di Michele Blanco
Le ultime rilevazioni Istat scattano una fotografia impietosa del nostro Paese.
Sul fronte giovanile la disoccupazione sfiora il 18%, un triste primato in Europa, che costringe oltre 35.000 giovani laureati e specializzati ad abbandonare definitivamente l'Italia ogni anno. I salari, fermi da oltre trent'anni, hanno perso drasticamente terreno di fronte all'inflazione. A questo quadro si aggiunge la tragedia dei morti sul lavoro, che conta circa mille vittime l'anno.
Mentre le aree industriali si svuotano, trasformandosi in quartieri fantasma, i centri storici delle grandi città d'arte mutano pelle, ridotti a ristoranti a cielo aperto a uso e consumo esclusivo del turismo d'élite. Persino le vacanze estive sono ormai un privilegio per pochi: la maggior parte delle famiglie non può concedersi nemmeno un fine settimana al mare. Sanità e istruzione, dopo decenni di tagli drastici, sono al collasso: per una TAC urgente si arriva ad aspettare fino a due anni. Nel frattempo, i tetti delle scuole crollano e interi borghi dell'entroterra scivolano nell'abbandono idrogeologico e demografico.
In questo scenario, gran parte della classe politica si concentra sulla propaganda e sulla caccia al voto facile, agitando lo spauracchio dell'immigrazione e invocando la "remigrazione" di disperati. Si preferisce colpire gli ultimi piuttosto che condannare chi ha svenduto il patrimonio industriale pubblico (dall'Iri all'Eni, fino all'Alfa Romeo) alle élite della finanza globale. Personaggi che hanno rinunciato a una politica estera autonoma, subordinando gli interessi strategici nazionali ai dettami geopolitici e militari degli Stati Uniti.
L'esempio lampante è stato il sostegno alla guerra in Libia: un intervento che ha raso al suolo un Paese che era il nostro primo partner economico e da cui acquistavamo petrolio a prezzi di favore. Con la caduta di Gheddafi, la Libia è divenuta una terra di nessuno, governata da schiavisti e contrabbandieri che alimentano la moderna tratta di esseri umani verso le nostre coste, mentre l'Unione Europea si sottrae sistematicamente al dovere della redistruttiva e dell'accoglienza. Siamo governati da decenni da leader incapaci di difendere la sovranità nazionale, di opporsi all'imperialismo e ai conflitti per procura che devastano l'Africa per saccheggiarne le risorse. Gli stessi che si guardano bene dal condannare ben altre occupazioni e politiche coloniali in Cisgiordania.
La retorica xenofoba diventa così un'arma di distrazione di massa, utilissima per fare pesca a strascico nel bacino del disagio sociale. Le fasce popolari, private di una reale coscienza politica, invocano una sicurezza e una protezione che lo Stato non garantisce più, specialmente nelle periferie e nei paesi interni. Chi oggi parla di indipendenza e sovranità è, nei fatti, servo dei potentati economici e delle nazioni egemoni. Si calpestano così i principi cardine della nostra Costituzione: l'uguaglianza, la democrazia popolare e la solidarietà internazionale con i popoli oppressi.
È tempo di risvegliare la coscienza critica. A partire dalle prossime scadenze elettorali, abbiamo il dovere di scegliere una classe dirigente migliore.
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