1° Maggio 2026: tra concertoni e precarietà, cosa resta della festa dei lavoratori?

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1° Maggio 2026: tra concertoni e precarietà, cosa resta della festa dei lavoratori?

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Il primo Maggio dovrebbe essere un giorno di lotta e riflessione, poi anche di sana festa e libera socialità, il condizionale è d'obbligo vista la degenerazione di questa giornata tra concertoni e concertini, pranzi, feste e iniziative che hanno messo il lavoro in secondo piano. E quanti dei lavoratori e delle lavoratrici attivi per la loro emancipazione sono ancora interessati a celebrare questo giorno?

Domande scontate alle quali far seguire una riflessione sulla natura unitaria, all'insegna della conflittualità, che dovrebbe animare iniziative e piazze sindacali e sociali  in occasione del 1 Maggio, l'esatto contrario di quanto avviene ormai da anni eccezion fatta per qualche sporadica e meritevole eccezione.

Da tempo registriamo un forte disinteresse verso iniziative il 1 Maggio, in certi casi appaltate a realtà politiche e sociali, di movimento come se il senso di appartenenza a una pratica sindacale conflittuale fosse un problema insormontabile. E anche la presenza, con tanto di contestazione, ai comizi e cortei di Cgil Cisl Uil diventa un elemento di infinite polemiche che non portano a comprendere anche le motivazioni del dissenso.

il 1 Maggio 2026 dovrebbe essere occasione per parlare del decreto Lavoro, della precarietà diffusa, del potere di acquisto eroso e di quello di contrattazione cancellato, nel nostro piccolo proveremo a farlo offrendo qualche spunto di riflessione e senza pretesa alcuna.

 Oggi abbiamo bisogno di meccanismi automatici che adeguino i salari al costo della vita, il codice Ipca ci fa perdere potere di acquisto, servono dati sull’andamento dei salari: sulle retribuzioni orarie reali ossia al netto dell’inflazione. Avendo questi dati capiremmo da soli la erosione del potere di acquisto, l'intervento pubblico in sostituzione della parte datoriale attraverso tagli ai contributi e alle tasse. Una visione critica, e perfino contraria agli interessi sindacali, dovrebbe almeno guardare all’andamento della produttività prima di parlare della ripresa dell’economia.

Fin troppo facile, quasi scontato, ricordare come dalla metà degli anni Duemila fino alla vigilia della pandemia, il potere d’acquisto per ora lavorata sia cresciuto di circa il 5 per cento, assai meno del costo reale della vita. Negli anni successivi la situazione economica e sociale è andata deteriorandosi, le cose sono andate di male in peggio, servizi un tempo pubblici e a costi contenuti sono stati oggetto di privatizzazione con una spesa pro capite in costante aumento, i generi elettrici hanno raggiunto costi insostenibili e questi aumenti sono esclusi dai calcoli per i rinnovi contrattuali. Qualche elemento di preoccupazione è dato anche dal calo delle ore lavorate per i troppi contratti precari e part time.

A partire dal 2020. la crescita della inflazione ha portato a quasi il 18 per cento di erosione del potere di acquisto a fronte di una crescita salariale pari (invece) a meno della metà.. A distanza di anni il livello delle retribuzioni orarie reali dei Ccnl è ancora inferiore a quello del lontano 2005

Senza entrare nei particolari, ci accontenteremmo di portare alla attenzione generale questi pochi dati per comprendere che

la erosione del potere di acquisto è stata impietosa a conferma che vanno cambiate radicalmente le norme che regolano i rinnovi contrattuali. Per salvaguardare il potere di acquisto servono regole nuove e pensate non solo per contenere i costi del lavoro come avviene fin dalla nascita della UE

la contrazione del potere contrattuale è stata studiata a tavolino per arrivare alla odierna miseria salariale

la contrazione degli spazi di libertà e democrazia, la limitazione del diritto di sciopero rappresenta uno degli strumenti atti a raggiungere questi obiettivi.

Prendere coscienza di questa realtà sarebbe già un bel passo in avanti evitando di perderci in polemiche infinite per soli addetti ai lavori

Allora buon 1 maggio a chi lotta e non intende abbassare la testa o presentarsi, come diceva qualcuno, al cospetto dei padroni con il cappello in mano.

Federico Giusti

Federico Giusti

Federico Giusti nasce a Pisa nel 1966, si laurea in letteratura italiana e subito dopo inizia a lavorare come precario per poi entrare in Comune nel 1999.

Delegato sindacale prima dei Cobas e oggi della Cub è stato attivo nei movimenti studenteschi e per il diritto all'abitare Oggi fa parte dell'ufficio stampa dell'Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e dell'università, ha dato vita a un gruppo di studio con Emiliano Gentili e Stefano Macera ed è tra gli animatori di Radio Grad. E' sposato con figli e nipoti.

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