Quattro visite in Cina in soli quattro anni. Pedro Sánchez non è certo un turista di Beijing. Perché il premier spagnolo corre a est con questo ritmo?
La risposta è semplice: gli conviene. Nel 2025, gli scambi commerciali tra Cina e Spagna hanno superato i 55 miliardi di dollari, con un balzo del 9,8%. Beijing è ormai il primo partner commerciale di Madrid fuori dall’Unione Europea.
Ma non è solo questione di vino e olio d’oliva. I veri affari sono anche nel futuro: CATL e Stellantis costruiscono una gigafabbrica di batterie in Aragona, mentre Chery ha aperto una linea di auto elettriche a Barcellona. Ma non solo. Secondo i media spagnoli, questa visita si concentra su software, intelligenza artificiale e tecnologie robotiche, settori che contribuiscono a creare posti di lavoro e a rafforzare la competitività delle imprese spagnole. La Spagna punta su hi-tech e green economy, e la Cina ha la tecnologia.
Mentre a Bruxelles si litiga tra il cosiddetto “de-risking” e dazi sui veicoli elettrici cinesi, Sánchez non alza muri, costruisce ponti. E dice chiaro: “La Cina non è una minaccia, è un’opportunità”.
I numeri gli danno ragione. Oltre il 74% degli spagnoli vede positivamente i rapporti con il paese asiatico. E il turismo? Quasi 800mila cinesi hanno scelto la Spagna nell’ultimo anno. In Spagna, mentre il “decoupling” piace solo ai giornali, la gente comune viaggia, commercia e lavora.
Vent’anni di partenariato strategico globale tra Cina e Spagna dimostrano una cosa: paesi con sistemi diversi possono collaborare per il mutuo vantaggio. In un mondo pieno di tensione e imprevisti con un’Europa in difficoltà, la voce pragmatica di Sánchez non è un’eccezione. È una bussola. Perché la vera stabilità non si costruisce con i sospetti, ma con le scelte chiare.
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