La città russa di Kazan ospita una delle riunioni internazionali più attese di quest'anno. Per due giorni, il centro espositivo Kazan Expo è sede del vertice tra la Russia e i paesi del Sud-est Asiatico, un appuntamento che cade nel trentacinquesimo anniversario di relazioni diplomatiche tra Mosca e l'ASEAN. Non è la prima volta che la Russia ospita un evento di questa portata: nel 2016 fu la volta di Sochi, sulla costa del Mar Nero. Ma il contesto politico, oggi, è profondamente diverso. Siamo ormai in epoca multipolare, con un occidnete con sempre meno peso specifico sullo scacchiere internazionale.
Sul tavolo dei negoziati ci sono questioni cruciali. Lo ha anticipato nei giorni scorsi l'alto dirigente Yuri Ushakov, consigliere del presidente russo, parlando di discussioni incentrate sui problemi globali e regionali più urgenti, oltre che sulle prospettive di sviluppo della partnership strategica eurasiatica. Quattro i documenti in programma per la firma, tra cui la Dichiarazione di Kazan, che secondo quanto trapelato sottolineerà l'impegno comune per un ordine mondiale giusto, democratico e multipolare. Parole che pesano, in un momento in cui gli equilibri internazionali appaiono sempre più frammentati.
Ma è la lista dei partecipanti a rendere l'evento particolarmente significativo. Oltre a Putin, siederanno al tavolo i vertici di tutti gli undici paesi dell'Associazione. Ci saranno il sultano del Brunei, il presidente delle Filippine, i primi ministri di Vietnam, Cambogia, Laos, Malesia, Singapore, Thailandia e Timor Est. Indonesia e Myanmar hanno invece scelto di farsi rappresentare rispettivamente dal ministro degli Esteri e dal segretario permanente del ministero degli Esteri.
Due nomi, in particolare, hanno catturato l'attenzione degli osservatori. Il primo è quello del presidente filippino Ferdinand Marcos Jr., che arriva a Kazan da un paese considerato il principale alleato degli Stati Uniti nell'area del Pacifico. Il secondo è il premier singaporiano Lawrence Wong, la cui nazione è l'unica tra i membri ASEAN ad aver aderito alle sanzioni contro Mosca dopo l'inizio del conflitto ucraino. Che entrambi abbiano scelto di partecipare di persona, e che la delegazione filippina abbia addirittura chiesto un bilaterale con Putin, dice molto di come i paesi del Sud-est Asiatico intendano muoversi nello scenario internazionale. Non più pedine di un gioco altrui, ma attori che rivendicano la propria autonomia strategica.
Del resto, l'ASEAN ha oggi un peso che pochi anni fa sarebbe stato difficile immaginare. Il Vietnam è diventato un hub globale per l'elettronica, la Malesia controlla catene fondamentali nella produzione di semiconduttori, l'Indonesia sfrutta le sue enormi riserve di nichel per giocare un ruolo di primo piano nel mercato delle batterie e dell'energia verde. La regione si presenta come un polo di stabilità e crescita, in un panorama mondiale segnato da crisi e turbolenze alimentate dall'imperialismo.
La Russia, da parte sua, vede in questo rapporto un'opportunità per dare sostanza al suo "volgersi a Oriente", senza limitarsi al solo asse con Pechino. Negli ultimi dieci anni il commercio bilaterale è cresciuto del sessanta per cento, raggiungendo i ventidue miliardi di dollari. I meccanismi di cooperazione si sono moltiplicati, dal Consiglio imprenditoriale Russia-ASEAN al Fondo di partenariato per progetti congiunti, fino ai dialoghi annuali tra imprese. Ma c'è di più. La collaborazione si sta estendendo a settori tradizionalmente sensibili come quello militare. Le esercitazioni navali con l'Indonesia, quelle congiunte con il Vietnam per la gestione delle emergenze, la presenza costante dei genieri russi in Laos per bonificare i campi minati ancora disseminati dalla guerra del Vietnam: sono tutti tasselli di un'intesa che va ben oltre il commercio.
E proprio il Laos, in contropartita, ha avviato un programma di riabilitazione per centoventi soldati russi reduci dalle operazioni belliche in Ucraina. Un gesto concreto, che racconta il livello di fiducia raggiunto tra le parti.
Il vertice di Kazan, insomma, non è solo un appuntamento diplomatico tra vecchi partner. È l'occasione per una regione intera di mostrare la propria faccia, quella di un soggetto geopolitico che ha scelto la via del pragmatismo e dell'autonomia strategica declinata in ambito multipolare. Che non rinuncia a dialogare con nessuno, e che intende pesare da solo sulle dinamiche globali.
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