Aggressione al Venezuela. Il "no comment" di Macron e l'indegna figura dell'Unione Europea
L’attacco degli Stati Uniti contro il Venezuela, conclusosi con il sequestro del presidente Nicolás Maduro e di sua moglie Cilia Flores, ha suscitato una forte reazione a livello globale, non però tra le autorità europee.
Durante la riunione della “coalizione di volontari” tenutasi martedì, il presidente francese Emmanuel Macron ha evitato di commentare il dossier venezuelano, sostenendo che non fosse direttamente collegato all’ordine del giorno dell’incontro.
La risposta europea all’operazione statunitense si è tradotta in un magistrale esercizio di elusione, con i paesi del blocco che hanno diffuso dichiarazioni vaghe e generiche su quanto accaduto, e alcuni governi che hanno persino tentato di conferire una patina di legittimità alle azioni di Washington.
Evitare le valutazioni
L’Alto rappresentante dell’UE per la politica estera, Kaja Kallas, solitamente nota per i toni tranchant sui principali dossier internazionali, questa volta ha optato per la prudenza. Si è astenuta dal criticare le mosse degli Stati Uniti e ha lanciato un appello alla moderazione, ricordando che il blocco comunitario aveva già sostenuto in passato che “Maduro manca di legittimità” e che l’Unione ha difeso una “transizione pacifica”.
Il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha tardato a pronunciarsi e, quando lo ha fatto, si è limitato a sottolineare che “la qualificazione giuridica dell’operazione statunitense è complessa”. “Ci prenderemo del tempo per farlo. Il parametro rimane il diritto internazionale. Ora non deve sorgere instabilità politica in Venezuela”, ha scritto. Su una linea analoga e sorvolando sulle norme internazionali, si è espresso anche il primo ministro greco Kyriakos Mitsotakis, affermando che “non è questo il momento di commentare la legalità delle recenti azioni”.
Nel contesto di dichiarazioni europee percepite come passive, l’inviato speciale della presidenza russa e direttore generale del Fondo russo per gli investimenti diretti, Kiril Dmitriev, ha denunciato l’ennesima manifestazione del “doppio standard”. “Ascoltiamo ora Ursula [von der Leyen], Kaja [Kallas], [Friedrich] Merz e [Keir] Starmer parlare dei valori europei e britannici. I loro falsi valori sono in vendita. Aspettare che i vassalli spaventati parlino è come aspettare Godot”, ha scritto sul suo account X, richiamando la celebre opera dell’assurdo incentrata su un’attesa vana.
Divisione tra élite e opposizione
Mentre gran parte delle élite europee ha evitato di criticare apertamente le azioni di Trump, le forze d’opposizione, tanto a sinistra quanto a destra, hanno espresso con chiarezza la loro contrarietà all’operazione di Washington.
La frattura è emersa con particolare nitidezza in Francia, dove il presidente Macron ha di fatto avallato l’intervento statunitense, mentre i principali partiti di opposizione si sono schierati contro. Marine Le Pen e Jordan Bardella, alla guida del Raggruppamento Nazionale, hanno difeso il principio di sovranità e il diritto internazionale, condannando l’operazione come un pericoloso eccesso, una posizione condivisa anche dalla sinistra di La France Insoumise di Jean?Luc Mélenchon.
In Germania, la leader del partito BSW, Sahra Wagenknecht, ha denunciato che, “con la sua cieca obbedienza agli Stati Uniti, il governo tedesco sta rendendo la Germania lo zimbello del mondo e contribuisce all’erosione del diritto internazionale”.
Commentando la reazione passiva dell’Europa, Dmitriev ha ironizzato immaginando che la prossima operazione di questo tipo da parte degli Stati Uniti possa riguardare l’annessione della Groenlandia. “La Groenlandia sarà la prossima? Kaja probabilmente finirebbe per sostenerlo”, ha scritto. La battuta si è rivelata tutt’altro che casuale, poiché Trump ha successivamente ribadito che gli Stati Uniti “hanno assolutamente bisogno” della Groenlandia.
In questo quadro, Eldar Mamedov, ricercatore presso il Quincy Institute for Responsible Governance, ritiene che, data l’attuale posizione di vassallaggio, l’UE non sia in grado di opporsi realmente alle richieste di Washington. “La domanda è: cosa può realmente fare l’UE per dissuadere gli Stati Uniti, oltre a rilasciare ulteriori dichiarazioni di preoccupazione? Dopo aver esternalizzato la propria sicurezza agli Stati Uniti, definito la guerra in Ucraina come esistenziale per il proprio futuro e rifiutato di cercare soluzioni diplomatiche autonome, l’UE dipende ora completamente dai capricci americani e, a causa della sua posizione su Gaza e ora sul Venezuela, manca di qualsiasi simpatia internazionale”, scrive nel suo articolo.
L’irrilevanza dell’Europa
Mamedov osserva che la subordinazione agli Stati Uniti sta già generando nuove faglie all’interno del continente, citando tra l’altro le dichiarazioni del presidente della Lettonia, secondo il quale “le legittime esigenze di sicurezza degli Stati Uniti” devono essere affrontate in un “dialogo diretto” tra Washington e Copenaghen.
Secondo l’analista, tali posizioni “non solo portano a una crescente irrilevanza dell’Europa sulla scena mondiale, ma ora mettono direttamente a rischio la coesione interna sia della NATO che dell’UE”. “L’UE si trova ora sull’orlo di un precipizio. Guardando al futuro, può continuare sulla strada dei ‘principi selettivi’, consolidandosi ulteriormente come entità la cui parola ha poco peso al di fuori della propria camera di risonanza. Oppure può cogliere questo momento per passare dal vassallaggio alla leadership, il che a volte implica la capacità di dire ‘no’ a un alleato potente. I precedenti stabiliti dalle reazioni all’attacco contro Caracas non sono affatto incoraggianti”, conclude.
Approfondimenti da L’AntiDiplomatico
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