di Fabio Massimo Parenti* - CGTN
Negli ultimi giorni abbiamo visto il riaccendersi delle tensioni tra Cina e Giappone, a seguito delle dichiarazioni gravissime della nuova premier giapponese, Sanae Takaichi. La signora ha dichiarato apertamente che un’emergenza nell’isola cinese potrebbe costituire una “situazione di sopravvivenza” per Tokyo.
È evidente come il Giappone, anche attraverso altri piani e manovre degli ultimi anni, si stia spostando pericolosamente su posizioni di maggiore aggressività, abbandonando il suo status di paese pacifista e mettendo in discussione l’ordine internazionale consolidatosi sin dalla fine della seconda guerra mondiale. La reazione cinese è stata immediata. Al margine del G20 in Sudafrica, Pechino non ha programmato di incontrare il leader giapponese, un gesto simbolicamente forte che segnala un raffreddamento netto dei rapporti bilaterali. Contestualmente, il Ministero degli Esteri cinese ha emesso avvisi ai cittadini cinesi che risiedono o viaggiano in Giappone, alimentando l’idea che le relazioni siano entrate in una fase di tensione aperta. E in parallelo, nelle acque attorno alle isole Diaoyu, la presenza delle guardie costiere dei due paesi è tornata a intensificarsi.
Date le tensioni in corso, non sorprende che poche ore fa le preoccupazioni siano state condivise anche nella telefonata intercorsa tra Trump e Xi, nella quale il presidente cinese ha chiarito la posizione di principio della Cina sulla questione taiwanese, sottolineando che il suo ritorno alla madrepatria è un elemento imprescindibile dell'ordine internazionale del dopoguerra. La Cina e gli Stati Uniti hanno combattuto fianco a fianco contro il fascismo e il militarismo; oggi dovrebbero lavorare insieme per salvaguardare i risultati ottenuti nella seconda guerra mondiale.
In primo luogo dobbiamo ribadire, purtroppo, qualcosa che non dovrebbe essere più messa in discussione: l’esistenza di un consenso e diritto internazionale che riconoscono a tutti i livelli l’isola di Taiwan come “una provincia cinese”. Nel caso specifico delle nuove provocazioni giapponesi, la questione non è Taiwan per sé, ma l’aggressività giapponese. La Cina sostiene il fatto che non si possa accettare in alcun modo un “ritorno del militarismo giapponese” e lo fa richiamando gli articoli 53 e 107 della Carta delle Nazioni Unite. E non è la posizione della Cina, ma quella riconosciuta dalle potenze che hanno sconfitto l’asse del male durante l’ultimo conflitto mondiale. Insomma, è parte integrante dell’ordine internazionale a garanzia di tutta l’umanità. I “paesi nemici” della Seconda guerra mondiale, cioè gli aggressori dell’asse nazifascita, tra cui il Giappone, possono essere soggetti, secondo la Carta, ad azioni da parte dei paesi firmatari in caso di un loro eventuale ritorno a posture aggressive.
In questa vicenda ciò che mi preme sottolineare è che le esternazioni di Takaichi sono pericolose per l’intera regione Asia-Pacifico e sono un monito che dovrebbe scuotere l’umanità intera. Paul Sweezy ci ha insegnato, insieme ad altri, che il presente è storia e non va mai separato dagli insegnamenti delle dinamiche del passato. La storia vive nel presente, per questo le sensibilità e le memorie vanno sempre tenute in conto nelle azioni contemporanee. Questo riferimento è utile per capire le ragioni profonde della Cina quando risale alla fondazione delle Nazioni unite ed al consenso internazionale al fine di salvaguardare i risultati del presente ed evitare le immani tragedie del passato recente. Queste lezioni della storia non vanno mai dimenticate, debbono essere sempre ricordate, attivamente, per evitare il ripetersi, come spesso accade, di cupi rigurgiti storici. Tra gli altri, l’aggressività del Giappone è inaccettabile, e qualsiasi forma di neo-fascismo deve essere preventivamente stroncata.
La storia deve essere vista come un processo di costruzione costante del presente e per tale motivo essa viene ancor prima del diritto internazionale, spesso frutto di faticosi compromessi per sanare gli errori e le storture compiute in passato da popoli allo sbando.
Le frasi della premier giapponese, dunque, che aprono all’uso del diritto di autodifesa collettiva e collegano direttamente il destino dell’isola alla sicurezza nazionale giapponese, vanno rifiutate con forza e determinazione. È un cambio di tono inaccettabile che supera la consueta prudenza dei governi precedenti, violando apertamente il consenso internazionale costruito sin dalla fine della seconda guerra mondiale. Revisionismi negazionisti non debbono più avere spazio. Dal 1931 al 1945 il Giappone aggressore ha commesso crimini gravissimi che sono drammaticamente presenti nella memoria collettiva cinese… Le parole provocatorie e gravi della premier si combinano con le spinte al riarmo di Tokyo, che, ad esempio, secondo i dati recenti di Stockholm International Peace Research Institute (SIPRI), dal 2015 a oggi ha fatto registrare un aumento delle spese militari pari al 49%. Già dal 2022 il governo Giapponese ha approvato un piano che prevede di portare le spese per la difesa al 2% del PIL entro il 2027 (parliamo di circa 80 miliardi di dollari).
Insomma, a fronte di tutto ciò, senza mai dimenticare il contesto storico, Pechino non può che ricevere queste parole con grande preoccupazione: il Giappone sembra essere intenzionato a cambiare il suo status costituzionale, allontanandosi dai trattati e dai documenti firmati con la Cina e soprattutto nell’ambito delle Nazioni Unite. Non è solo una questione tra Cina e Giappone, ma una questione internazionale legata alle responsabilità post-1945 e alla necessaria sorveglianza sul presente, parte integrante del nostro passato. Tutto il mondo sinceramente antifascista dovrebbe indignarsi per l’affiorare di nuovi semi di violenza.
*Fabio Massimo Parenti è professore associato di studi internazionali e Ph.D. in Geopolitica e Geoeconomia
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