A proposito di sovranità democratica. Per un nuovo lessico politico (di Alessandro Volpi)
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di Alessandro Volpi*
Lo Stato italiano per continuare a sopravvivere ha bisogno, ogni anno, di circa 450-500 miliardi di debito pubblico da rinnovare per non essere insolvente: negli ultimi anni però ha sostituito debiti contratti a poco più dello 0% con debiti che devono pagare il 4%.
Ciò significa una forte riduzione della capacità di spesa pubblica.
Quindi la spesa, in queste condizioni, dipende in larga parte dal debito che ha costi sempre meno sostenibili.
Ciò dipende dal fatto che lo Stato italiano non ha più una banca centrale in grado di gestire il suo debito e la BCE ha scelto, dal dicembre del 2023, di non finanziare più il debito del nostro paese.
Pertanto il debito va sul mercato e qui per quasi il 40% se lo comprano i grandi fondi internazionali che sono anche azionisti delle banche italiane nelle quali detengono una quota di debito italiano vicina al 20%.
In questo momento la crisi del capitalismo finanziario, incarnata dalla gigantesca mole di debiti, pubblici e privati Usa, produce una corsa al rialzo dei tassi di interesse per attrarre compratori di obbligazioni, a cui si aggiungono i rendimenti stellari delle azioni della bolla finanziaria.
L'impressione chiara è che in simili condizioni il combinato disposto della dipendenza delle economie dal debito e della sua pesantissima onerosità impediscano qualsiasi esercizio di sovranità economica.
Io penso che sia davvero giunto il momento di ripensare, alla radice, la natura stessa del debito, considerandolo un elemento fisiologico e dunque regolato in una prospettiva di interesse generale, non dipendente dal mercato e dalla sua perversa logica delle remunerazioni.
In caso contrario vorrei capire come è possibile rendere credibile un debito che nel caso italiano ha superato i 5500 miliardi di euro e a livello mondiale i 350 mila miliardi di dollari, a cui si accompagna una bolla finanziaria che solo per le prime 500 società mondiali vale oltre 80 mila miliardi di dollari in titoli che il credo neoliberale ha infilato in centinaia di milioni di fondi pensione.
*Commento Facebook del 21 agosto 2026


