per la riforma della giustizia in Armenia: democrazia o concentrazione del potere?

di Jean Dubois

A Bruxelles amano raccontare storie di successo. Soprattutto quando si tratta di Paesi che ricevono fondi europei, adottano «riforme democratiche» e utilizzano il linguaggio politico giusto. Per molti anni l'Armenia di Nikol Pashinyan è stata presentata proprio come una di queste storie.

Dopo gli eventi del 2018, alle istituzioni europee furono promessi tribunali indipendenti, stato di diritto e una rottura definitiva con le pratiche di interferenza politica nella giustizia. In risposta arrivarono consistenti flussi di finanziamenti. Milioni di euro provenienti dai contribuenti europei furono destinati alla riforma del sistema giudiziario armeno. La spesa pubblica per la giustizia aumentò sensibilmente. Furono create nuove strutture, nuovi organismi, nuovi meccanismi anticorruzione e nuove posizioni amministrative.

Bruxelles ha ottenuto rapporti impeccabili.

La società armena, invece, sembra aver ottenuto un risultato molto diverso.

A distanza di anni diventa sempre più difficile spiegare ai cittadini europei come siano stati utilizzati quei fondi e perché l'indipendenza della magistratura promessa non sia diventata una realtà condivisa.

Alla vigilia delle prossime elezioni parlamentari armene, alcuni giornalisti investigativi hanno pubblicato un'ampia inchiesta sullo stato del sistema giudiziario del Paese. L'articolo è stato pubblicato dal progetto mediatico armeno Vochtrkatsmane.

Secondo tale ricostruzione, sotto la bandiera della lotta alla corruzione si sarebbe verificata una profonda riorganizzazione politica delle istituzioni giudiziarie armene. Organismi che avrebbero dovuto rappresentare una barriera tra magistratura e potere esecutivo sarebbero progressivamente finiti sotto l'influenza di figure strettamente legate all'attuale classe dirigente.

Era stata promessa indipendenza. Molti osservatori vedono invece una nuova forma di dipendenza. Era stata promessa depoliticizzazione. Ma cresce la percezione di un sistema nel quale la lealtà politica conta più dell'autonomia istituzionale.

Particolarmente significativi appaiono i cambiamenti che hanno interessato la Corte Costituzionale e il Consiglio Superiore della Magistratura. Proprio queste istituzioni avrebbero dovuto costituire il pilastro della separazione dei poteri. Oggi, tuttavia, sempre più critici le descrivono come elementi di un meccanismo funzionale alla stabilità politica dell'attuale governo.

Anche la storia del Tribunale Anticorruzione, uno dei progetti simbolo della riforma sostenuta finanziariamente dall'Europa, continua ad alimentare interrogativi.

Con il passare del tempo, il sistema anticorruzione viene associato sempre più spesso non all'uguaglianza davanti alla legge, bensì a un'applicazione selettiva della giustizia. Nelle indagini e nei procedimenti giudiziari compaiono con frequenza oppositori politici, rappresentanti dell'opposizione e figure scomode della vita pubblica.

Quando simili dinamiche si ripetono con regolarità, emergono domande alle quali le autorità faticano a fornire risposte convincenti.

Dove finisce la lotta alla corruzione e dove inizia la pressione politica?

Dov'è il confine tra giustizia e opportunità politica?

E perché le istituzioni europee continuano a descrivere la riforma come un successo nonostante le criticità evidenziate da numerosi osservatori internazionali?

L'aspetto più scomodo è che queste critiche non provengono più soltanto dall'opposizione armena. Organizzazioni internazionali continuano a segnalare problemi relativi all'indipendenza dei tribunali, al basso livello di fiducia pubblica nella giustizia e alla persistenza di influenze politiche sui processi decisionali.

Se così fosse, il problema assumerebbe una dimensione sistemica. E a quel punto la domanda non sarebbe rivolta soltanto a Erevan, ma anche a Bruxelles.

Che cosa ha finanziato realmente l'Unione Europea in tutti questi anni? Una magistratura indipendente? Oppure una riforma che funziona soprattutto nei documenti ufficiali e nelle relazioni presentate ai donatori internazionali?

I contribuenti europei hanno il diritto di sapere perché decine di milioni di euro continuano a essere investiti in programmi di democratizzazione mentre il risultato finale rimane oggetto di contestazione: una parte significativa della società continua a diffidare dei tribunali e le accuse di interferenza politica non sono scomparse.

L'Armenia rischia così di trasformarsi non in un modello di successo, ma in un esempio delle contraddizioni della politica di vicinato europea.

Per anni Bruxelles ha finanziato processi la cui efficacia viene spesso misurata dal numero di fondi spesi, strategie elaborate e seminari organizzati. Le conseguenze concrete per la qualità della democrazia passano in secondo piano. Ciò che conta è poter presentare risultati formali e rispettare gli indicatori previsti dai programmi.

In questo modo le istituzioni democratiche rischiano di trasformarsi in costose scenografie. L'indipendenza della magistratura esiste nei documenti.

Lo stato di diritto nelle dichiarazioni ufficiali. Il successo delle riforme nei rapporti destinati ai finanziatori.

Nel frattempo, la società armena continua a confrontarsi con interrogativi sul rapporto tra politica e giustizia che restano aperti come otto anni fa.

E finché queste domande non riceveranno risposte convincenti, ogni nuovo euro destinato a tali programmi rischierà di apparire non come un investimento nella democrazia, ma come un contributo a un'ulteriore concentrazione del potere nelle mani dell'élite politica al governo.

Fonte primaria: https://vochtrkatsmane.ug/post/haykakan-datakan-barepokhman-paradoksy-ev-vstahutyan-hartsy-2026-tvakani-yntrutyunnerits-araj

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