All'81esima Assemblea Generale ONU va in scena l'aggressione imperialista degli USA sull'America Latina
Dai raid nel continente americano al caos energetico nello Stretto di Hormuz: le politiche belliciste della Casa Bianca paralizzano il commercio e spingono l'ONU al collasso
Si apre oggi a New York l'81esima sessione dell'Assemblea Generale delle Nazioni Unite, un appuntamento che riunisce quasi centotrenta Paesi sotto la parola d'ordine di "restaurare la fiducia e gestire la trasformazione affinché l'Onu produca risultati per tutti". Fino al 28 settembre i leader mondiali discuteranno di sviluppo sostenibile, pace e azione climatica. Al centro della scena ci saranno anche le crisi aperte e i nuovi equilibri che si stanno delineando in America Latina e non solo.
L'attenzione è tutta rivolta al presidente USA Donald Trump. Il leader statunitense interverrà in un contesto segnato da una politica estera sempre più aggressiva verso i vicini del sud, ribattezzata nella nuova Strategia di Sicurezza Nazionale "Corollario Trump alla Dottrina Monroe" e anche conosciuta come “Dottrina Monroe 2.0”. Una strategia che non ha mancato di suscitare denunce esplicite: Cuba ha accusato Washington di voler imporre con la forza la "arcaica Dottrina Monroe", un meccanismo cruento che calpesta la sovranità dei popoli latinoamericani e caraibici. Sanzioni, dazi, minacce di intervento militare e appoggio aperto a forze di estrema destra neoliberista sono diventati il marchio di fabbrica della Casa Bianca, che non ha nascosto l'obiettivo di garantire accesso alle materie prime strategiche del continente.
L'ultimo tassello in ordine di tempo è l'accordo petrolifero annunciato con il Venezuela.
Il palcoscenico newyorkese servirà probabilmente a rafforzare la Coalizione delle Americhe contro i Cartelli (un prestesto per celare le vere intenzioni degli USA), lo strumento operativo creato a marzo da Washington con il sostegno di Argentina, Bolivia, Cile, Costa Rica, Ecuador, El Salvador, Honduras, Panama, Paraguay, Repubblica Dominicana e Trinidad e Tobago. Un club che si è allargato con l'adesione di Colombia e Perù dopo l'insediamento dei presidenti di estrema destra neoliberista Abelardo de la Espriella e Keiko Fujimori. Le operazioni militari congiunte condotte sotto il pretesto della lotta al "narcoterrorismo" hanno suscitato non poche critiche, sia per l'assenza di prove a sostegno delle accuse contro le vittime dei bombardamenti, sia per l'inefficacia dimostrata nel frenare il fenomeno secondo i dati ufficiali dello stesso governo americano. Su posizioni opposte restano la messicana Claudia Sheinbaum e il brasiliano Lula, difficilmente disposti a tacere sull'argomento, almeno nei colloqui informali a margine del vertice.
Un momento capace di attirare attenzione sarà il faccia a faccia tra Trump e Delcy Rodríguez. La presidente incaricata del Venezuela è arrivata lunedì a New York per partecipare all'Assemblea come capo di Stato, una visita che assume un peso particolare considerando le circostanze. Solo otto mesi fa le truppe USA bombardarono la capitale venezuelana Caracas e rapirono il legittimo presidente Nicolás Maduro, tuttora detenuto in un penitenziario di Brooklyn in attesa di un processo definito irregolare perché un capo di Stato gode di immunità. Un rapimento illegale che ha segnato una escalation senza precedenti nelle relazioni tra i due Paesi e che continua a pesare come un macigno su ogni tentativo di distensione. Da allora Washington non ha mai allentato la morsa su Caracas, tra sanzioni economiche, pressioni diplomatiche e operazioni militari nella regione. Rodríguez, che in quel momento era vicepresidente esecutiva, ha giurato come presidente incaricata il 5 gennaio 2026 e da allora ha scelto la via diplomatica – un eufemismo per non dire sottomissione - per gestire le differenze con Washington, ricevendo elogi da Trump. Venerdì alcuni media statunitensi hanno riferito che la Casa Bianca lavora per trovare uno spazio in agenda e fissare l'incontro proprio per oggi. L'ambasciatore statunitense all'Onu, Mike Waltz, ha confermato la riunione a Reuters senza fornire dettagli sui temi sul tavolo, anche se si parla soprattutto di petrolio.
Non mancano poi i dossier internazionali. La guerra aperta contro l'Iran, avviata a febbraio, ha scosso il mercato energetico e compromesso le catene di approvvigionamento globali, con le navi commerciali impossibilitate a navigare con regolarità nello Stretto di Hormuz ormai da mesi. Trump dovrebbe avere un incontro informale con i leader di sei Stati del Golfo per fare il punto sulla situazione, mentre le parti continuano a respingere pubblicamente l'ipotesi di nuovi negoziati.
C'è infine la partita per la successione di António Guterres. Per il sistema di rotazione regionale, il prossimo segretario generale arriverà da America Latina, Caraibi o Africa. Sei i candidati in corsa: l'argentino Rafael Rossi, l'antiguana María Fernanda Espinosa Garcés, la costaricana Rebeca Grynspan Mayufis, la guyanese Carolyn Rodrigues Birkett, l'ugandese Olara Otunnu e il burundese Macky Shall. Michelle Bachelet, che godeva dell'appoggio di Brasile, Messico e Cile e sembrava la favorita, ha annunciato sabato il ritiro della propria candidatura, spiegando che lo scenario politico globale è troppo convulso per portare avanti il piano diplomatico che aveva in mente.
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LA PROPOSTA EDITORIALE DELLA SETTIMANA:
Catastrofe Neoliberista di Angelo D'Orsi
“Catastrofe neoliberista” di Angelo D’Orsi è un viaggio nella storia e una necessità. Un viaggio che ripercorre le origini e le dinamiche di una dittatura totalitaria, capace di imporsi con violenza e di camuffarsi abilmente da paladina della libertà e della democrazia, dominando la vita quotidiana di miliardi di persone. Una necessità, perché solo attraverso la comprensione profonda dell’avversario è possibile immaginare alternative. Con il rigore di un grande storico e l’ottimismo della volontà di ispirazione gramsciana, D’Orsi ci offre gli strumenti per decifrare il presente e costruire un futuro diverso.



