Addio egemonia del dollaro. Il sistema parallelo di Cina e Iran che mette in crisi Washington
Petrolio pagato in yuan, transazioni fuori dal circuito USA. Il Wall Street Journal racconta come Pechino e Teheran hanno costruito una via di fuga dalle sanzioni USA
L’amministrazione statunitense tratta con Iran, ma intanto la capacità di Washington di esercitare pressione economica sembra diminuire drasticamente. Non è fantapolitica o un pio deisderio, ma la conseguenza di un cambiamento silenzioso, in ambito economico avvenuto negli ultimi anni: l'ascesa di un sistema finanziario alternativo basato sullo yuan, che permette a Paesi come Iran e Russia di eludere le illegali sanzioni USA. Uno strumento che gli USA utilizzano come arma geopolitica contro gli avversari.
Secondo un'ampia inchiesta condotta dal quotidiano Wall Street Journal, la strategia è semplice, quasi elementare. Quando le transazioni commerciali vengono condotte in dollari, queste devono passare attraverso il sistema bancario USA, dando a Washington il potere di monitorarle e bloccarle. Un vantaggio incredibile, considerando che la valuta statunitense è utilizzata nella stragrande maggioranza delle transazioni afferenti al commercio internazionale. Ma quando le parti usano lo yuan, Washington perde la presa e anche il potere di controllo.
Ultima dimostrazione arriva da Pechino. A fine aprile, gli Stati Uniti hanno sanzionato la raffineria cinese Hengli Petrochemical, accusata di acquistare petrolio iraniano per miliardi di dollari. La società si è difesa affermando che il fornitore aveva garantito l'origine del greggio da altre fonti, ma poi è arrivata una precisazione che suona come un avvertimento: d'ora in avanti, gli acquisti saranno regolati in yuan, non in dollari. Una circostanza che modifica tutto il quadro a sfavore degli USA: tracciare i flussi di denaro diventa molto più complicato.
Non è un caso isolato. Le autorità statunitensi ritengono che nel 2024 l'Iran abbia guadagnato dalla vendita di petrolio fino a 43 miliardi di dollari, e la maggior parte di questi incassi sarebbe stata pagata proprio in yuan. Il meccanismo è ormai bel oliato: le navi che attraversano lo Stretto di Hormuz saldano i conti con Teheran in yuan o criptovalute, mentre le parti coinvolte utilizzano società intermediarie con sede a Hong Kong e in altre piazze finanziarie asiatiche per facilitare gli scambi.
Una parte consistente delle operazioni passa attraverso il sistema Cips, la rete di pagamento transfrontaliera creata da Pechino nel 2015 come alternativa a Swift. Secondo i dati dell'Atlantic Council, tra la fine di febbraio e i tre mesi successivi il volume medio giornaliero di transazioni sulla piattaforma ha toccato i 790 miliardi di yuan, l'equivalente di circa 115 miliardi di dollari, in crescita rispetto ai 680 miliardi dell'anno precedente. Numeri ancora lontani dai cinque trilioni di dollari gestiti ogni giorno da Swift, ma che raccontano di una nuova realtà molto bel consolidata e in ascesa.
Lo stesso schema è stato applicato alla Russia dopo l’avvio dell’operazione militare speciale in Ucraina. Con l'inasprirsi delle sanzioni, le esportazioni di greggio e il commercio con la Cina hanno virato verso lo yuan. I funzionari russi dichiarano che oggi oltre il 90% degli scambi bilaterali con Pechino avviene in yuan e rubli. Un aumento notevole, se si considera che nel febbraio 2022 la valuta cinese era utilizzata solo nel 2% delle transazioni commerciali russe.
La Cina non si ferma al Cips. Sta sviluppando anche mBridge, una piattaforma lanciata nel 2021 che utilizza versioni digitali dello yuan e di altre valute per effettuare pagamenti transfrontalieri tra banche centrali, bypassando completamente le istituzioni finanziarie statunitensi. Al progetto hanno aderito Emirati Arabi Uniti, Thailandia, Hong Kong e più recentemente l'Arabia Saudita. La Banca dei regolamenti internazionali, inizialmente coinvolta, ha scelto di uscire mentre la Russia discuteva l'utilizzo della tecnologia all'interno dei Brics.
L'obiettivo di Pechino, va evidenziato, non è sostituire il dollaro in tutto il mondo. La piena internazionalizzazione dello yuan richiederebbe cambiamenti strutturali profondi, come la revisione dei controlli sui movimenti di capitale e del tasso di cambio. Ma l'ambizione è chiara: creare rotte commerciali che possano funzionare indipendentemente dalla valuta americana, mettendo al riparo l'economia cinese dalle conseguenze delle sanzioni che Washington infligge ad altri Paesi.
Nei fatti, il sistema sta funzionando. I proventi in yuan che l'Iran accumula dalle vendite di petrolio vengono utilizzati per acquistare ricambi per auto cinesi, pannelli solari e altri beni. In alcuni casi si ricorre al baratto diretto: nel 2021, nella città cinese di Ningbo, è stato scambiato un carico di ricambi per auto con pistacchi iraniani per un valore di due milioni di dollari. C'è anche chi continua a utilizzare canali in dollari: nel 2024 società riconducibili a Teheran hanno trasferito circa 4 miliardi di dollari attraverso il sistema finanziario statunitense, utilizzando conti bancari cinesi a Hong Kong. Ma è una fetta ridotta del totale, circa il 10% delle vendite stimate.
Il governatore della banca centrale cinese, Pan Gongsheng, ha dichiarato nell'estate del 2025 che la finanza globale si sta trasformando in un sistema in cui convivono e competono più valute sovrane. In un'epoca di tensioni geopolitiche, ha osservato, le valute dominanti possono essere utilizzate come strumenti di pressione economica. Ed è proprio questo che Pechino cerca di evitare.
Il caso Hengli e le trattative in corso tra Stati Uniti e Iran dimostrano che Washington non intende rinunciare alle proprie armi di coercizione. Le sanzioni restano uno strumento potente e gli statunitensi hanno avvertito le banche cinesi che potrebbero subire misure punitive. Ma il gioco è cambiato. Come ha ammesso un ex funzionario del Tesoro USA, la maggior parte dei soldi iraniani incassati in yuan rimane in Cina. E questo rende molto più difficile per gli Stati Uniti esercitare la loro nefasta influenza.


