Lo stato di Israele impegnato (non da oggi) su molteplici fronti e incapace di conseguire vittorie decisive contro il nemico dichiarato di turno - Hamas, Hezbollah, Iran, forse un domani la Turchia – vive una crisi interna che pervade perfino alcuni dei capisaldi della sua esistenza: gli apparati di difesa e sicurezza.
Se le forze armate (IDF), pure oggetto di un’ampia ristrutturazione in senso tecnologico, non sembrano disporre delle capacità necessarie, in senso logistico e di organico, per andare al di là di azioni rapide, e soprattutto per garantire la conquista e il controllo di territori, è nell’apparato securitario che emergono le maggiori criticità, specie di fronte a uno scenario di guerra totale.
A sostenerlo non sono governi nemici o potenze straniere, ma Ido Norden, capo di gabinetto di Netanyahu. Nel suo libro The Invisible Rulers: The Story of Israel’s Deep State, pubblicato nel 2024, rimarcava come gli apparati burocratici che costituiscono il cuore del sistema di sicurezza interna ed esterna dello stato ebraico - IDF, Mossad, Shin Bet – avrebbero per decenni svolto un’attività di manipolazione della leadership politica, promuovendo una linea incentrata sul contenimento, sulla gestione del conflitto e sulla prudenza diplomatica. In pratica, filtrando le informazioni da far affluire al decisore politico, avrebbero bloccato scelte più radicali e maggiormente in linea con uno scenario di guerra permanente, che l’autore ravvisa nel contesto nel quale vive e opera Israele.
In tal senso, si auspicava – secondo la linea poi adottata dal premier israeliano - una rivisitazione e sostituzione dei vertici delle strutture securitarie, in modo da garantirne un perfetto allineamento con la nuova dottrina, ispirata al criterio in base al quale la fedeltà viene prima della competenza, e che le strutture burocratiche debbano essere al servizio della politica (eletta).
In effetti, a partire dallo scorso anno sono partite le “purghe”, che hanno condotto alla rimozione dei dirigenti non allineati (se non addirittura ostili al governo) e il rimpiazzo con personaggi fautori della linea radicale, incline a una logica di dominio territoriale e scontro permanente, senza spazio alcuno per contenimento o compromesso.
Tipico il caso del servizio interno, lo Shin Bet, il cui direttore Ronen Bar, in carica dal 2021, è stato rimosso per aver espresso critiche sull’invasione di Gaza e i propositi di annessione della Cisgiordania (Giudea e Samaria per il nuovo corso), e più in generale sulla guerra permanente. Netanyahu è andato dritto per la sua strada, ignorando il potenziale conflitto d’interessi segnalato dalla Corte Suprema. La scelta del successore è ricaduta su David Zini, un messianista, colono del Golan, privo di qualunque esperienza nello Shin Bet, che ha subito palesato il suo programma. Trasformazione del servizio in un apparato di polizia militare fortemente centralizzato, qualunque crimine commesso da un palestinese deve essere considerato alla stregua di un atto di terrorismo, gli attacchi dei coloni sono “frizioni”, non manifestazioni di violenza (figuriamoci se possa parlarsi di terroristi), un approccio radicale improntato alla rimozione di qualunque minaccia, che ovviamente spetta al vertice identificare come tale.
Gli strali hanno interessato anche il servizio segreto estero, il ben più conosciuto Mossad. Accusato da Netanyahu di non aver saputo prevedere il 7 ottobre, finito nel mirino per il rifiuto delle iniziative su Doha e per il fallimentare piano di regime change in Iran, è maturato l’avvicendamento del direttore David Barnea, giunto a fine mandato, con Roman Gofman, figura priva di esperienza nei servizi (come Zini), scelto per la sua vicinanza al capo del governo, rompendo la prassi secondo la quale fosse il capo uscente a indicare una rosa di nomi all’interno della quale individuare il successore.
Un aspetto simbolico, ma fino a un certo punto, è che Zini e Gofman non parlino arabo o farsi, il che significa che si passa sopra un’altra tradizione secondo la quale i vertici dei servizi dovessero essere in grado di comprendere il nemico e anticiparne le mosse, per lasciare spazio all’idea del nemico tout court, col quale esiste solo la logica dello scontro, se non dell’eliminazione. E ovviamente nessuno spazio per la mediazione.
In sostanza, emerge un quadro nel quale non solo la leadership politica si emancipa dal “controllo” delle burocrazie, ma nel quale queste ultime evolvono in strumenti ideologici, chiamati ad attuare – senza discutere – la linea indicata dal vertice dell’esecutivo. Il problema è che la miglior scienza ed esperienza insegnano come cosiddetto stato profondo, che permane nei meandri dello Shin Bet e del Mossad, potrebbe non accettare così di buon grado uno scenario nel quale la fedeltà personale e l’approccio ideologico prevalgano sulla competenza e sulla strategia, attendendo l’occasione e l’opportunità per rivalersi.
Potrebbe rivelarsi un appuntamento forse più interessante di quello che attende il governo per le prossime elezioni politiche, in calendario dopo l’estate.
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