di Tawfiq Al-Ghussein e Rania Hammad
Il film Palestina 36 di Annemarie Jacir, appena uscito nelle sale italiane, è un film importante e da vedere se si vuole comprendere la storia della Palestina e del popolo palestinese, ma soprattutto se si vuole comprendere l’attuale momento storico. Il film fa una cosa semplice: contestualizza la realtà coloniale, e per questo è un film politicamente decisivo.
Sposta all’indietro l’inizio della storia palestinese.
Per decenni la Palestina è stata raccontata come se la sua vicenda cominciasse nel 1948, con la Nakba, o al più nel 1967, con l’occupazione della Cisgiordania, di Gerusalemme Est e di Gaza. Jacir ci riporta invece al 1936, a una società palestinese che già faceva i conti con il dominio coloniale britannico e con un progetto sionista in piena accelerazione, e a un popolo che capiva con lucidità che cosa stesse accadendo al proprio paese.
La grande rivolta palestinese del 1936-39 non fu un’esplosione di violenza priva di ragioni. Cominciò con l’organizzazione politica, con uno sciopero generale e con richieste di grande chiarezza: la fine dell’immigrazione ebraica di massa sostenuta da Londra, la fine dei trasferimenti di terra che espropriavano i contadini palestinesi, e un governo nazionale rappresentativo. Lo sciopero generale si protrasse per sei mesi, tra i più lunghi mai organizzati contro una potenza coloniale, e dalla protesta si passò alla rivolta armata. Fu una delle insurrezioni anticoloniali più prolungate mai affrontate dall’impero britannico.
La risposta britannica fu una vera campagna di controinsurrezione. Londra inviò decine di migliaia di soldati e autorizzò le demolizioni punitive delle case, le detenzioni di massa e le esecuzioni; ufficiali come Orde Wingate addestrarono squadre notturne che seminavano il terrore nei villaggi. La Commissione Peel del 1937 rispose alla rivolta proponendo per la prima volta la spartizione della Palestina e il trasferimento della popolazione araba palestinese. Quando la rivolta fu schiacciata, migliaia di palestinesi erano stati uccisi, feriti, incarcerati o mandati in esilio, e la dirigenza politica del paese era stata smantellata.
È qui che Palestina 36 diventa importante. Restituisce protagonismo storico a un popolo che nei racconti occidentali è comparso troppo spesso soltanto come oggetto della storia altrui.
I palestinesi sono stati trattati come una popolazione da amministrare, non come un popolo con il diritto di decidere il proprio futuro politico. Sotto l’impero ottomano, poi sotto il Mandato britannico e infine sotto l’occupazione dei nuovi arrivati, coloni sionisti ed ebrei europei fuggiti dalle persecuzioni in Europa, i palestinesi si sono trovati governati e gestiti attraverso le strutture amministrative ereditate dai britannici, che mai hanno riconosciuto il diritto all’autodeterminazione della popolazione nativa della Palestina.
Fu, infatti, il Mandato britannico a dare a questo processo la sua forma istituzionale moderna. La Gran Bretagna non si limitò a interporsi tra due movimenti nazionali rivali. Il Mandato incorporava la Dichiarazione Balfour del 1917 e metteva la potenza britannica al servizio della costruzione di un «focolare nazionale ebraico», mentre alla maggioranza arabo-palestinese veniva negato un pari riconoscimento politico nazionale. Nel 1936 i palestinesi vedevano con chiarezza la direzione di quel cammino, e vi si ribellarono.
Il merito di Jacir è di rendere questa storia umana anziché soltanto documentaria. La sua Palestina è abitata. I villaggi hanno famiglie, discussioni, memorie. Gerusalemme ha una vita sociale e politica. I palestinesi sono operai, contadini, giornalisti, intellettuali, donne e uomini alle prese con scelte di collaborazione, adattamento e resistenza. Il film segue diverse vite lungo lo sconvolgimento, muovendosi dallo sciopero generale verso la rivolta armata man mano che la repressione britannica si inasprisce.
Tutto ciò conta, perché uno dei meccanismi più tenaci della spoliazione è stato proprio negare che esistesse una società palestinese da spogliare.
Palestina 36 smentisce quella negazione nel modo più semplice: mostrandoci la Palestina e i palestinesi.
E all’improvviso il 1948 non appare più dal nulla. La Nakba ha una preistoria. La ha anche il sionismo, che si inserisce nel cuore della Palestina e del mondo arabo; e con il sionismo si intensificano, sotto il Mandato britannico, le punizioni collettive, le demolizioni di case, la carcerazione, il tentativo di frantumare l’organizzazione politica palestinese. La repressione della rivolta del 1936-39 lasciò la società palestinese indebolita e disarmata alla vigilia della catastrofe che seguì. Jacir ci chiede di leggere il 1936, il 1948 e il presente non come episodi isolati, ma come capitoli di una stessa lotta contro il sopruso, l’ingiustizia, il colonialismo. E ci mostra chi invece dovrebbe avere l’autorità sulla Palestina e il diritto di abitarla e di viverla in libertà e autonomia.
La risonanza con l’oggi è impossibile da ignorare. Quasi novant’anni dopo, i palestinesi incontrano ancora un linguaggio ingannevole e distorto, fatto di sicurezza, negoziato e soluzioni provvisorie, mentre le colonie si espandono, il territorio viene annesso di fatto, le persone vengono sfollate e la sovranità palestinese resta indefinitamente rinviata. A Gaza questa traiettoria ha raggiunto la sua espressione contemporanea più catastrofica, tra devastazione, sfollamento di massa e genocidio. Cambia il vocabolario. La domanda di fondo resta la stessa: chi ha il potere di decidere se i palestinesi possano vivere sulla propria terra?
È anche per questo che Palestina 36 ha il merito di essere più grande del cinema. Rivendica la storia politica dei palestinesi.
Inoltre, il cinema palestinese è fiorito negli ultimi decenni proprio perché i palestinesi si sono rifiutati di lasciare ad altri il monopolio del racconto della propria storia. Jacir fa parte di una straordinaria generazione di registi palestinesi che hanno trasformato il cinema in un archivio di memoria, di luogo e di resistenza. Il suo lavoro dimostra che la resistenza culturale non è un ornamento della lotta politica palestinese, ma è uno dei suoi fondamenti.
Si può cacciare un popolo da un villaggio. Si può demolire una casa. Si può sequestrare un archivio. Si può ridisegnare una mappa. Ma la memoria resta.
È forse questo il messaggio più profondo di Palestina 36. I palestinesi non sono stati inventati dalla Nakba, e la resistenza palestinese non è cominciata nel 1948. Erano già lì nel 1936, consapevoli sul piano politico, organizzati e decisi a rivendicare il diritto di stabilire il futuro del proprio paese.
Sono ancora lì.
Il vero fallimento del progetto sionista non è dunque quello di non aver conquistato territorio o potere. È che, dopo più di un secolo di tentativi di rendere assenti i palestinesi, i palestinesi restano ostinatamente presenti, sul piano culturale e su quello storico.
Palestina 36 è parte di quella presenza e parla della storia incompiuta della Palestina, che ognuno di noi può contribuire a redimere.
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