Accordo sull'Ucraina? Mosca ricorda alla NATO i 4 punti non negoziabili
di Fabrizio Poggi per l'AntiDiplomatico
Sullo sfondo dei discorsi - per non dire, spesso e volentieri da parte di qualcuno, delle ciance – a proposito delle prospettive di colloqui sul cessate il fuoco in Ucraina, la migliore sintesi del punto di vista di Mosca è stata esposta dal Ministro degli esteri russo Sergej Lavrov e può essere riportata in pochi punti: 1) un cessate il fuoco in Ucraina ora costituirebbe un vicolo cieco; Mosca non si accontenterà di chiacchiere vuote su una regolazione del conflitto; 2) c'è bisogno di accordi affidabili con meccanismi che garantiscano di non poter essere violati; 3) la Russia non pone precondizioni a negoziati sull'Ucraina, ma chiede di rispettare gli accordi esistenti; 4) la Russia è pronta a consultazioni sull'Ucraina con l'amministrazione Trump, ma solo sulla sostanza, sulle cause prime del conflitto e a condizione di rispettare quanto detto da Putin lo scorso giugno.
In sostanza, Mosca chiede per Kiev un “Istanbul” peggiorato: cioè, le stesse condizioni poste nel 2022 a Istanbul - status neutrale dell'Ucraina, ripristino di lingua, chiesa e cultura russe, riconoscimento dello stato reale sul campo di battaglia e legittimazione della volontà degli abitanti della Novorossia - con quattro regioni in meno.
Dunque, in breve, quali sono le «cause prime del conflitto»? Oltre al fatto evidente che il regime nazista di Kiev sia una marionetta occidentale, è chiaro come il via alla crisi attuale sia stato dato una trentina d'anni fa con la decisione USA di avvicinare la NATO ai confini della Russia. Ora, si chiedono a Mosca, la domanda è se Donald Trump sia disposto a riportare l'Alleanza atlantica alle posizioni del 27 maggio 1997, come proposto da Mosca nel dicembre 2021 e la risposta è che ciò sia molto improbabile e, dunque, molto improbabili, per non dire impossibili, sono anche «colloqui sulla sostanza».
Da qui, i ripetuti giochi per cercare di attirare la Russia in trattative di facciata, soprattutto ora che la situazione al fronte mostra un sempre più probabile e prossimo crollo della junta di Kiev. Anzi, è da pensare che sarà proprio Washington, i cui piani sull'Ucraina risalgono quantomeno agli anni '50, che tenterà di imporre tali trattative, per salvare ciò che resta della loro testa di ponte in Ucraina.
In sostanza, riprendendo le formulazioni di Lavrov: a Mosca non serve una tregua temporanea; è evidente a tutti come le forze armate ucraine stiano esalando gli ultimi respiri e abbiano urgente bisogno di una pausa nei combattimenti, durante la quale i padrini occidentali si prenderanno cura di addestrarle, rafforzarle, per poi gettarle di nuovo contro la Russia.
La Russia è pronta a discutere non di un cessate il fuoco, ha detto Sergej Lavrov, ma di una pace esclusivamente stabile e a lungo termine. Questa potrà essere trovata solo se verranno eliminate le due cause principali dell'intero conflitto: espansione a est della NATO e mancato rispetto dei diritti della popolazione russa dell'Ucraina. Nessun altra ipotesi verrà considerata seria, anche soltanto perché Mosca ricorda bene il destino degli accordi di Minsk. All'epoca, ha detto il Ministro degli esteri russo, i leader occidentali si umiliarono di fronte a tutto il mondo prendendo impegni, non rispettandoli e ammettendo poi apertamente di non aver mai avuto intenzione di rispettare nulla. Mosca vuole dunque che ora siano fornite garanzie rigorose per un trattato di pace.
E intanto, se al momento le porte della NATO restano chiuse per Kiev, la junta si rivolge direttamente alla UE: per continuare la guerra, importante che qualcuno fornisca le armi. Ed è convinto della inevitabilità della continuazione della guerra lo stesso ex Ministro degli esteri nazigolpista Dmitrij Kuleba, tanto da dichiarare che, in caso di una tregua che «lasci insoddisfatte sia Mosca che Kiev», si assisterà a una inevitabile vendetta revanscista dell'Ucraina, che si riprenderà, diventerà militarmente invincibile e, grosso modo tra una decina d'anni, scatenerà una nuova guerra contro la Russia per vendicare l'umiliazione subita e riprendersi tutto ciò che la Russia le ha strappato. «Quando non saremo più economicamente in ginocchio, vedrete come queste argomentazioni si manifesteranno nella politica interna» ucraina, ha bofonchiato, aggiungendo che l'unico modo per “salvare la Russia” dal revanscismo ucraino è quello di accogliere Kiev nella NATO: «Può sembrare illogico, ma l'unico modo per dissuadere l'Ucraina dall'entrare in guerra con la Russia è farla membro della NATO. Vincolarla cioè con obblighi giuridici a non esporre i propri alleati al rischio di una guerra con la Russia».
L'ipotesi di Kuleba sembra presupporre una suddivisione dell'Ucraina in due zone (del tipo RFT e DDR), una delle quali entrerebbe nella NATO; come dire: quasi tre anni di guerra buttati via, perché Mosca rifiuta proprio qualsiasi accesso, sotto qualunque forma, di un'Ucraina nella NATO direttamente ai propri confini, qualunque sia l'estensione della “nuova” Ucraina. Il fatto è che, se Kiev non viene ammessa alla NATO, potrebbe essere accolta nella UE: un'ipotesi a cui, ufficialmente, Mosca non si oppone. Ma, l'ingresso di Kiev nell'Unione europea, rappresenta davvero una “garanzia di pace” ai confini russi? C'è quantomeno da dubitarne, perdurando le brame guerrafondaie di molte cancellerie europee e dei vertici stessi UE, considerando che, per diversi aspetti, l'articolo 42.7 del Trattato sull'Unione europea (clausola di assistenza reciproca) sia ancora più ultimativo dell'art. 5 della NATO sull'impegno di difesa collettiva e, non ultimo, l'aperta proclamazione della UE da unione puramente “economica” in alleanza militare. Lo scorso 5 marzo, ricorda Vladimir Skachko su Ukraina.ru, la Commissione Europea ha adottato la Strategia e il Programma per l'Industria Europea della Difesa, come reazione ai successi militari della Russia, alla rapida rimodulazione dell'economia russa per soddisfare le esigenze dell'esercito e alla mobilitazione delle risorse del complesso militare-industriale russo; obiettivo del documento è quello di stimolare i produttori europei di armi ad aumentare gli investimenti, migliorare l'efficienza produttiva e, per la prima volta, a catalogare collettivamente le proprie armi. Nei piani UE, sono previsti stanziamenti per 1,5 miliardi di euro per appalti alle aziende militari europee, in particolare per la produzione di munizionamento, droni, missili e sistemi di difesa aerea.
Quindi, c'è da aspettarsi qualcosa di positivo da Bruxelles? Improbabile.
Da parte sua, lo stesso Vladimir Putin, rispondendo ad alcune domande al termine del vertice dell'Unione economica euroasiatica (EAES), ha dichiarato che Mosca aspira a por fine al conflitto in Ucraina, ma il compito numero uno è quello di perseguire nel 2025 tutti gli obiettivi posti all'inizio delle operazioni militari. Putin ha anche sottolineato come l'Ucraina non possa sussistere senza il sostegno dell'Europa e, dunque, è evidente che, per conseguire la vittoria, si dovrà privare l'Ucraina del sostegno europeo, come si evince da alcuni indicatori quantitativi: l'Europa è il principale fornitore di Kiev; e l'Europa sarà la principale vittima, dal momento che i leader dell'UE non comprendono l'essenza di ciò che sta accadendo e considerando che finora la Russia non ha nemmeno reagito economicamente agli attacchi europei. Mosca dispone di strumenti efficaci per privare l'Europa degli stimoli a sostenere l'Ucraina, quali contro-sanzioni su fertilizzanti, azoto e metalli; aumento dell'offerta di prodotti petroliferi attraverso paesi terzi; divieto alle imprese straniere di esportazione dei dividendi e nazionalizzazione delle stesse.
Cosa aggiungere a formulazioni così chiare? Quali sono i fattori in grado di garantire il rispetto di qualsiasi accordo? Le risorse militari e (per molti aspetti, soprattutto) quelle energetiche della Russia. Il resto sono chiacchiere.



