Asili nido: il lusso di lavorare. Perché in Italia il welfare è un privilegio per pochi

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Asili nido: il lusso di lavorare. Perché in Italia il welfare è un privilegio per pochi

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L’aumento dell’occupazione femminile non è tanto un fatto di progresso ma una necessità economica, del resto con uno stipendio solo oggi non si arriva a fine mese e con due non si è sicuri di sostenere tutte le spese.
 
Il PNRR avrebbe dovuto sostenere l'apertura di nuovi asili nido perchè in Italia, in rapporto alla popolazione in età prescolare, vi sono meno strutture che in altri paesi europei come emerge da una ricerca della Fondazione Agnelli.
 
Al contempo  non si dice che buona parte degli asili nido è a gestione indiretta, gestiti da cooperative con bassi salari, contratti sfavorevoli, carichi di lavoro maggiore  e senza il secondo livello di contrattazione perchè la committenza puntualmente dimentica di inserire risorse adeguate.
 
Una scelta coraggiosa sarebbe quella di reinternalizzare qualche nido ma per farlo ci vuole coraggio politico e conti in ordine, se il bilancio è virtuoso manca la volontà politica. E restano le disparità tra le aree geografiche, al Sud pochi asili nido e rari quelli pubblici.
 
Avrebbero dovuto inserire i nidi nella Pubblica istruzione ma invece sono rimasti servizi a domanda individuale e quindi con una quota delle spese, in base al reddito, a carico delle famiglie, molte delle quali non ce la fanno a sostenere questo costo avendo già un mutuo od occupazioni precarie e quando possono scelgono di affidare ai nonni i figli.
 
L’obiettivo fissato dall’Ue, per il 2030, di almeno il 45% di partecipazione è ancora lontano,  oggi in Italia siamo appena al 35,5 %
senza neppure quei congedi familiari di 12-14 mesi,  sussidiati, e presenti in alcuni paesi come la Germania.
 
Il nido sta diventando una sorta di lusso, accessibile solo per le famiglie a reddito elevato, invece di essere un servizio erga omnes finisce con l'essere possibile solo per alcune fasce (o ricchi o indigenti). 
 
 L’Italia è indietro rispetto alla Ue, secondo l’Istat, nel 2023-24, eravamo a circa 32 posti su 100 bambini. Solo dieci anni prima, nel 20134 erano ancora al 22,4% , qualche passo in avanti c'è stato ma del tutto insufficiente,  E l'aggravante è data dalla diminuzione della popolazione sotto i tre anni che negli ultimi 78 anni è calata dell’8  per cento e forse più, quindi , in presenza di una inversione di tendenza rispetto alla denatalità oggi dominante, diventerebbe palese la insufficienza cronica di posti negli asili nido
 
La spesa pubblica. italiana, in percentuale sul Pil, è minore di quella sostenuta da altri paesi, gli obiettivi del Pnrr sono stati rivisti al ribasso, la prima  barriera di accesso è economica: i posti nido sono pochi e sono in minima parte gestiti dal pubblico.
 
E poi dovrebbe esserci almeno una deroga in materia di assunzione di personale se con gli interventi del Pnrr e l’aumento dei posti serviranno circa 25mila nuovi educatori. Da capire con quali risorse verranno pagate e assunte, se lo Stato aggiungerà risorse agli Enti locali oppure no.
 
Mancano poi interventi come ampliare il welfare, prevedere la riduzione del gap fra congedo parentale e garanzia del posto, diminuire le  rette per le famiglie a più basso, o medio, reddito, manca la volontà politica di assumere direttamente le educatrici. Siamo quindi all'anno zero, si brancola nel buio nonostante la gravità della situazione. Se poi a ricordarci del problema è la Fondazione Agnelli...

Federico Giusti

Federico Giusti

Federico Giusti nasce a Pisa nel 1966, si laurea in letteratura italiana e subito dopo inizia a lavorare come precario per poi entrare in Comune nel 1999.

Delegato sindacale prima dei Cobas e oggi della Cub è stato attivo nei movimenti studenteschi e per il diritto all'abitare Oggi fa parte dell'ufficio stampa dell'Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e dell'università, ha dato vita a un gruppo di studio con Emiliano Gentili e Stefano Macera ed è tra gli animatori di Radio Grad. E' sposato con figli e nipoti.

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