C'è un momento, nello scambio andato in onda il 20 aprile 2026 a Piers Morgan Uncensored, in cui la retorica si scioglie come neve al sole, lasciando a nudo il nervo scoperto del dibattito occidentale sul Medio Oriente. Protagonista il professor Seyed Mohammad Marandi, analista iraniano e consigliere del team negoziale di Teheran, che in pochi secondi ha inchiodato il celebre conduttore britannico a una domanda tanto semplice quanto scomoda.
La dinamica è spietata nella sua chiarezza. Marandi non sferra un attacco ideologico. Pone un interrogativo essenziale: può uno Stato fondato sulla supremazia etnica essere considerato legittimo? Il riferimento, esplicito, è a Israele.
Morgan, noto per la sua abilità nel gestire il conflitto televisivo, in questo caso reagisce come un pugile suonato. Non risponde. Cerca di trovare vie d'uscita appellandosi alla classica propaganda occidentale. Cita la sua personale opposizione alla recente legge israeliana che autorizza l'esecuzione dei prigionieri palestinesi. Evoca il nome di Itamar Ben-Gvir, come a voler circoscrivere il problema all'ala più oltranzista del governo israeliano.
Ma Marandi ribatte colpo su colpo. Con calma, riporta il discorso al punto di partenza. E qui sta la lezione magistrale: quella legge, spiega il professore, non è un incidente di percorso. È il prodotto fisiologico di un sistema e di un regime fondato sulla gerarchia e sull'etno-suprematismo. Non si può condannare il frutto marcio continuando a difendere l'albero che lo produce.
Ed è qui che Morgan si ammutolisce. O meglio prima si attacca su singoli comportamenti, poi attacca il professore in maniera abbastanza infantile. È l'ammissione implicita di chi sa di non avere una risposta onesta da offrire al proprio pubblico perché la sua doppia morale è stata smascherata. Perché riconoscere la premessa di Marandi significherebbe mettere in discussione l'intera architettura morale su cui si regge la narrazione filo-occidentale del conflitto.
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