di Alex Marsaglia
Dagli ultimi dati dell’Employment Outlook 2025 OCSE (vedi qui: https://www.oecd.org/en/publications/oecd-employment-outlook-2025_194a947b-en/full-report.html) emerge come l’Italia abbia registrato il maggior calo dei salari reali, che restano ancora inferiori del 7,5% rispetto al 2021.
Così, se i dati salariali riportano la situazione catastrofica ben fotografata dall’OCSE, i dati sulla crescita occupazionale, come riportato da molti economisti, risultano ampiamente gonfiati statisticamente dall’allungamento dell’età pensionabile e dall’ampliamento della categoria di “occupati”. Quelli sul PIL invece sono ormai tristemente noti. Dietro a questi dati però occorrerebbe chiedersi quali politiche industriali sono state perseguite come Paese? E qui ci viene in aiuto l’ultimo documento di programmazione sulle politiche industriali proposto dal CNEL (https://static.cnel.it/documenti/2025/4f3de7d5-6733-4b65-95d5-5da876a6613f/OOPP%2026feb2025%20Made%20in%20Italy%20e%20politiche%20industriali.pdf).
Si trova una grande attenzione e preoccupazione per l’incremento dei costi energetici, per l’aggravio dei costi per famiglie e imprese e sulla conseguente perdita di competitività delle imprese, senza però nessun riguardo e critica per la politica internazionale che ci ha portato in tali condizioni. Una buona politica industriale però necessiterebbe di visione geopolitica strategica e politica energetica oggi totalmente assenti. Parallelamente si elaborano risposte cercando di arginare questa situazione con incentivi e transizione all’economia verde e digitale, secondo i dettami dell’UE, ma manca totalmente un’analisi d’impatto sull’occupazione e la domanda interna come spinta e stimolo al consumo e al PIL.
Come se non fossero anch’essi aspetti centrali di una politica pubblica industriale. In sostanza si continua a ragionare in un’ottica neoliberista e mercantilista, votata alla produzione per l’esportazione, in cui l’offerta crea la propria domanda e quindi l’unica politica pubblica pensata resta quella che agisce sull’aggiustamento produttivo, senza azioni rilevanti di spesa pubblica per le infrastrutture, sul reddito, sui salari stretti nella morsa inflazionistica e sull’occupazione. E allora si elaborano proposte fatte di incentivi alla produzione, alla transizione energetica e alla formazione, centrate sull’offerta, ma non si elaborano sbocchi relativi al cosiddetto “sistema Paese” che resta invece avvitato in un circolo vizioso di lavoro povero (1 lavoratore su 10 è in condizioni di povertà pur lavorando) in cui 6,2 milioni di lavoratori su 24 faticano a fronteggiare le spese minime e in cui persino la Caritas ha rilevato nel suo ultimo rapporto come un assistito su quattro sia un lavoratore a tutti gli effetti. Siamo quindi in un contesto deteriorato, in cui non si riesce più a combattere la povertà sviluppando occupazione - flessibile, secondo i mantra liberisti, quindi precaria e part-time - ma in cui la scarsa qualità e quantità del lavoro e il basso livello di valore aggiunto determinano un impoverimento preoccupante del mercato difficile da risollevare senza un ampio intervento di politiche pubbliche. Queste dovranno prima o poi partire dal presupposto che la distruzione della domanda interna avvenuta nell’ultimo quarantennio è stata una delle cause ad aver affossato l’industria nazionale, incapace di reggere alla competizione internazionale e a cui è stato tolto il polmone dei consumi nazionali, con la complicità anche di una dirigenza sindacale troppo spesso sottomessa alle politiche neoliberiste e mercantiliste.
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