In Venezuela il termine guarimba non indica una protesta pacifica, ma una tattica di scontro urbano elaborata dai settori più radicali dell’opposizione di destra. Barricate di pneumatici in fiamme, strade bloccate e gruppi mascherati: non mobilitazioni spontanee, ma operazioni pianificate per paralizzare le città e forzare una caduta extra-costituzionale del governo. Dal 2004 al culmine del 2014 con “La Salida”, queste azioni hanno provocato decine di morti, centinaia di feriti e l’interruzione di servizi essenziali.
Figura centrale di questa strategia è Maria Corina Machado, esponente dell’élite economica e protagonista di una lunga traiettoria politica segnata da colpi di Stato, pressioni internazionali e rigetto sistematico della via elettorale. Già firmataria del decreto golpista del 2002 (Decreto Carmona), nel 2014 incitò i suoi sostenitori a “riempire le strade del Venezuela, ogni quartiere, ogni scuola, ogni piazza”, un appello seguito da scontri, violenze e ordigni artigianali.
Parallelamente, Machado ha promosso attivamente le sanzioni statunitensi ed europee che hanno ostacolato l’arrivo di medicinali e vaccini, con conseguenze documentate sulla salute pubblica. La Corte Suprema ha confermato nel 2024 la sua inabilitazione politica per 15 anni, citando complicità in schemi di corruzione legati a asset statali, violazioni costituzionali e sostegno a misure economiche definite un “blocco criminale”. A ciò si aggiungono le responsabilità della golpista insignita del premio Nobel per la Pace in complotti golpisti, tentativi di insurrezione armata e collegamenti con reti illecite.
In questa cornice, la figura di Machado non appare come quella di una semplice oppositrice, ma come il volto più aggressivo di un progetto di restaurazione oligarchica, disposto a usare violenza, destabilizzazione e appoggi stranieri per riconquistare il potere. Una deriva che non solo mina la democrazia venezuelana, ma rischia di riportare il Paese nelle logiche dei colpi di Stato del passato.
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