Blocchi stradali e repressione: la Bolivia si ribella al neoliberismo, Morales detta la linea

Dalla privatizzazione delle risorse naturali al ritorno del Fondo Monetario, sei mesi di governo Paz hanno compattato un fronte sociale che non si vedeva dai tempi delle guerre dell'acqua e del gas

2009
Blocchi stradali e repressione: la Bolivia si ribella al neoliberismo, Morales detta la linea

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Sull'altipiano boliviano, il fragore delle esplosioni di gas lacrimogeni si mescola da giorni al suono ancestrale dei pututus, i corni usati dai popoli originari per chiamare alla mobilitazione. Non è una protesta qualunque quella che sta paralizzando la Bolivia, ma una vera e propria esplosione sociale che in appena sei mesi ha eroso le fondamenta del governo di Rodrigo Paz, l’imprenditore neoliberista salito al potere con la promessa di un “capitalismo per tutti”, che in realtà sarebbe da leggere come la ricerca del massimo profitto per le vecchie èlite che erano state spodestate negli anni del MAS al governo.

Sabato scorso, oltre tremilacinquecento agenti tra poliziotti e militari sono stati dispiegati in un’operazione congiunta tra La Paz, la vicina El Alto e l’autostrada che conduce a Oruro, con l’obiettivo di spezzare i blocchi stradali che da più di due settimane stringono la capitale in una morsa soffocante. Decine di persone sono state arrestate, ma la repressione non ha piegato la resistenza popolare. Nel giro di poche ore, centinaia di manifestanti sono tornati a innalzare barricate nei punti nevralgici di Senkata e Río Seco, quelle stesse zone di El Alto che nel 2019 furono teatro di una brutale repressione durante il golpe contro Evo Morales. La storia, con i suoi simboli dolorosi, sembra ripetersi.

Mario Argollo, dirigente della Centrale Operaia Boliviana, la potente COB che guida la rivolta, ha lanciato un messaggio chiaro: “Non ci piegheranno nella lotta che abbiamo intrapreso”, ha dichiarato, accusando il governo neoliberista di usare la giustizia come arma per mettere a tacere il dissenso. Al centro della contesa c’è un pacchetto di dieci leggi per la riattivazione economica che, secondo i sindacati, spalanca le porte alle multinazionali minacciando di privatizzare servizi essenziali come l’acqua, la luce e il gas. La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata la Legge 1720 di Riconversione Agraria, che consente di trasformare le piccole proprietà contadine in unità produttive ipotecabili, una linea rossa invalicabile per le comunità indigene che vedono nella terra molto più di un mero bene economico.

Mentre i prezzi dei generi alimentari schizzano alle stelle in una capitale isolata con oltre venti punti di blocco attivi in tutto il paese, una marcia guidata dai sostenitori dell’ex presidente Evo Morales si sta avvicinando a La Paz. Il suo arrivo rischia di essere la scintilla definitiva. Dal suo rifugio nel tropico di Cochabamba, in quella località di Lauca Ñ che è diventata il quartier generale della sua resistenza politica, Morales ha scelto di parlare al quotidiano argentino Pagina|12, e le sue parole disegnano un quadro che va ben oltre i confini boliviani.

L’ex presidente indigeno, oggi colpito da un ordine di cattura emesso da un tribunale di Tarija che lo accusa di tratta e traffico di persone, non usa mezzi termini per descrivere la sua situazione. “È un processo netamente politico”, esordisce con la voce di chi ha già soppesato ogni parola. “Durante l’anno del golpe mi investigarono per corruzione e non trovarono nulla, tentarono di legarmi al narcotraffico e nemmeno quello riuscirono. Sui social dicevano ‘Evo, capo del cartello della droga’ e facevano campagna per screditarmi. Dopo il golpe cercarono di mettere fuori legge il nostro strumento politico, l’allora MAS-IIPSP, e non ci riuscirono”. Poi il racconto si fa più intimo, quasi una confessione a cuore aperto: “Io ho fatto politica per la patria, non per i soldi. Io non ruberei mai, perché questa cultura viene dalla mia famiglia, dai miei genitori. Durante la colonia, qui gli antenati indigeni si amministravano con tre principi: Ama Sua, Ama Llulla, Ama Quella. Cosa significa? Non rubare, non essere pigro, non mentire”.

A chi gli chiede perché non si presenti davanti ai giudici, come fece Cristina Fernández de Kirchner in Argentina, Morales risponde con un aneddoto emblematico. “Quando ero in Messico, nel primo mese dopo il golpe, Raúl Castro mi invitò a una riunione all’Avana. Mi chiese cosa volessi fare per la campagna elettorale. Io dissi che sarei tornato in Bolivia, che non avevo paura del carcere, che ero stato tante volte in prigione. E Raúl mi disse tre cose. Primo: non sei l’Evo di prima, sei l’Evo di oggi. Secondo: se sei in carcere, sarai totalmente isolato. Terzo: sei nelle mani degli statunitensi. In prigione ti avveleneranno. E se non ti avvelenano, provocheranno una rivolta dei detenuti e lì ti colpiranno con una pallottola”. Una pausa, poi la sintesi: “Ascoltando questo, decisi di non andare”. E a rafforzare la sua convinzione, il ricordo ancora vivo di quell’autunno del 2024: “Se il 27 ottobre di quell’anno una sparatoria quasi mi uccise durante il governo di Lucho Arce. Lucho, purtroppo, si è spostato a destra, e ora il governo di Rodrigo Paz è direttamente un governo statunitense”.

Morales non si limita però alla sua vicenda personale. La sua analisi geopolitica è un quadro impietoso. “Il 30 novembre dell’anno scorso Trump riconobbe che gli Stati Uniti si stavano ripiegando sull’America Latina con la Dottrina Monroe: ‘America per gli americani’. La Guerra Fredda è finita, ma il Piano Condor resta in vigore. Solo che prima si eseguiva con colonnelli e generali, adesso con giudici e pubblici ministeri. Quello che è successo a Lula, quello che è successo a Cristina, adesso succede a me”. La sua lettura non lascia spazio a sfumature: Washington vuole controllare il petrolio, il litio e le terre rare, e per farlo deve eliminare i partiti popolari, “siano essi progressisti, umanisti, socialisti o anti-imperialisti”. In Bolivia, dice, “siamo il bersaglio dell’impero e della destra boliviana”.

C’è un passaggio in cui l’ex presidente allarga lo sguardo all’intero continente e lascia emergere una speranza quasi viscerale. “Stati Uniti, Israele, Argentina e i loro alleati in Sudamerica sono nemici della vita e della pace sociale. Però gli Stati Uniti non sono più una potenza mondiale nel nuovo contesto geopolitico. In Venezuela c’è come un pareggio: hanno sequestrato Maduro, ma non controllano tutto il petrolio. In Iran volevano togliergli il petrolio, e hanno fallito. L’Europa vuole ritirare le basi militari. Cina, Brasile, India e Russia, continuano a crescere. Per me gli Stati Uniti sono in piena decadenza. Questo impero nordamericano finirà”. Poi, volge lo sguardo al futuro: “Io ho fiducia che alle prossime elezioni in Argentina vincerà un partito di sinistra. Ne sono sicurissimo. E qui in Bolivia è questione di tempo. Con Evo o senza Evo, il nostro strumento politico tornerà a recuperare il potere”.

Quando il discorso cade sulla riforma costituzionale che Paz vuole portare avanti, l’analisi si fa tagliente. “Durante il golpe già volevano cambiare la Costituzione per eliminare le circoscrizioni uninominali delle aree rurali. Fallirono. Adesso vogliono cambiarla per privatizzare le risorse naturali e i servizi di base, ignorando che la nostra Costituzione li definisce come un diritto umano e non come un affare privato. Questa è l’unica Costituzione dalla fondazione della Repubblica nel 1825 che è stata approvata con un referendum. E vogliono cambiarla per farla finita con lo Stato plurinazionale. Cos’è la plurinazionalità? È l’unità nella diversità. Vogliono cancellarla per emarginare il movimento indigeno”.

Sulla spinosa questione del dialogo con l’esecutivo, dopo che il ministro dei Lavori Pubblici Mauricio Zamora, cugino del presidente, lo ha invitato a La Paz per cercare una via d’uscita ai blocchi, Morales chiarisce la sua posizione senza ambiguità. “Primo, non sono stato io a convocare le mobilitazioni. Siamo affiliati alla Centrale Operaia Boliviana e alla nostra confederazione contadina, ma siamo un’organizzazione regionale, non nazionale. Nell’ultima riunione si è deciso di marciare e si sta marciando”. Poi parte un affondo rivelatore: “Come è possibile che Rodrigo Paz abbia nominato viceministro della Sicurezza Cittadina il generale Rodolfo Montero, il comandante della Polizia Nazionale di Áñez? Sotto la sua responsabilità si commise il massacro di Sacaba e Senkata, con decine di morti e più di cento feriti. Era in carcere, ha un processo in corso, e ora nominano quel massacratore viceministro”. La conclusione è una sfida diretta: “Se mi danno garanzie, vado al dialogo. Se no, che vengano qui a dibattere. Però io voglio negoziare non sui blocchi, ma su come si governa. Si governa ascoltando il popolo, non privatizzando le risorse naturali, non mendicando dal Fondo Monetario. A me lasciarono uno Stato mendicante e io non mi lamentai mai. Lavorammo e il primo anno chiudemmo con un surplus fiscale. Così si governa. Che venga il ministro con il suo presidente, Rodrigo Paz. Lo aspetto qui”.

Sullo sfondo di queste dichiarazioni, il paese continua a ribollire. Minatori, contadini, insegnanti, trasportatori e comunità indigene hanno saldato le loro rivendicazioni in un’unica domanda di dimissioni. La Centrale Operaia Boliviana, la Federazione Contadina Tupac Katari, la Confederazione Sindacale Unica dei Lavoratori Contadini, il Consiglio Nazionale degli Ayllus e Marcas del Qullasuyo e le cooperative minerarie, che hanno inviato duemila uomini a rinforzare i blocchi di El Alto, compongono un fronte sociale che non si vedeva dai tempi delle guerre dell’acqua e del gas. E mentre il Difensore Civico e la Chiesa Cattolica invocano corridoi umanitari per il passaggio di ambulanze, cibo e carburante, e i governi di destra della regione si affrettano a bollare le proteste come un tentativo di destabilizzazione, il fantasma evocato da Morales di un ritorno al Fondo Monetario e alla svendita delle risorse nazionali continua ad aleggiare su una Bolivia che, dai blocchi dell’altiplano, guarda verso La Paz e vede solo un governo assediato, ostaggio di politiche neoliberiste che hanno già in passato lasciato un segno nefasto sulla Bolivia e che il popolo unito rigetta.

La Redazione de l'AntiDiplomatico

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