di Fabrizio Poggi per l'AntiDiplomatico
11 luglio. «I russi sono sull’orlo di una crisi di nervi» assicura il signor Paolo Valentino sul Corriere della Sera del 11 luglio, perché la «guerra in Ucraina non è più un’eco lontana, ma è entrata a gamba tesa dentro le loro vite, materializzandosi nella cronica penuria di carburante, nei continui blackout della rete» e via di disastro in disastro, tra i quali c'è anche quello secondo cui «anche lo Zar non sta messo molto bene: Vladimir Putin è al più basso livello di popolarità da quattro anni a questa parte»: parola di Vladimir Zelenskij; anche se questo il signor Valentino evita pudicamente di specificarlo. Come pure, tra una estemporanea citazione del titolo di un'opera di Lenin (ma dubitiamo che l'articolista abbia idea di cosa essa tratti, vista l'associazione di temi da lui proposta) si astiene dal dire ciò che addirittura i liberal-dissidenti russi, quelli tanto spesso venerati dalla stampa italica, dicono apertamente e cioè che gli attacchi ucraini, quotidianamente magnificati dal foglio milanese, hanno davvero esasperato i russi, ma non nel senso sperato da Kiev e celebrato dai media liberali, per cui la popolazione dovrebbe rivoltarsi e rovesciare il governo, bensì nel senso che i russi chiedono al governo di accelerare la sconfitta dei banderisti, lamentando che non si attacchi l'Ucraina con sufficiente forza. Questo, quasi a ribadire le parole di Clausewitz a proposito della campagna di Napoleone in Russia, fallita non «perché l'imperatore si sia avventurato troppo rapidamente e troppo lungi... ma perché mancarono i soli mezzi possibili di successo... un paese di tal natura non può esser domato che per effetto della propria debolezza e della scissione interna». Solo a determinate condizioni Napoleone «poteva sperare di scuotere il coraggio del governo, la fedeltà e la tenacia del popolo». Dunque, conclude Clausewitz «la campagna del 1812 non è riuscita, perché il governo nemico è rimasto saldo e il popolo è rimasto fedele e tenace».
Certo, dice l'ex direttore dell'emittente liberale più venerata in occidente, “Ekho Moskvy”, Aleksej Venediktov, l'esasperazione cresce ed «è diretta contro il governo»; ma in Russia accade come a Teheran «dove, quando gli americani hanno colpito, la gente non è scesa in piazza per rovesciare gli ayatollah, ma si è stretta attorno alla bandiera».
In Russia, piuttosto, nei giorni susseguenti il vertice NATO di Ankara, la questione più generalmente sollevata è quella dell'atteggiamento americano nei confronti del conflitto in Ucraina e delle promesse UE-NATO di armi e soldi al regime nazigolpista di Kiev, con un accento particolare sul tema della promessa USA di rilasciare all'Ucraina le licenze per la produzione di missili adatti al sistema “Patriot”, il solo in grado di intercettare (e non sempre) i missili balistici russi che, soprattutto nelle ultime settimane, hanno ripetutamente colpito obiettivi militari e depositi di armi che la junta posiziona proditoriamente in mezzo ai quartieri residenziali di Kiev.
I “Patriot”, dunque: sia specificamente in quanto arma, sia come mezzo di sviluppo dell'industria militare ucraina e, conseguentemente, quale sicura strada di arricchimento dei clan che vi ruotano attorno. Al momento, la più urgente preoccupazione ucraina è che le promesse yankee di concedere la licenza di produzione vengano giuridicamente formalizzate il prima possibile, dato che, dice ad esempio il politologo dell'ufficio presidenziale ucraino Vladimir Fesenko, «al momento sono solo parole». La concessione della licenza, dice, non è ancora «una decisione, ma piuttosto un accordo politico» e per ora nulla di più, anche perché i contratti di licenza «devono essere firmati con aziende americane».
D'altronde, afferma un altro politologo ucraino, Ruslan Bortnik, se Kiev otterrà la licenza, il regime di Zelenskij acquisirà un maggiore potere contrattuale. Ma, dice, una licenza non equivale a missili e «possono volerci anni dalla concessione della licenza alla produzione su vasta scala dei primi missili... Ma è possibile una linea per cui questa licenza inizi a funzionare più rapidamente. Ad esempio, la produzione di missili Patriot in Ucraina o in joint venture al di fuori dell'Ucraina, in paesi partner». Un'altra variante è quella di concretizzare la licenza «negli impianti “FirePoint”, in fabbriche sotterranee, o provare a scambiarla con i partner: questi fornirebbero missili già pronti e l'Ucraina si impegnerebbe a produrli in seguito». Soldi alle industria di guerra, dunque: è questo l'obiettivo primario. Ora però, data la nuova escalation USA-Iran, la produzione di Patriot in USA, Germania e Giappone rimarrà a lungo sovraccaricata dalle richieste di “clienti prioritari”.
L'operatore di droni ucraino Jurij Kasjanov sostiene che se anche Trump mantenesse la promessa di concedere la licenza, l'Ucraina non sarebbe in grado di padroneggiare rapidamente la produzione ad alta tecnologia: la produzione di un razzo richiede materiali diversi, leghe, attrezzature per la laminazione, forgiatura, sostanze chimiche, strumenti di alta precisione, componenti elettronici e radio complessi, ingegneri qualificati e tecnici esperti, e un impianto di produzione sicuro. I missili Patriot, dice Kasjanov, sono circa diecimila volte più complessi dei missili “Flamingo” e la loro produzione richiede molto tempo: se ne sfornano poche centinaia all'anno in USA e qualche decina in Germania e Giappone. Permettetemi di raccontare una storia, dice Kasjanov; alla fine della Seconda Guerra Mondiale, l'URSS effettuò segretamente un'ingegneria inversa sul bombardiere americano B-29, ribattezzandolo Tu-4. Il B-29 fu smontato fino all'ultima vite; ma l'URSS padroneggiava la produzione dei necessari metalli, fili, strumenti, componenti elettronici e oltre 150.000 specialisti, 900 fabbriche e istituti lavorarono al progetto, creando «una copia del B-29 in soli due anni! Ma i missili PAC-2/3 sono significativamente più complessi, la nostra base produttiva è stata praticamente distrutta e non si sa dove reperire centinaia di migliaia di specialisti. E non abbiamo nemmeno due anni a disposizione. Di cosa stiamo parlando, dunque?».
Anche un aperto russofobo quale l'ex comandante delle forze USA in Europa, Ben Hodges dice che le dichiarazioni di Trump riguardo la licenza per i Patriot non dovrebbero essere prese troppo sul serio: «A giudicare da ciò che il presidente ha fatto in passato... i fatti non sempre corrispondono alle parole». Inoltre, l'Ucraina ha «bisogno di un sistema di difesa da missili balistici ora, non tra due o tre anni... Ci vorrà del tempo prima che l'Ucraina possa effettivamente produrre intercettori».
Stessa opinione da parte del funzionario dell'Accademia di difesa austriaca, Gustav Gressel, secondo il quale è estremamente improbabile che Kiev ottenga la licenza e «non è chiaro chi finanzierà, quale versione degli intercettori Patriot dovrebbe produrre l'Ucraina e in quale lasso di tempo» e riporta l'esempio della Germania, che nel 2022 si era accordata per la licenza della versione precedente del PAC-2: la produzione inizierà solo l'anno prossimo, con la piena operatività prevista per il 2028.
Ma a Ankara il discorso è stato più ampio del solo tema “Patriot” e, a detta dell'osservatore Mikhail Pavliv, che ne scrive su Ukraina.ru, il vertice sarebbe stato un completo fallimento per Zelenskij ed è stato percepito come tale ai più alti livelli della junta di Kiev, dato che l'Ucraina non ha ottenuto ciò che voleva. Innanzitutto, nella dichiarazione finale si afferma che «gli alleati europei della NATO e il Canada finanziano la maggior parte dell'assistenza alla sicurezza dell'Ucraina attraverso meccanismi bilaterali e multilaterali»: gli USA non vengono affatto menzionati. Oltre alle questioni dei 70 miliardi per due anni a Kiev e dell'impegno di aumento della spesa militare al 5% del PIL, che offrono opportunità di manipolazione contabile, c'è da dire che una parte significativa dei fondi già stanziati nell'ambito del programma di prestiti da 90 miliardi di euro verrà ora conteggiata anche per questi 70 miliardi di euro: in sostanza, si tratta di un doppio conteggio degli stessi fondi e non si aggiunge nulla di sostanzialmente nuovo per Kiev.
Sorvolando sulla dichiarazione di Trump a proposito del conflitto in Ucraina, la cui «escalation potrebbe contribuire a porre fine alla guerra», che è solo un modo per alzare la posta in vista del prossimo round di negoziati Washington-Moskva e non significa la sua approvazione per gli attacchi ucraini alla Russia – d'altronde, già così gli USA sono coinvolti, fornendo i dati di intelligence per le operazioni ucraine – significativa l'affermazione che «vi daremo la licenza per produrre i Patriot... Così non potrete lamentarvi se non ne produciamo abbastanza». Secondo Bloomberg, Kiev non sarà in grado di avviare una propria produzione e gli esperti sottolineano che qualsiasi tentativo di realizzare un impianto di produzione in territorio controllato da Kiev lo renderebbe immediatamente obiettivo prioritario per gli attacchi russi. Ciò significa che la realizzazione di un progetto del genere in Ucraina è praticamente impossibile. Per quanto riguarda l'avvio della produzione in Europa, anche qui tutto dipende da tempi lunghissimi e costi colossali, come dimostra la succitata questione dei PAC-3 in Germania.
C'è da dire che, secondo alcuni commentatori, a Ankara Trump si è schierato completamente dalla parte dell'Ucraina; ma, a detta di Pavliv, non c'è nulla a sostegno di questa tesi. Ha forse detto Trump che avrebbe ammesso l'Ucraina nella NATO, che sostiene la prospettiva europea di Kiev, o forse USA e NATO hanno parlato del dispiegamento di contingenti militari in Ucraina? No. Ecco allora che a Kiev si respira un'aria oltremodo cupa; senza contare che è riemersa la crisi iraniana e questo ha un impatto quasi immediato sui prezzi del petrolio e, di conseguenza, sulle entrate del bilancio russo. In breve, conclude Pavliv, a Ankara non è successo nulla di buono per Kiev; Trump ha usato questa piattaforma principalmente per perseguire la propria agenda politica interna, lanciando al contempo l'ennesima esca riguardo alla prosecuzione dei negoziati Washington-Moskva. E questo è tutto. E a dispetto delle esultanze dei media italici per le «crisi di nervi» in Russia causate dagli attacchi in profondità e anche a media distanza, questi creano effettivamente delle difficoltà, che però sono ben superabili. Al contrario, gli attacchi russi contro ciò che resta del complesso militare-industriale ucraino, i settori energetico, logistico, petrolifero e del gas, hanno conseguenze ben più gravi per il regime di Kiev.
In questo quadro, ancora su Ukraina.ru, Vasilij Stojakin ricorda le parole del Ministro degli esteri russo Serghej Lavrov, secondo cui «L'Occidente finge di essere disposto a negoziare, ma ora ha iniziato apertamente a lanciare ultimatum alla Russia. La riserva di buona volontà e speranza si è completamente esaurita». Cioè: l'Occidente sostiene l'Ucraina e combatte la Russia con le mani dell'Ucraina. E continuerà a farlo anche una volta finita la guerra guerreggiata. Il cofondatore di “FirePoint”, Denis Štilerman, quello secondo cui la «la fine della guerra sarà una tragedia per l'Ucraina» e soprattutto per le tasche di tutti i clan affaristici che, come “FirePoint”, ruotano attorno alla junta nazigolpista, rifiuta l'idea che l'Ucraina possa esistere al di fuori di un contesto di conflitto con la Russia: nessun conflitto significa nessun investimento. Ma, soprattutto, ritiene che combattere la Russia sia, in linea di principio, l'unica funzione dell'Ucraina e, dopo, dice «Se vinciamo... avremo qualcosa di molto significativo da offrire al mondo. Un nuovo concetto di armi, un nuovo concetto di guerra e un nuovo concetto di sicurezza. E non venderemo solo sicurezza, ma anche indipendenza nella nostra sicurezza. In altre parole, Štilerman afferma apertamente che l'Ucraina vede il proprio futuro come quello di una compagnia militare privata al servizio di chiunque paghi: nuovi “Landsknecht” ucronazisti al soldo del moderno ”Sacro europeo impero”. Questo è ciò che si intende con "vendere la sicurezza". In sostanza, l'armiere-affarista, a capo di una delle cosiddette “start-up” tanto osannate dai media bellicisti di casa nostra come qualcosa di “giovanile, innovativo, ingegneristico”, che sta “mettendo in ginocchio una Russia”, costretta a combattere in Ucraina «con le carte geografiche del 1941», parla avendo in mente il vantaggio per le proprie tasche e gli affari in combutta con le aziende di guerra europee. E lo fa, sostenendo senza mezzi termini che la junta nazigolpista non ha alcuna intenzione di stipulare accordi seri, poiché è impegnata a combattere una guerra, dice Stojakin, che «dura da quattrocento anni. Fino all'ultimo ucraino. Gli Štilerman non si fermeranno qui. La Russia può cercare una soluzione politica e diplomatica al problema quanto vuole. Forse esiste (ne dubito – l'Occidente farà di tutto per spartire l'Ucraina sul modello della Polonia del XVIII secolo), ma per raggiungere questo obiettivo, l'attuale regime ucraino deve essere distrutto».
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