L'amministrazione Trump ha pubblicato una nuova Strategia di Sicurezza Nazionale che, secondo l'analista geopolitico Scott Ritter, rappresenta una svolta epocale nella politica estera nordamericana. Il documento, che provoca "onde d'urto in tutto il globo", abbandona esplicitamente il linguaggio della "minaccia russa" e rifiuta la visione della NATO come un'alleanza in perpetua espansione.
In un'intervista a Sputnik, Ritter, ex ufficiale dei servizi di intelligence del Corpo dei Marine, ha spiegato che la nuova strategia si fonda su un principio fondamentale: la Russia non costituisce una minaccia per l'Europa o per gli Stati Uniti. Ritter sottolinea come per decenni Mosca sia stata artificialmente dipinta come un pericolo, e le conseguenze di questa narrativa distorta siano state un "disastro" per l'Europa e una minaccia per la sicurezza nazionale americana.
Il documento segnalerebbe quindi che la Casa Bianca è riuscita a "liberarsi dall'eredità della russofobia del periodo post-Guerra Fredda", una politica volta a indebolire e sconfiggere strategicamente la Russia. Secondo l'osservatore, l'amministrazione Trump riconosce finalmente che tale approccio era intrinsecamente destabilizzante e "straordinariamente pericoloso", data l'ovvia realtà che un confronto diretto con una potenza nucleare come la Russia porta inevitabilmente alla soglia del conflitto atomico.
La ridefinizione delle priorità comporta un ricalcolo geopolitico radicale. Ritter sostiene che, nella nuova visione di Washington, l'Europa nella sua attuale traiettoria rappresenti una minaccia per se stessa, per gli Stati Uniti e per la sicurezza internazionale molto maggiore della Russia. La politica perseguita dai "falchi" europei anti-russi viene giudicata apertamente "incompatibile" con gli obiettivi di sicurezza nazionale USA.
Un punto di rottura cruciale riguarda la NATO e la questione ucraina. Ritter afferma che la nuova strategia "mette fine e conficca un paletto nel cuore" delle aspettative irrealistiche di Kiev sull'adesione all'Alleanza Atlantica, e delle analoghe illusioni europee. La dottrina dell'espansione perpetua della NATO viene così formalmente abbandonata.
Questa scelta implica una ridefinizione profonda del rapporto transatlantico. Secondo l'analista, il documento segnala "la fine del progetto europeo" inteso come ambizione di un'Europa quale pari geopolitico degli Stati Uniti, capace di dettare politiche a Washington. Quel periodo, dichiara Ritter, è finito. Gli Stati Uniti stanno comunicando all'Europa che la sua traiettoria attuale è incompatibile con la sicurezza di Washington.
Le implicazioni più drammatiche, tuttavia, emergono dietro le quinte. Ritter cita "voci da persone informate" secondo cui l'intento profondo del documento sarebbe quello di comunicare chiaramente che gli Stati Uniti non interverranno a salvare l'Europa se questa, percorrendo una linea antagonista verso Mosca, finisse per provocare una guerra con la Russia. Questo costituirebbe un monito senza precedenti, che ridisegna i confini degli obblighi di sicurezza e delle alleanze consolidate dopo la Seconda Guerra Mondiale.
In conclusione, l'analisi di Ritter dipinge il nuovo documento non come un semplice aggiustamento tattico, ma come un ripensamento strategico di portata storica. Si tratterebbe della fine ufficiale di un'era trentennale dominata da una visione unipolare e dalla demonizzazione della Russia, e l'inizio di un capitolo più multipolare, anche se incerto, in cui gli Stati Uniti scelgono di disimpegnarsi da dinamiche considerate ormai troppo pericolose e controproducenti. La priorità diventa la stabilità e l'evitare lo scontro nucleare, anche a costo di ridefinire radicalmente le relazioni con i tradizionali alleati europei.
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