Bolivia, stato di eccezione per decreto. La mano pesante del neoliberista Paz sulle proteste popolari

Il presidente firma lo stato di eccezione mentre l'Occidente osserva in silenzio. Le politiche economiche del governo continuano a devastare il paese per garantire profitti a pochi

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Sono bastate sette settimane di proteste e blocchi stradali per far crollare la maschera della tolleranza liberale. Il presidente boliviano Rodrigo Paz, fedele interprete dell'ortodossia neoliberista che intendentornare a far danni nel paese andino, ha firmato il decreto che dichiara lo stato di eccezione su tutto il territorio nazionale. Una risposta che non lascia spazio a interpretazioni: di fronte alle rivendicazioni di chi chiede giustizia sociale e condizioni di vita dignitose, il governo come risponde? Con la repressione. La misura, giustificata con il desiderio di "restituire la normalità", in realtà rivela il suo vero volto autoritario, mascherato da necessità amministrativa.

Paz ha parlato di cittadini "ostaggi dei blocchi", di strade da liberare e di approvvigionamenti da garantire. Parole che suonano vuote se lette alla luce di una politica economica che intende smantellare i servizi pubblici, privatizzando risorse e aggravando le disuguaglianze. Il neoliberismo di cui Paz è un convinto sostenitore non è una teoria astratta: è la pratica quotidiana che taglia i sussidi, alza i prezzi dei beni di prima necessità, riduce i salari reali e consegna le ricchezze del paese nelle mani di pochi. E quando il popolo scende in piazza per dire basta, la risposta è sempre la stessa: leggi speciali, coprifuoco, militari per le strade.

Il presidente ha avvertito che "a chi persiste nel bloccare verrà applicato tutto il rigore della legge", dimenticando che la legge, in un sistema costruito per proteggere gli interessi di pochi, è spesso solo lo strumento per mettere a tacere le voci scomode. Lo stato di eccezione prevede coprifuoco, limitazioni alla vendita di alcol e persino restrizioni ai servizi bancari nelle zone calde. E le Forze Armate, schierate a supporto della polizia, sono pronte a fare da parafulmine a una protesta che il governo preferisce dipingere come violenza fine a se stessa, piuttosto che come l'unico grido rimasto a chi non ha più voce.

E qui viene il bello, perché mentre Paz stringe la morsa, l'Occidente collettivo, sempre così sollecito nel difendere i diritti umani quando si tratta di contestare governi considerati ostili, osserva e tace. La stessa Europa che ha applaudito alle rivolte di piazza in altri continenti, che ha elevato a modello le mobilitazioni contro regimi autoritari, ora finge di non vedere. Perché quando le proteste mettono in discussione l'ordine neoliberista, quando i blocchi stradali paralizzano un paese che aveva osato sperare in un futuro diverso, allora il silenzio diventa complice. La doppia morale occidentale è tutta qui: applausi per chi lotta contro regimi "sbagliati", o pr meglio dire non allineati ai diktat liberali/liberisti, indifferenza o riprovazione per chi osa sfidare i sacramenti del libero mercato e i suoi fedeli servitori.

La dinamica di questi giorni è emblematica. Da un lato, la Centrale Operaia Boliviana, con cui il governo ha siglato un accordo separato per sgonfiare la protesta. Una mossa tattica, quella di Paz, che cerca di dividere il movimento per indebolirlo, concedendo briciole di dialogo a una delle componenti mentre la manovalanza di governo si prepara a reprimere le altre. E infatti, mentre la COB si accomoda al tavolo delle trattative, la Federazione dei Contadini Túpac Katari di La Paz ha scelto di restare in strada, rifiutando un accordo che - secondo la loro visione - non tocca le cause profonde del malcontento. È la parte più combattiva del paese, quella che sa che il neoliberismo non si contrasta con qualche aggiustamento tecnico, ma con un cambio radicale di rotta. Quella che ritiene che le promesse di dialogo del governo sono solo un modo per guadagnare tempo, mentre la macchina repressiva si mette in moto.

Il segretario della COB, Mario Argollo, ha parlato di "riconciliazione tra governanti e governati". Parole condivisibili, certo, ma che rischiano di restare lettera morta se il governo non cambia il suo paradigma economico. Perché la verità è che il neoliberismo non è un errore di percorso, è un progetto politico preciso. Un progetto che sconvolge le economie locali, svende il patrimonio pubblico, distrugge il tessuto produttivo e costringe milioni di persone a emigrare o a sopravvivere con lavori precari. E tutto questo per aumentare i profitti di una minoranza che, grazie alle politiche di Paz, vuole arricchirsi mentre la Bolivia affonda. Proprio come succedeva prima dell'arrivo dei governi del MAS guidati da Evo Morales.

La dichiarazione dello stato di eccezione è l'atto finale di una strategia che non ha mai voluto davvero ascoltare. Le proteste non sono un capriccio, non sono il frutto di una presunta "infiltrazione politica" come il presidente ha insinuato, ma la reazione disperata di un popolo che vede sgretolarsi il proprio futuro. E la risposta di Paz, invece di affrontare le ragioni profonde della rivolta, sceglie la via più comoda per i liberal/liberisti: la repressione, il pugno di ferro, il decreto che sospende le libertà per difendere un sistema che di libertà, per i più, non ne ha mai concesse.

Il tempo dirà se questa strategia funzionerà. Ma una cosa è certa: la Bolivia di oggi è il laboratorio di un modello che in altri paesi, magari con meno risorse naturali da depredare, suscita meno interesse. E l'Occidente, con il suo silenzio, si sta mettendo dalla parte sbagliata della storia. Quella dove il diritto di protesta viene conculcato, dove le rivendicazioni sociali vengono criminalizzate, dove la parola "dialogo" viene usata solo per prendere tempo prima di colpire. Il neoliberismo di Paz non è un'astrazione: è la faccia sporca di un sistema che continua a mietere vittime, e che in Bolivia, come altrove, non conosce altra risposta che la forza bruta della repressione.

La Redazione de l'AntiDiplomatico

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