Il "metodo Bruxelles": la Commissione raccomanda la revoca del finanziamento alla Biennale per il padiglione russo

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Il "metodo Bruxelles": la Commissione raccomanda la revoca del finanziamento alla Biennale per il padiglione russo

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La Commissione Europea ha ufficialmente raccomandato la revoca del contributo di due milioni di euro alla Biennale di Venezia. Il motivo? La Russia, dopo quattro anni di assenza, ha riaperto il suo padiglione. E Bruxelles, democraticamente, non ci sta.

La decisione è stata annunciata da Henna Virkkunen, vicepresidente esecutiva della Commissione per la Democrazia, che ha parlato di "una valutazione approfondita delle risposte fornite dalla Biennale" per giustificare il ritorno di Mosca, come riporta RT. Poi è scesa nel dettaglio, con un post su X che suona come un ultimatum: "La cultura in Europa - finanziata con i soldi dei contribuenti - deve promuovere e salvaguardare i valori democratici". E la Russia, secondo Bruxelles, quei valori non li incarna. Sarebbe interessante sapere per i dirigenti europei quei valori sono incarnati dall’Ucraina neonazista. Ma già conosciamo la risposta.

Il problema, però, è che la Russia a Venezia una casa ce l'ha. Il padiglione russo è uno dei più antichi dell'intera esposizione, un pezzo di storia che il governo italiano dovrebbe confiscare per sfrattarne gli occupanti. E nessuno, finora, ha fatto quel passo.

Così, a marzo, la Biennale ha annunciato il ritorno di Mosca. Nonostante la guerra in Ucraina, nonostante lo scontro con l'Occidente, nonostante le sanzioni che Bruxelles continua a inasprire. E il padiglione, hanno spiegato i russi, ospiterà "più di cinquanta giovani musicisti, poeti e filosofi dalla Russia e da altri Paesi". Il titolo della mostra è "L'albero ha le radici nel cielo".

Mikhail Shvydkoy, il responsabile della cooperazione culturale russa, non ha usato mezzi termini: "È l'ulteriore prova che la cultura russa non è isolata, e che i tentativi di 'cancellarla' - portati avanti per quattro anni dalle élite politiche occidentali - non sono riusciti".

Dall’Europa che si autodefinisce democratica è arrivata una levata di scudi. L'Ucraina e ventuno Paesi dell'UE hanno inviato una lettera congiunta alla Biennale, chiedendo di fare marcia indietro: "Concedere alla Russia una piattaforma culturale di tale prestigio invia un segnale profondamente inquietante". Ad aprile, l'intera giuria internazionale - cinque membri - si è dimessa in segno di protesta. Non solo per la Russia, ma anche per la partecipazione di Israele.

L'Ucraina, dal canto suo, ha imposto sanzioni contro le persone legate alla gestione del padiglione. E gli attivisti sono scesi in piazza, a Venezia, con le loro proteste intrise di ipocrisia e doppia morale. Il padiglione, intanto, è rimasto aperto durante i giorni delle anteprime, per poi chiudere per il resto della manifestazione. Gli organizzatori hanno parlato di sanzioni UE.

Pietrangelo Buttafuoco, il presidente della Biennale, però non ha abbassato la testa. Anzi, ha accusato i critici di censura e narcisismo. Le sue parole, pronunciate a maggio, sono un manifesto: "La Biennale non è un tribunale, è un giardino di pace. Non possiamo chiuderlo, non possiamo boicottare come risposta automatica. Dobbiamo discutere. Possiamo essere in disaccordo, e lo siamo con forza".

Dalla politica italiana è arrivato un sostegno inaspettato. Matteo Salvini, vicepremier, ha definito la pressione dell'UE "veramente imbarazzante". E ha aggiunto che minacciare le istituzioni culturali italiane è un passo che Bruxelles non avrebbe dovuto compiere.

I russi hanno ringraziato. Shvydkoy ha bollato la pressione europea come "vergognosa", sostenendo che "le dichiarazioni dell'establishment europeo sull'apertura al dialogo con la Russia sono vuote". Poi l'accusa più pesante: Bruxelles si sta rendendo colpevole di "un'interferenza palese nella politica interna italiana".

Maria Zakharova, portavoce del ministero degli Esteri russo, ha usato una parola chiarissima: "Anti-cultura". Secondo lei, l'Occidente sta ricadendo in una condizione che "soffre da anni". Una condizione che, a suo dire, non ha nulla a che fare con l'arte.

E mentre la Biennale resta in bilico tra i due milioni di euro che rischia di perdere e la libertà di ospitare chi vuole.

La Redazione de l'AntiDiplomatico

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