101 giorni di guerra: l'Iran colpisce le basi israeliane e sfida il blocco USA

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101 giorni di guerra: l'Iran colpisce le basi israeliane e sfida il blocco USA

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L’Asia occidentale si trova nuovamente a un bivio cruciale. Lunedì, lo scambio reciproco di attacchi missilistici tra Iran e Israele ha portato il fragile accordo di cessate il fuoco, in vigore dallo scorso 8 aprile, sulla soglia del collasso definitivo. Questo nuovo picco di ostilità si inserisce in un contesto più ampio: la guerra di aggressione e logoramento condotta sul campo dal blocco israelo-statunitense ha tagliato lunedì il traguardo del suo 101° giorno.

La cronaca delle ultime ore delinea un quadro di spiccata tensione, in cui le forze della resistenza rispondono colpo su colpo alle incursioni aeree e alle violazioni dei patti diplomatici.

Il fronte iraniano: tra difesa strategica e ritorsione

Nelle prime ore di lunedì, le difese aeree della Repubblica Islamica sono entrate in azione. L'agenzia di stampa statale IRNA ha confermato forti esplosioni nei cieli di Teheran, Isfahan e Tabriz, in concomitanza con la dichiarazione dell'esercito israeliano di aver preso di mira "obiettivi militari" nelle regioni occidentali e centrali del Paese.

Le incursioni israeliane hanno colpito anche infrastrutture civili ed energetiche, tra cui l'impianto petrolchimico Karun nella città di Mahshahr (nella provincia del Khuzestan), costringendo il personale all'evacuazione immediata. In risposta all'aggressione, la Mezzaluna Rossa iraniana ha dispiegato i propri team di emergenza su tutto il territorio nazionale per gestire le ripercussioni sul piano civile.

Sul piano diplomatico e militare, Teheran ha smentito categoricamente le indiscrezioni circa un presunto coinvolgimento nell'esplosione registrata presso la base aerea di Al-Kharj, in Arabia Saudita: "L'Iran non ha sparato alcun colpo" in quella direzione, ha precisato una fonte militare ufficiale all'emittente IRIB, respingendo i tentativi di allargare strumentalmente il conflitto alle monarchie del Golfo.

La risposta di Teheran e il panico in Israele

La reazione militare iraniana è stata presentata come un atto di legittima difesa. Il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (IRGC) ha annunciato di aver colpito con precisione le importanti basi aeree israeliane di Nevatim e Tel Nof. Secondo l'agenzia Fars, l'operazione è stata una risposta diretta ai precedenti raid israeliani contro i siti radar situati in territorio iraniano.

I sistemi di allarme israeliani sono scattati ripetutamente da domenica, mentre l'emittente Canale 12 e il portale Ynet News hanno confermato anche il lancio di un vettore dallo Yemen – intercettato dalle difese aeree –, a testimonianza della solidarietà strategica del movimento Ansar Allah. Di fronte all'efficacia della risposta della resistenza, il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha dovuto convocare d'urgenza il gabinetto di sicurezza.

Il nodo libanese e la violazione della "linea rossa"

Le radici di questa nuova ondata di raid affondano nelle ripetute violazioni israeliane in Libano. Domenica, i caccia di Tel Aviv hanno bombardato la periferia di Beirut. Un atto che l'Iran ha denunciato immediatamente come la palese violazione del cessate il fuoco e il superamento di una pericolosa "linea rossa". Fonti di Teheran hanno chiarito che il massiccio lancio di missili verso il nord di Israele è stato la necessaria e proporzionata risposta all'aggressione subita dal territorio libanese, le cui eco si sono avvertite anche lunedì mattina con l'attivazione della contraerea nei cieli di Beirut.

Lo scacchiere diplomatico e l'imbarazzo di Washington

Mentre l'ambasciatore israeliano negli Stati Uniti, Yechiel Leiter, ha tentato di giustificare l'offensiva parlando di "diritto alla difesa", l'azione unilaterale di Tel Aviv sembra aver creato forti attriti con la Casa Bianca. Il senatore democratico Chris Murphy ha sottolineato come l'ultimo raid israeliano rappresenti un'ulteriore "umiliazione" per il presidente Donald Trump, che aveva esplicitamente intimato a Netanyahu di non reagire alle azioni iraniane nel nord di Israele.

Nel frattempo, la diplomazia internazionale cerca faticosamente di evitare il baratro. Il Canada ha espresso profonda preoccupazione per la tenuta dei negoziati di pace, mentre l'asse della mediazione si è spostato sui telefoni dei ministri degli Esteri di Qatar, Arabia Saudita e Iran, con il premier qatariota in prima linea nei colloqui con il capo della diplomazia di Teheran, Abbas Araghchi, nel tentativo di preservare i canali di comunicazione con gli Stati Uniti e stabilizzare il fronte libanese.

 

La Redazione de l'AntiDiplomatico

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