Il Foro di Madrid in Cile, laboratorio transatlantico della reazione

07 Settembre 2026 16:44 Geraldina Colotti


di Geraldina Colotti

La celebrazione dell'Incontro Regionale del Foro di Madrid a Santiago del Cile — svoltasi nell'esclusivo Centro Eventi San Carlos de Apoquindo — non è un fatto casuale né un mero evento di coordinamento partitico. Costituisce la messa in scena di un salto qualitativo nella strategia dell'estrema destra transatlantica. Organizzato dalla Fondazione Disenso, il braccio ideologico del partito spagnolo VOX, e inaugurato da Javier Milei insieme al presidente cileno José Antonio Kast, l'appuntamento di Santiago consacra il consolidamento di un blocco di potere neofascista e ultraliberista che mira a riconfigurare l'architettura politica e industriale dell'Iberoamerica. Dietro la retorica ultra, l'obiettivo reale del foro è economico e politico: offrire al capitale finanziario la garanzia che i suoi affari nella regione non subiranno l'interferenza dei popoli né della protesta sociale.

Fin dalla sua fondazione attraverso la cosiddetta Carta di Madrid, l'ultradestra spagnola si è assunta il ruolo di articolatrice ideologica tra le borghesie reazionarie d'Europa e d'America Latina, inventando il concetto di «Iberosfera». Sotto la superficie di una presunta difesa della libertà e della civiltà occidentale di fronte al comunismo, questa categoria opera come una sovrastruttura ideologica in senso gramsciano destinata a rivitalizzare una matrice neocoloniale. Il richiamo al fantasma del «narcoterrorismo», del «marxismo culturale» o della cosiddetta «agenda globalista» svolge una funzione anestetica sulla coscienza di classe, sviando l'attenzione dagli antagonismi materiali verso il terreno dell'identità, della paranoia punitiva e della reazione conservatrice.

La firma di questo manifesto ha sancito un'alleanza di classe transatlantica molto concreta. Nell'asse spagnolo, VOX e la Fondazione Disenso, diretti da Santiago Abascal e Jorge Buxadé, si sono proiettati come il ponte neocoloniale per esportare la «guerra culturale» nel continente. Nell'ala libertariana e neoliberista radicale, guidata da Javier Milei e da reti collegate all'Atlas Network, è stato fornito il quadro teorico per lo smantellamento dello Stato sociale e la deregolamentazione finanziaria. A questo blocco si è aggiunto il settore reazionario e militarista della regione, rappresentato da María Corina Machado in Venezuela, Eduardo Bolsonaro in Brasile, José Antonio Kast in Cile, Álvaro Uribe e María Fernanda Cabal in Colombia, insieme a fazioni d'estrema destra del Perù come l'entourage di Keiko Fujimori. Dall'Europa, l'iniziativa ha trovato il sostegno e la sintonia della destra radicale di Fratelli d'Italia (Giorgia Meloni fu a sua volta firmatrice), del Rassemblement National francese e del PiS polacco.

Le implicazioni di questa articolazione per l'America Latina sono state profonde. La Carta di Madrid ha funzionato come un paravento ideologico per proteggere gli interessi delle oligarchie locali e del capitale straniero. Ciò si traduce nel disciplinamento della forza lavoro attraverso la criminalizzazione dei movimenti contadini, indigeni e sindacali, nella concessione incondizionata di risorse strategiche come il litio, il rame, il petrolio e l'acqua a monopolii transnazionali, e nel ritorno della logica da Guerra Fredda per bloccare l'integrazione regionale autonoma a favore della subordinazione all'asse Washington-Tel Aviv. Per l'Europa, e in particolare per lo Stato spagnolo, questa piattaforma rappresenta un esercizio di soft power neocolonialista e un laboratorio ideologico dove testare politiche di austerità e deregolamentazione che si cerca poi di importare per erodere le conquiste lavorative in ambito europeo.

Nel corso dei suoi vertici a Bogotà, Lima, Madrid e Santiago - e attraverso i contatti politici intessuti a Parigi, Roma o Varsavia -, il Foro è passato dai testi all'azione politica diretta. Ha strutturato reti di parlamentari regionali per bloccare le riforme progressive e orchestrare campagne di guerra giudiziaria e mediatica (lawfare). Inoltre, ha fornito copertura e legittimità alle candidature della destra dura, spingendo la normalizzazione del discorso neofascista, la revisione storica dei crimini delle dittature e lo smantellamento dei diritti del lavoro nel dibattito pubblico continentale.

La scelta di Santiago del Cile come sede possiede una carica storica e geopolitica profonda. Il Cile non rappresenta solo il laboratorio pionieristico dove la dittatura militare di Pinochet e i Chicago Boys imposero a sangue e fuoco il modello neoliberista; oggi incarna la capitale strategica della controriforma regionale.

Il Foro di Madrid ha rivendicato esplicitamente il trionfo del Rechazo nel plebiscito costituzionale come la prima grande vittoria popolare contro la «marea rosa» e l'innesco del ritorno della destra dura al potere con Kast. Il consolidamento dell'alleanza tra Kast, Milei e l'estrema destra europea su suolo cileno intende inviare un messaggio di chiusura definitiva al ciclo di proteste sociali del 2019, offrendo la ricetta cilena come modello ideale di contenimento sociale e di disciplinamento della forza lavoro.

L'articolazione del Foro di Madrid dimostra una sintassi di classe perfettamente coerente che intreccia la dimensione economica, quella geopolitica e quella repressiva. Sul piano economico, la proposta del Foro punta al ridimensionamento fiscale, alla deregolamentazione ambientale e alla privatizzazione dei servizi pubblici, il che assolve alla funzione diretta di aprire nuovi nicchi di mercificazione per i fondi di investimento transnazionali e i monopolii stranieri.

Sul piano geopolitico, l'esigenza di un allineamento incondizionato con l'atlantismo garantisce l'inserimento subordinato della regione come fornitrice a basso costo di materie prime e risorse strategiche. Infine, nella dimensione repressiva, la criminalizzazione della protesta e la retorica della «mano dura» agiscono come un meccanismo di repressione preventiva per contenere il malcontento operaio e popolare generato dalle stesse politiche di austerità.

Dietro la retorica contro la «casta» o l'«interventismo statale», il progetto non cerca di distruggere lo Stato, bensì di dinamitarlo da dentro per metterlo in modo diretto e senza mediazioni democratiche al servizio della rendita finanziaria e dei grandi proprietari terrieri. Dopo la chiusura formale delle sessioni il 3 settembre, il vertice di Santiago si è concluso siglando un pacchetto di «minimi comuni» che fissano le priorità operative della reazione transatlantica: la garanzia blindata della proprietà privata, la militarizzazione del controllo territoriale contro la criminalità e la protesta, e l'accelerazione della deregolamentazione economica sotto l'imperativo di governare con il pugno di ferro.

Rispondendo all'appello diretto di Javier Milei e José Antonio Kast di consolidare un'«internazionale della destra», il Foro entra in una fase di istituzionalizzazione permanente attraverso un blocco parlamentare coordinato tra Europa e America Latina, progettato per intensificare l'assedio diplomatico contro il Venezuela, Cuba e il Nicaragua e blindare il modello di accumulazione estrattivista. Di fronte a questa aggressione articolata in modo metodico da Santiago, Madrid o Washington, le forze popolari, le comuni, i sindacati e i movimenti rivoluzionari della Nostra America e d'Europa non possono rispondere con il ripiegamento nazionale né con il pragmatismo timoroso. La risposta al neofascismo transatlantico richiede di ricostruire una strategia internazionalista di classe, radicata nel potere popolare, che contraponga alla falsa libertà del capitale la sovranità effettiva dei lavoratori e la costruzione tangibile del socialismo territoriale.

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