Siria in fiamme: Stangata sui carburanti fino al 40% e proteste in tutto il Paese

15 Settembre 2026 10:30 La Redazione de l'AntiDiplomatico

Domenica scorsa in Siria sono esplose violente proteste a seguito della decisione del governo di aumentare i prezzi del diesel fino al 40% e quelli della benzina del 28%. Gran parte della popolazione vive in condizioni di estrema povertà e fatica a sopravvivere a un'inflazione fuori controllo, aggravatasi ulteriormente dopo la caduta dell'ex presidente Bashar al-Assad nel 2024.

Aumento del prezzo del carburante scatena proteste in tutta la Siria — La Siria ha implementato forti aumenti del prezzo del carburante fino al 40%, scatenando proteste in diverse parti del paese, mentre i residenti hanno espresso preoccupazione per l'aumento del costo della vita. I prezzi del diesel sono aumentati del 40%, mentre i prezzi della benzina.

Le speranze che la situazione economica migliorasse dopo la revoca delle severe sanzioni statunitensi — imposte originariamente per rovesciare Assad — si sono rivelate del tutto vane. Gli imponenti rincari si inseriscono in un quadro di impennata dei costi energetici su scala globale, causata dalla chiusura dello Stretto di Hormuz a seguito del conflitto scoppiato a febbraio tra Stati Uniti, Israele e Iran, oltre che dai continui attacchi dell'Ucraina contro le raffinerie russe.

A livello interno, il governo siriano ha giustificato i rincari con i lavori di ristrutturazione della raffineria di Baniyas, un impianto strategico la cui capacità produttiva passerà da 80.000 a 130.000 barili al giorno (bpd). Le manifestazioni hanno interessato i governatorati di Idlib, Aleppo, Hama, Deir Ezzor e Raqqa: territori a netta maggioranza sunnita, storicamente considerati vicini al nuovo governo guidato da Ahmad al-Sharaa, ex comandante di Al-Qaeda. Diversi filmati diffusi in rete mostrano i residenti mentre bloccano l'autostrada internazionale Damasco-Aleppo nei pressi di Maarat al-Numan, nel sud di Idlib.

La Siria produce circa 102.000 barili di petrolio al giorno, a fronte di un fabbisogno interno di ben 325.000 barili. Per colmare questo deficit, il Paese deve ricorrere massicciamente alle importazioni, come confermato dal ministro dell'Energia Mohammad al-Bashir. Dopo la chiusura dello Stretto di Hormuz, alcuni produttori del Golfo hanno iniziato a trasportare greggio via camion attraverso il territorio siriano fino al porto di Baniyas; tuttavia, tali forniture sono destinate quasi esclusivamente all'esportazione verso l'Europa e altri mercati esteri.

Il Ministero dell'Energia ha fatto sapere che continuerà a monitorare l'andamento dei listini in base all'evoluzione dei mercati internazionali, confermando l'impegno a lungo termine per potenziare le infrastrutture di raffinazione e stoccaggio.

Contemporaneamente, forti tensioni hanno colpito anche il nord del Paese. A Kobane, città a maggioranza curda, otto persone sono morte nell'incendio di una prigione e altre 17 sono rimaste ferite durante duri scontri tra la popolazione e le forze di sicurezza. Le violenze sono scoppiate a margine delle proteste che chiedevano giustizia per il rapimento e l'uccisione di Sami Hassou, un membro curdo del Ministero della Difesa siriano.

Hassou faceva parte delle Forze Democratiche Siriane (SDF), sciolte e integrate nelle nuove forze di sicurezza statali dopo l'accordo raggiunto a gennaio tra il presidente Sharaa e il leader curdo Mazloum Abid. Secondo la famiglia, Hassou è stato rapito e decapitato da appartenenti a una tribù araba; la successiva diffusione in rete del video del suo cadavere ha scatenato la dura reazione della comunità curda.

Manifestanti curdi a Qamishlo chiedono vendetta dopo che membri di una tribù araba hanno rapito e ucciso a coltellate un membro delle SDF.

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