"Il nostro Paese è stato violato e soggiogato": il drammatico destino della nuova Siria

17 Luglio 2026 11:30 Enrico Vigna

Questa è la “nuova Siria” voluta da Israele, Stati Uniti, Turchia, Unione Europea e da vari jihadisti criminali, con la complicità e la collaborazione dei referenti locali. Questi ultimi hanno agito come conniventi di un risultato tragico per il popolo siriano, consegnando il Paese, le vite e i destini di milioni di persone all’occupante straniero e al fondamentalismo terrorista.

Oggi cristiani, alawiti, sciiti, sunniti non radicali, drusi, comunisti, socialisti, patrioti, palestinesi, sindacalisti e le milizie di autodifesa di ogni comunità vengono braccati, assassinati, angariati o costretti a fuggire dalla propria terra; quella terra che, fino a dicembre 2025, sentivano e difendevano come la propria Patria, seppur tra mille contraddizioni e limiti.

Ora rimane solo l’immane tragedia di un popolo e il mesto ricordo di una Siria multireligiosa, multietnica, laica, socialista e araba dove, al di là di ogni errore o persino di qualche orrore, tutte le comunità, le fedi, le minoranze e le diverse ideologie si sentivano, prima di tutto, siriane. Una Siria che univa, favoriva e condivideva; una Siria che stava dalla parte giusta della storia, colonna dell’Asse della Resistenza insieme a Iran, Hezbollah, Gaza, Yemen e ai Fronti della Palestina.

Era una Siria che necessitava sicuramente di cambiamenti ed evoluzioni, ma non di tradimenti, svendite e di una subdola consegna al nemico. Oggi, al contrario, ci troviamo di fronte a un Paese governato da autorità jihadiste, miseri servi di Israele, USA, Turchia e UE. A loro vanno i complimenti: ci hanno messo 14 anni, ma alla fine hanno raggiunto il loro obiettivo.

Ai miseri servitori locali spetta solo il disprezzo politico, storico e umano, nell'attesa che a breve, non appena non saranno più utili, vengano spazzati via o rimangano asserviti e sottomessi alle mire e alle strategie sioniste e imperialiste.

— Enrico Vigna

La città siriana che replicò a Erdogan: ora i suoi cittadini cristiani cercano solo di fuggire

(CSI - 13 luglio 2026)

L'interno della chiesa di Santa Sofia nella città siriana di Suqaylabiyah, consacrata nel 2022, è oggi chiuso a causa delle pressioni dei militanti islamisti fondamentalisti che dominano le forze di sicurezza del Paese. (Foto per gentile concessione di un residente che desidera rimanere anonimo)

Suqaylabiyah aveva costruito una chiesa che incarnava la continuità cristiana: quattro anni dopo, i suoi fedeli cercano solo di fuggire.

Quando nel 2020 il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ordinò la riconversione in moschea di Santa Sofia a Istanbul, i cristiani di Suqaylabiyah — una città greco-ortodossa nella vicina Siria — risposero con un gesto di sfida, costruendo una propria chiesa con lo stesso nome.

Con un'architettura ispirata alla grande basilica, una nuova Hagia Sophia è sorta sul suolo siriano, a testimonianza della continuità e della speranza dei cristiani autoctoni della regione. Una simile dichiarazione era coraggiosa, persino prima del crollo del regime baathista laico siriano, durato sei decenni e capitolato nel dicembre 2024.

Per gran parte del conflitto siriano, questa città cristiana nella provincia centrale di Hama si è trovata ai margini della linea del fronte con le fazioni islamiste dell'opposizione.

Il giorno della consacrazione della piccola Hagia Sophia, nel luglio 2022, i jihadisti che occupavano la vicina città di Qalaat al-Mudiq spararono colpi di mortaio contro i fedeli riuniti. L'attacco uccise Hisham Elias, un residente di 27 anni, e ferì più di una dozzina di persone.

«I nostri figli a Suqaylabiyah stanno pagando con il sangue il prezzo della loro fede. Quello che è successo stamattina a Suqaylabiyah è un atto terroristico vile e riprovevole», dichiarò all'epoca Giovanni X, Patriarca greco-ortodosso di Antiochia con sede a Damasco.

Un video pubblicato dal Patriarcato di Antiochia mostra il momento dell'attacco, che trasformò la consacrazione in un caos totale.

«Dall'inizio della rivolta, nei primi mesi del 2011, Suqaylabiyah ha sopportato molto e ha resistito con grande tenacia», ha dichiarato a CSI una donna residente in città, contattata la scorsa settimana per un commento. La donna, che ha preferito rimanere anonima per motivi di sicurezza, ha condiviso alcune foto della chiesa: una mostra l'edificio dalla cupola dorata, con una croce imponente visibile da lontano; un'altra ritrae il punto ancora fumante in cui cadde uno dei proiettili di mortaio sparati durante la consacrazione. Era un messaggio letale e un presagio di ciò che sarebbe accaduto in seguito.

Le nuove forze di sicurezza siriane "tutte dello stesso colore"

Con il crollo del regime di Assad nel dicembre 2024, sono venuti meno decenni di coesione sociale, per quanto imposta con la forza.

Il nuovo leader, Ahmad al-Sharaa, negli ultimi dieci anni aveva guidato una forza combattente islamista (l'ex affiliata siriana di Al-Qaeda) che esercitava il proprio dominio su vaste aree della Siria nord-occidentale, fino al confine con la Turchia.

Dopo essere entrato nella capitale, Sharaa ha compiuto i primi gesti volti a placare le preoccupazioni dei paesi occidentali. Tra questi, ha offerto rassicurazioni pubbliche sul fatto che le minoranze non sarebbero state prese di mira. È stato inoltre fotografato mentre incontrava i massimi esponenti del clero cristiano siriano alla vigilia del Capodanno 2025, affermando che il suo governo considerava i cristiani «una parte essenziale dell'identità della Siria».

Allo stesso tempo, però, stava riempiendo l'apparato statale, e soprattutto le forze di sicurezza, con quadri provenienti dalle fazioni islamiste siriane. Individui noti per violazioni dei diritti umani ed estorsioni durante la guerra sono stati promossi a ruoli di potere, mentre a soldati, poliziotti e paramilitari del vecchio regime è stato concesso un periodo di tempo prestabilito per consegnare le armi.

Il governo, il parlamento e l'apparato di sicurezza siriani, un tempo scelti deliberatamente tra le diverse comunità religiose del Paese per garantirne la rappresentanza, stavano per essere smantellati. Al loro posto, un nuovo apparato, in gran parte omogeneo, stava prendendo il controllo.

«Ora è tutto di un unico colore», ha detto un uomo di Suqaylabiyah che oggi vive in Europa, parlando sotto anonimato per timore di ritorsioni sulla famiglia rimasta in città. Questo cambiamento ha riguardato anche la polizia locale di Suqaylabiyah: una forza che in precedenza comprendeva alawiti, drusi e cristiani, ma che ora — ha affermato l'uomo — è composta esclusivamente da sunniti radicali.

L'assalto alla Basilica di Santa Sofia

Uno dei primi attacchi contro i cristiani dopo la caduta della dinastia Assad in Siria è stato diretto proprio contro la chiesa di Santa Sofia a Suqaylabiyah.

«L'attacco alla chiesa è avvenuto tre notti dopo la caduta del regime. Il regime è caduto l'8 dicembre e l'assalto è avvenuto l'11», ha dichiarato la donna intervistata in anonimato. «Hanno distrutto le croci, l'immagine della Vergine Maria e hanno rubato tutto il resto. Le icone, tutto».

Gli abitanti del paese hanno così deciso di sigillare le porte della chiesa con delle pietre. «Non era più sicuro andarci. La chiesa si trova all'ingresso della città», ha spiegato, sottolineando il pericolo anche solo di avvicinarsi ai confini del centro abitato. «Dal momento della caduta del regime, la situazione è diventata tesa. Se avevi del lavoro da sbrigare o un appuntamento, tornavi a casa prima del previsto. Tutti avevano paura».

Un secondo attacco a Suqaylabiyah si è verificato il 23 dicembre 2025, quando un gruppo di uomini armati e mascherati ha dato fuoco all'albero di Natale della città, proprio di fronte all'edificio della Sicurezza Generale. «Molti giovani del paese hanno cercato di fermarli per evitare che l'edificio venisse dato alle fiamme, ma quegli uomini erano armati. Chiamavano i nostri ragazzi "infedeli" e hanno iniziato a sparare vicino a loro», ha raccontato la testimone.

In seguito, i residenti hanno ricevuto minacce più sottili, come un biglietto lasciato su un'altra chiesa della città che avvertiva che sarebbe stata incendiata.

Gli attacchi, tuttavia, non si sono limitati ai soli simboli del cristianesimo.

Un pogrom nell'impunità

Il 27 marzo, due uomini di Qalaat al-Mudiq sono arrivati in moto a Suqaylabiyah e hanno iniziato a molestare alcune ragazze del posto. I giovani cristiani della città sono intervenuti per allontanarli.

Questo episodio è bastato a spingere orde di uomini in motocicletta a riversarsi in città, dando inizio a un pogrom durato ore. Sono stati incendiati veicoli, saccheggiati e devastati negozi, compromettendo i già fragili mezzi di sussistenza in un'economia svuotata dalla guerra.

Le riprese di quella notte mostrano i veicoli delle forze di sicurezza interne del nuovo governo presenti nel convoglio di motociclette, non per bloccarne l'avanzata, ma per scortarlo.

In un video diffuso quella sera, uno dei partecipanti filma la scena mentre attraversa la città in moto. Pur non rivelando la propria identità, narra gli eventi mostrando un corteo di motociclette davanti e dietro di lui, affiancato da due veicoli della polizia con i lampeggianti accesi che procedono nella stessa direzione degli assalitori, i quali a tratti sparano colpi in aria.

«Questi sono i ragazzi di Qalaa [al-Mudiq]! E c'è la Sicurezza Generale! Dal centro di Suqaylabiyah!», grida l'autore del video. Altri filmati girati dagli stessi assalitori e diffusi sui social media li mostrano mentre fanno irruzione nei negozi e distruggono automobili.

«È successo tutto davanti agli occhi della Sicurezza Generale, che non ha fatto assolutamente nulla», ha confermato il giovane di Suqaylabiyah. «Al contrario, hanno arrestato sei uomini della nostra città». I sei sono stati infine rilasciati solo in seguito alle proteste dell'opinione pubblica e all'attenzione dei media internazionali.

L'agenzia di stampa statale SANA ha riferito l'11 aprile che i rappresentanti delle due città avevano raggiunto un accordo a seguito di sessioni di "riconciliazione" supervisionate dal governo. L'intesa prevedeva il ritiro di tutte le cause per i danni subiti e l'erogazione di risarcimenti basati sulla valutazione di una commissione governativa. Tuttavia, secondo quanto riferito dagli abitanti del luogo intervistati tre mesi dopo, nessun risarcimento è stato ancora corrisposto.

La via d'uscita: l'emigrazione

Oggi gli abitanti di Suqaylabiyah riducono al minimo gli spostamenti fuori città, limitandoli alle ore diurne.

Secondo le testimonianze raccolte, le giovani donne di Suqaylabiyah ora indossano l'hijab (il velo) quando si recano a lezione all'università nella vicina città di Hama per evitare molestie. Per i giovani uomini la situazione è ancora più insostenibile, poiché vengono spesso associati al precedente regime e sono quindi costantemente soggetti a detenzione.

«Avevamo una Forza di Difesa Nazionale e molti giovani di Suqaylabiyah vi hanno partecipato», ha spiegato l'uomo fuggito in Europa, riferendosi alla rete di milizie paramilitari locali creata dal regime di Assad per proteggere le città governative durante la guerra.

Dopo aver consegnato le armi nell'ambito del programma di disarmo imposto dal nuovo governo, «la maggior parte di loro si trova ora fuori dalla Siria», costretta a fuggire per evitare l'arresto e lasciando la città in balia di un apparato di sicurezza composto proprio dai militanti contro i quali un tempo combattevano per difendersi.

«Molti giovani sono stati arrestati e, quando succede, non ne abbiamo più notizie né sappiamo dove vengano portati», ha aggiunto la donna intervistata.

Un uomo di 28 anni della vicina città cristiana di Kafr Bahoum (provincia di Hama) ha dichiarato a CSI di essere fuggito in Europa nel giugno del 2025 proprio per questo motivo:

«C'era troppa pressione sui cristiani perché ci associavano al regime precedente. Ci sono stati molti rapimenti, richieste di riscatto e ristoranti chiusi con il pretesto di servire alcolici. Onestamente, la Siria stava diventando un altro Afghanistan, ed è per questo che sono scappato».

Il giovane ha raccontato che la situazione era diventata insostenibile anche per il fratello minore, studente universitario cristiano, al punto da spingerlo a interrompere gli studi di ingegneria proprio nell'ultimo semestre prima della laurea.

Fabrice Balanche, esperto di Siria e professore all'Università di Lione-2 in Francia, afferma che la popolazione cristiana nel Paese è crollata drasticamente dall'inizio della guerra nel 2011, passando da 1,2 milioni a circa 200.000 persone. Il geografo politico, che conduce ricerche sul campo da oltre trent'anni, ha raccolto questi dati recenti durante un viaggio di ricognizione nel Paese, nel corso del quale ha incontrato alti prelati cristiani.

«Coloro che rimangono sono per lo più anziani che possiedono negozi e immobili, ma anche loro aspettano solo che l'economia migliori per poter vendere i propri beni e raggiungere figli e nipoti all'estero», ha osservato Balanche. «Solo il clero ha scelto di rimanere».

A differenza degli alawiti (concentrati sulla costa) o dei drusi (che vivono principalmente nella provincia meridionale di Sweida), le comunità cristiane siriane sono disperse in tutto il Paese, il che rende più difficile trovare la forza nei numeri, come ha fatto notare il giovane di Suqaylabiyah.

«Per i giovani il futuro è del tutto incerto», ha concluso la donna che parla dalla città. Interrogata sulle sue speranze, ha risposto che, pur desiderando la pace, nelle condizioni attuali l'emigrazione rimane l'unica via d'uscita.

(da Christian Solidarity International – Traduzione a cura di OraproSiria)

Le più recenti da Popoli e dintorni

On Fire

Ma perché Donald Trump continua ad insultare l'Italia? La risposta è molto semplice

  di Alessandro Volpi*   L'ineffabile presidente della più grande democrazia del mondo, che fa allusioni sessuali persino ai figli, torna a irridere la presidente del Consiglio italiana,...

Il Lussemburgo fa (definitivamente) cadere la maschera sul riarmo della NATO

  di Laura Ruggeri*   Al vertice NATO di Ankara, il Lussemburgo si è posizionato come uno dei più accesi sostenitori dell'accelerazione del riarmo europeo. Per un paese di...

Il PD resta il nemico numero uno del paese

di Vito PetrocelliL’intervista concessa ieri da Elly Schlein al Foglio ha almeno un merito: quello della chiarezza. Elly conferma la visione piddina del mondo e conferma anche quanto sia profonda...

Restare umani: la forma più alta di ribellione al mondo distopico di oggi (di Alberto Bradanini)

di Alberto Bradanini 1. Viviamo una stagione pericolosa, ormai ne hanno coscienza persino quelli che ne traggono i maggiori benefici, i satrapi della finanza globalista, terrorizzati all’idea di...

Copyright L'Antidiplomatico 2015 all rights reserved
L'AntiDiplomatico è una testata registrata in data 08/09/2015 presso il Tribunale civile di Roma al n° 162/2015 del registro di stampa