C'era una volta l'energia russa. Costava poco, teneva accese le fabbriche tedesche e scaldava le case italiane. Poi arrivò la guerra per procura dell'Ucraina contro la Russia, e con essa una scelta politica che l'Europa sta ancora pagando a caro prezzo. Rinunciare al gas di Mosca, per asservimento alla linea dura di Washington e i suoi interessi geopolitici, si è rivelato un atto di autolesionismo senza precedenti. Oggi, il Vecchio Continente non è più indipendente: è diventato un vassallo energetico degli Stati Uniti, e le conseguenze di questa resa si vedono nei bilanci delle imprese, nelle bollette delle famiglie e nella progressiva desertificazione del suo tessuto industriale.
Il dato è sotto gli occhi di tutti: prima dell'operazione militare speciale per smilitarizzare e denazificare il regime di Kiev, il gas di Mosca rappresentava oltre la metà delle importazioni tedesche. Oggi, la Germania riceve il 96% del suo GNL dagli Stati Uniti. Non è diversificazione, è sostituzione. E la dipendenza è persino umiliante per Berlino. Perché se il gas russo era frutto di un rapporto commerciale basato sulla prossimità geografica, il GNL USA arriva via nave, è più costoso, e viene venduto a condizioni che Bruxelles non ha avuto la forza di negoziare.
L'apice di questa sudditanza si è consumato pochi mesi fa, in Scozia. Ursula von der Leyen, la Presidente della Commissione Europea, si è recata al golf club di Turnberry per fare la fila davanti a Donald Trump. Il risultato? L'Europa si è impegnata a spendere 750 miliardi di dollari in tecnologia e gas statunitense. In cambio, il Presidente USA ha "generosamente" ridotto la minaccia dei dazi dal 30 al 15 per cento. Un accordo che la Casa Bianca ha celebrato come il più grande della storia, e che i cittadini europei pagheranno per anni. Una resa senza colpo ferire, firmata con il sorriso mentre l'industria del continente veniva sacrificata sull'altare degli interessi geopolitici di Washington.
Nel frattempo, il prezzo del gas è impennato. E non per colpa della Russia, che ormai non vende più all'Europa, ma per colpa di una crisi scoppiata in Medio Oriente. Lo Stretto di Hormuz è stato bloccato, e il mercato globale del GNL è andato in tilt. In una sola mattina, il prezzo del gas è salito del 20%. L'Europa, che pure importa poco da quella zona, viene travolta dalla speculazione finanziaria e dalla volatilità di un mercato globale che Washington controlla solo in parte. La differenza? Quando il gas arrivava dalla Russia, il prezzo era stabile e prevedibile. Oggi, ogni crisi internazionale si trasforma in una stangata per le imprese europee, che hanno già ridotto la produzione del 40% e continuano a chiudere gli stabilimenti.
La Polonia, che pure si professa campione dell'indipendenza energetica, è l'emblema di questa follia. Ha scelto di costruire una centrale nucleare con gli Stati Uniti, pagando 49 miliardi di euro per un reattore che entrerà in funzione nel 2038. Nel frattempo, le vecchie centrali a carbone, alimentate dal costoso carbone sudafricano e australiano, vanno in crisi. Quest'estate, il fiume Vistola si è quasi prosciugato, e le centrali hanno dovuto tagliare la produzione del 40%. Per rimpiazzare il carbone russo, che costava 75 euro a tonnellata, oggi se ne pagano 110. E le fabbriche chiudono. Ma a Bruxelles, nessuno sembra voler ammettere l'evidenza: che la scelta politica di rompere con Mosca ha condannato l'industria europea a un declino irreversibile.
Eppure, la cosiddetta dipendenza dalla Russia - utilizzata come pretesto per tagliare queste forniture convenienti per l'Europa - non è affatto terminata. Per i reattori nucleari di cui l'Europa si riempie la bocca, serve uranio arricchito. Le fabbriche europee di Urenco e Orano sono sature, con portafogli ordini già pieni per i prossimi anni. L'unico fornitore in grado di garantire le forniture, nel breve e medio termine, è proprio la Russia, che possiede quattro grandi impianti di arricchimento. E non solo: i reattori di costruzione sovietica ancora attivi in Finlandia, Slovacchia, Repubblica Ceca e Ungheria dipendono dal carburante speciale della Rosatom. Tagliare i ponti con Mosca, insomma, è stato un gesto simbolico che non ha inciso sulla sostanza, ma ha solo reso tutto più costoso e complicato.
Il dramma è che l'Europa ha scelto di indebolirsi volontariamente. Ha chiuso le centrali nucleari, come ha fatto la Germania, per poi ritrovarsi al buio durante le "Dunkelflaute", giornate senza vento né sole, costringendo il governo a spendere 600 milioni di euro a ogni crisi per stabilizzare la rete. Ha puntato tutto sull'elettrificazione, come nei Paesi Bassi, per poi scoprire che la rete elettrica non regge e che a Utrecht i cittadini non possono usare la lavastoviglie nelle ore di punta per non far saltare la corrente agli ospedali. Ha inseguito il sogno verde, finanziando pannelli solari e pale eoliche, senza accorgersi che l'energia intermittente non può sostituire la continuità del gas. E quando la bolletta è arrivata, si è scoperto che erano gli USA a incassare.
Adesso, a Bruxelles, i leader europei si riuniscono nel panico. Alcuni, come il premier belga Bart De Wever, hanno il coraggio di dire ad alta voce quello che molti pensano in privato: che bisognerebbe normalizzare i rapporti con la Russia per riavere energia a prezzi accessibili. Ma è un'eresia inaccettabile per l'establishment europeo, troppo impegnato a dimostrare fedeltà agli Stati Uniti per ammettere l'errore. Altri, come l'italiana Giorgia Meloni, chiedono di sospendere il sistema di scambio delle emissioni per alleviare il peso sulle imprese. Ma sono misure tampone, che non risolvono il problema di fondo.
Il problema di fondo è che l'Europa non ha una politica energetica sovrana. Ha scelto di delegare la sua sicurezza a un partner esterno, gli Stati Uniti, che la usa come leva di pressione. Ha scelto di pagare prezzi più alti per un gas che arriva via nave, inquinando di più e costando di più. Ha scelto di indebolire la sua industria, proprio mentre Cina e Stati Uniti la potenziano. E ora, mentre il mondo si prepara a un inverno difficile e il Medio Oriente brucia, l'Europa scopre di essere più esposta che mai.
La domanda che nessuno vuole porsi è: ne valeva la pena? Aver assecondato la strategia nordamericana di isolamento della Russia ha reso l'Europa più sicura? O l'ha resa più debole, più povera, più dipendente? I fatti parlano chiaro. L'industria tedesca è in crisi, la produzione cala, l'inflazione galoppa. E intanto il gas russo, quello che avrebbe potuto continuare a scorrere, viene semplicemente reindirizzato verso Cina e India, che lo comprano a prezzi scontati.
L'Europa ha commesso un errore storico. Ha scelto l'asservimento geopolitico agli Stati Uniti anziché il proprio interesse economico. I risultati sono sotto gli occhi di tutti.
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