di Geraldina Colotti
Cedimento o avanzata tattica? La firma del recente accordo energetico tra lo Stato venezuelano e gli Stati Uniti rappresenta una delle inflessioni più profonde e complesse della storia contemporanea del Paese. La decisione si produce in una congiuntura di estrema tensione, attraversata dall'assedio imperiale, dalle sequele del blocco finanziario, dal bombardamento di gennaio e dal drammatico sequestro del presidente Nicolás Maduro e della “prima combattente” Cilia Flores. Questo intendimento ha scatenato un intenso dibattito in seno al pensiero antiimperialista e alla sinistra globale.
Lontano dalle letture semplicistiche che oscillano tra la condanna tout court e l'entusiasmo ingenuo, un'analisi rigorosa esige di ponderare i dati tecnici, il contesto geopolitico, i rischi, le alternative reali e la risposta organizzata della classe operaia.
Per comprendere la natura dell'accordo è imperativo partire dalla realtà materiale che lo precede. Dopo più di un decennio di misure coercitive unilaterali — un assedio sistematico in cui PDVSA ha concentrato il bersaglio di oltre il 20% delle sanzioni, riducendo drasticamente la capacità di estrazione e asfissiando le entrate fiscali della nazione —, l'economia venezuelana operava sotto un cerchio asfissiante che è culminato nell'aggressione militare diretta e nel sequestro del presidente Maduro e della deputata Cilia Flores, sua moglie. Dagli ultimi mesi del 2025, il Paese è stato persino sottoposto a un blocco navale di fatto, trovandosi con zero entrate e costretto a vendere petrolio in modo irregolare al di sotto del prezzo di mercato pur di sopravvivere. Come ha sottolineato il viceministro William Castillo, il Paese ha attraversato un lungo «ciclo di resistenza» di fronte all'aggressività esterna. E il presidente Maduro è stato uno dei principali artefici di questa grande tattica per spezzare l'assedio.
Di fronte alla campagna di disinformazione scatenata dai grandi centri egemonici di comunicazione e dai settori dell'estrema destra — decisi a far credere che il patto rappresenti la svendita delle risorse nazionali a prezzi stracciati —, la realtà dei numeri e il quadro legale stabilito dalla nuova Legge Organica sugli Idrocarburi smentiscono intanto il racconto dell'opposizione. L'accordo riguarda concessioni su 17 campi strategici e 8 blocchi "verdi" (greenfields) nella Faja Petrolífera del Orinoco Hugo Chávez Frías (circa il 21,5% delle riserve provate). Si tratta di aree prive di infrastrutture pregresse che richiedono capitali massicci per costruire tutto da zero. Il fatto che l'operatore privato si faccia carico del progetto a proprie spese, conto e rischio risparmia allo Stato venezuelano costi ed enormi rischi operativi, mantenendo alla Repubblica la proprietà giuridica e assoluta dei giacimenti.
La durata del contratto è limitata per legge a 25 anni (e non 100 come sostenuto dalla propaganda d'opposizione). Questo vincola le aziende a mettere in produzione i pozzi nel minor tempo possibile, garantendo l'ingresso di investimenti a brevissimo termine. Detto questo, dato lo stato di logoramento degli impianti, secondo alcuni analisti, i risultati cominceranno ad essere effettivi non prima di cinque anni.
La royalty minima è stata fissata al 16% per ogni barile estratto, a cui si aggiunge un'Imposta sui Redditi (ISLR) del 34%. Basti pensare che durante la cosiddetta Apertura Petrolera della Quarta Repubblica la royalty era appena dell'1%. Dall'arrivo di Chávez, le grandi multinazionali non hanno più lasciato solo le briciole come un tempo. Le stime indicano che l'intesa porterà nelle casse dello Stato oltre 209 miliardi di dollari (circa 19 dollari netti per barile a titolo di soli tributi fiscali). Il totale dei benefici economici per la nazione includerà ulteriori componenti previsti dalla legge.
Le dichiarazioni di Donald Trump — secondo cui gli USA avrebbero "preso" 65 miliardi di barili — rispondono a una manovra retorica per condizionare i mercati finanziari e abbassare i prezzi del greggio nel quadro della crisi di Hormuz. I dati matematici indicano che l'estrazione effettiva nei 25 anni di contratto si attesterà intorno agli 11 miliardi di barili; i 65 miliardi rappresentano semplicemente lo stock complessivo delle riserve stimate per quelle aree, non la loro totale spoliazione.
La risposta concreta a questa svolta geopolitica si è consolidata nell'incontro tra il governo bolivariano e la forza lavoratrice del Paese, documentato dalle emittenti nazionali e internazionali. Durante l'assemblea con i lavoratori, la presidenta incaricata Delcy Rodríguez ha scandito con chiarezza la linea d'azione dell'Esecutivo. Ha riconosciuto apertamente le difficoltà estreme e le sofferenze patite dal popolo venezuelano a causa dell'assedio e del blocco economico, ricordando come le sanzioni abbiano colpito al cuore i salari e i diritti sociali della classe lavoratrice. Ha ribadito che l'ingresso regolato di investimenti non significa alcuna resa ideologica, bensì uno strumento pragmatico e sovrano per mettere in moto le capacità produttive nazionali, recuperare l'industria petrolifera e generare le entrate fiscali indispensabili a ricostruire il salario reale. Ha sottolineato che nessuna trasformazione economica sarà fatta alle spalle dei lavoratori: la classe operaia e le strutture sindacali – ha detto - sono chiamate a esercitare un controllo sociale diretto, vigilando sui processi produttivi e garantendo che le risorse generate rimangano al servizio della giustizia sociale e della difesa della Patria.
Per il Partito Socialista Unito di Venezuela (PSUV) e per la Centrale bolivariana socialista dei lavoratori e lavoratrici della città, la campagna e la pesca (CBST, il principale sindacato del paese), questo confronto diretto ha confermato che la riattivazione industriale sotto il controllo sovrano dello Stato costituisce l'unico strumento reale per difendere il potere d'acquisto e garantire la stabilità lavorativa.
Analisti del settore tecnico come l'esperto petroliero David Paravisini confermano che l'inserimento di capitali e la cooperazione tecnica internazionale non solo sono inevitabili per superare il ritardo produttivo inducibile, ma rafforzano l'esperienza della classe lavoratrice petroliera e riaffermano la solidità di uno Stato che continua a fissare le regole sovrane di sfruttamento. Il petrolio – ribadisce l'esperto - deve tornare a produrre ricchezza per il popolo e non rimanere sterile sotto terra.
In questo scenario di massima vulnerabilità, la decisione dell'Esecutivo afferma di voler rispondere a una precisa manovra tattica. Da un lato, affronta il dilemma tra lasciare le riserve inutilizzate a causa del blocco tecnologico o aprire canali regolati per riattivare l'apparato produttivo. Dall'altro, cerca di desolidarizzare e incrinare l'architettura delle sanzioni, facendo leva sugli interessi economici delle corporazioni per allentare la pressione e propiziare, sul piano giuridico e diplomatico, il ritorno del presidente sequestrato Nicolás Maduro e di Cilia Flores. La presidenta incaricata, agendo nel quadro della continuità istituzionale “per evitare il caos”, ha priorizzato questa manovra geopolitica.
Il panorama politico interno mostra tuttavia diverse sfumature. Figure dell'estrema destra come María Corina Machado o María Elvira Salazar, insieme a ex funzionari come Rafael Ramírez (ex ministro del petrolio, profugo della giustizia per corruzione, oggi all'opposizione), hanno attaccato l'accordo. È una palese contraddizione da parte di chi per anni ha chiesto invasioni, blocchi e sanzioni e oggi lamenta le conseguenze del cerchio che ha contribuito a creare.
Settori minoritari del chavismo radicale e intellettuali come Luis Britto García hanno sollevato legittime avvertenze sui rischi di opacità finanziaria o sul pericolo che i flussi monetari rimangano imbrigliati nei circuiti di controllo del Tesoro statunitense.
Allo stesso tempo, non trova conferma alcuna l'idea che l'accordo con Washington implichi la rottura delle alleanze strategiche con i partner multipolari in Eurasia, come la Cina o la Russia. Pechino e Mosca mantengono intatti i loro contratti di associazione strategica nei giacimenti dell'Orinoco, in un modello di coesistenza multivettoriale dove lo Stato venezuelano conserva la regia Unitaria.
All'interno dello stesso blocco rivoluzionario si levano inoltre voci che pongono l'accento sulla natura temporanea e viziata di qualsiasi firma avvenuta sotto ricatto. Tra queste spicca la posizione della deputata Iris Varela, la quale ha sottolineato la sostanziale inattuabilità di accordi sottoscritti sotto la minaccia diretta delle armi e dell'aggressione esterna. Varela ha ricordato che tali patti soffrono di un vizio d'origine e che, una volta ripristinata la piena normalità costituzionale e la sovranità territoriale senza ingerenze, questi contratti potranno essere legalmente annullati in quanto insanabilmente anticostituzionali.
Intanto, prosegue l'offensiva legale già in corso a livello internazionale per il ritorno del presidente sequestrato. La difesa di Nicolás Maduro e di Cilia Flores ha già presentato un formale ricorso di nullità davanti ai tribunali internazionali e statunitensi — denunciando l'illegittimità del loro sequestro in palese violazione dell'immunità diplomatica e sovrana. Una manovra legale che, nelle intenzioni del governo incaricato, s'intreccia con quella economica e petrolifera: per desolidarizzare l'architettura delle sanzioni, facendo leva sugli interessi economici delle corporazioni estere, per allentare la pressione e propiziare, sul piano economico, giuridico e diplomatico, il ritorno in patria della coppia presidenziale.
L'accordo energetico sull'Orinoco rifiuta le metriche astratte e i giudizi a tavolino: esso va collocato dentro la materia viva della lotta di classe globale e nella spietata correlazione di forze scaturita dall'aggressione di gennaio. Le esperienze storiche dei processi rivoluzionari insegnano che la tenuta di una fase di transizione non si misura dal purismo dell'inazione, ma dalla capacità tattica di preservare il potere politico, difendere la vita materiale del popolo e piegare a proprio vantaggio le spaccature interne dell'avversario imperiale.
La battaglia per il controllo delle risorse e per il destino della Repubblica resta comunque del tutto aperta. In questo scenario impervio, la lucidità analitica, la coesione organica della base e l'intransigenza della forza lavoratrice e delle comunas costituiscono la vera garanzia affinché questa complessa manovra di resistenza non finisca in un disastro, ma anzi si converta in una vittoria strategica per il Venezuela e per l'intero Sur Global.
di Tawfiq Al-Ghussein e Rania Hammad Alla Mostra del Cinema di Venezia una sala si è alzata in piedi e ha applaudito per venticinque minuti. È l'ovazione più lunga...
di Ahmed Bashir Al-Aila* Quando è stato annunciato che il volo Flydubai FZ1073 aveva subito una brusca perdita di quota sopra i cieli di Tabuk, ho seguito la notizia da esperto di fisica,...
di Alessandro Bartoloni Dopo la visita del direttore della CIA John Ratcliffe a Mosca a metà agosto sui media italiani si sono moltiplicate le speculazioni su ciò che intendesse discutere...
«Queste dichiarazioni sono la prova diretta della politica statunitense di dispiegare armi nello spazio e di utilizzarle in operazioni di combattimento per assicurarne il dominio e la superiorità»....
Copyright L'Antidiplomatico 2015 all rights reserved
L'AntiDiplomatico è una testata registrata in data 08/09/2015 presso il Tribunale civile di Roma al n° 162/2015 del registro di stampa