Brasile, la vigilia del voto: Lula contro il neoliberismo di Bolsonaro e la Dottrina Monroe 2.0
Dazi, terre rare e privatizzazioni selvagge: la scelta epocale tra la dignità nazionale e il modello neocoloniale targato Trump
di Fabrizio Verde
L’atmosfera era particolare oltre che vibrante a Cinelandia, il cuore di Rio de Janeiro. È il quartiere che ha visto le folle urlare contro la dittatura militare negli anni Ottanta, e venerdì sera si è riempito di nuovo per gridare che la democrazia non si tocca. Luiz Inácio Lula da Silva è sceso in piazza a meno di due giorni dal voto, e il suo messaggio non poteva essere più chiaro. Non si tratta di vincere nel nome di un singolo uomo, ha scandito alla folla, ma di difendere un'idea ben precisa. Un progetto di nazione che affonda le radici nella sovranità e nel rispetto della propria gente.
Lula ha parlato ai lavoratori, promettendo la fine della disumana turnazione 6x1, e ha guardato dritto negli occhi i più anziani, ricordando che quando si va alle urne non si pensa a se stessi, ma ai nipoti e ai bisnipoti. È bastato un gesto semplice, quasi spontaneo, a sintetizzare la sua visione geopolitica. Tra la folla qualcuno ha lanciato una maglietta nera con la scritta "Le Malvinas sono argentine". Il presidente l'ha raccolta, l'ha aperta e l'ha sventolata per minuti, sotto gli applausi. Un segnale inequivocabile di appartenenza all'America Latina, di solidarietà regionale e di rifiuto verso ogni vecchio imperialismo e colonialismo. Nonostante durante questo suo ultimo amandato non siano mancati epsodi controversi ed errori che pesano come l’aver contribuito a isolare il presidente Maduro in Venezuela; e l’opposizione brasiliana all’ingresso di Caracas nei BRICS.
Lula da Silva lideró una caravana en Río de Janeiro a dos días de las elecciones. ????? La segunda ciudad con más votantes de Brasil mostró su apoyo en las calles. #teleSUR #Brasil #02oct pic.twitter.com/EVBfbiDoeH
— teleSUR TV (@teleSURtv) October 2, 2026
Poi, il messaggio a Donald Trump, lanciato senza filtri durante la sua partecipazione al podcast Flow: "Lui si occupi degli Stati Uniti, io mi occupo del Brasile". Parole che pesano, soprattutto se si guarda a chi promette di svendere le ricchezze nazionali. Lula lo ha affermato chiaramente: nessun straniero verrà a sfruttare le risorse naturali brasiliane, né i minerali critici, né le terre rare. Cina e Stati Uniti possono essere partner, ma il Brasile non sarà il giardino di nessuno.
Ma chi è disposto a cedere le chiavi di casa? La risposta ha il volto di Flávio Bolsonaro e un dato di fatto che racconta più di mille comizi. Mentre il presidente in carica macina chilometri nelle periferie e nei centri storici del Paese, il candidato dell'estrema destra sembra avere una bussola geografica molto precisa, ma puntata sempre verso nord.
Un'inchiesta del quotidiano Brasil de Fato ha snocciolato i numeri di questa campagna elettorale atipica. Nel corso del 2026, Flávio Bolsonaro è volato negli Stati Uniti ben sei volte. Orlando, Washington, Nashville per gli eventi di PragerU, il Texas per la CPAC, Dallas. Ha persino passato il Capodanno a Miami.
C'è un dettaglio che fa riflettere, e non poco. Nello stesso periodo, il senatore del PL non ha mai messo piede in quattro stati brasiliani: Acre, Amapá, Piauí e Tocantins. Quattro angoli di Paese letteralmente ignorati dalla sua agenda, mentre lui stringeva mani a Washington. Il luogo da dove provengono diretive e ordini per tutta la destra neoliberista latinoamericana, tornata in auge proprio grazie alle ingerenze USA nell’ambito della nuova Dottrina Monroe 2.0.
Il culmine di questo pellegrinaggio politico risale al 26 maggio, quando è stato ricevuto a porte chiuse da Trump nello Studio Ovale. Lì si è parlato di tariffe, minerali critici e sicurezza. Flávio ha promesso l'ingresso del Brasile nello "Scudo delle Americhe", il trasferimento dell'ambasciata a Gerusalemme e l'adesione agli Accordi di Isacco, allineando la politica estera di Brasilia ai diktat di Washington e Tel Aviv. Il suo programma, ribattezzato "il grande taglio", prevede privatizzazioni di massa, smantellamento dello Stato sociale e la svendita delle risorse minerarie ed energetiche. In pieno stile neoliberista, per le conseguenze devastanti sull’economia basta volgere lo sguardo verso l’Argentina di Milei.
La sottomissione non è solo ideologica, è pratica. A luglio, Flávio era a Washington per un'udienza sul dazio del 25% che il governo Trump voleva imporre ai prodotti brasiliani. Invece di difendere l'economia nazionale, ha chiesto di rimandare l'applicazione della tassa solo per evitare che colpisse Lula in campagna elettorale. Una mossa che ha fatto scattare l'allarme persino negli Stati Uniti, dove tre senatori democratici hanno scritto al segretario di Stato accusando Trump di interferenza e destabilizzazione. E l'intelligence brasiliana, l'Abin, ha allertato Francia e Germania sui tentativi di manipolazione straniera.
Lula, dal canto suo, ha scelto di parlare direttamente al popolo, bypassando i salotti buoni di TV Globo, rea a suo dire di sentirsi padrona del discorso pubblico. Una scelta che il presidente del PT, Edinho Silva, ha difeso, confermando la disponibilità di Lula a un confronto diretto con Flávio in un eventuale ballottaggio il 25 ottobre.
I sondaggi della vigilia fotografano un Paese spaccato ma cosciente della situazione: Lula al 45%, Bolsonaro al 40%. Domenica i brasiliani non dovranno solo scegliere un nome su una scheda. Dovranno decidere se il Brasile continuerà a camminare a testa alta, difendendo le proprie risorse e la propria democrazia, o se si inginocchierà, accettando di diventare una provincia amministrata da Washington da remoto. La voce della gente, come ha scritto Lula sui social, è l'unico dato che conta. E domenica, quella voce, avrà un peso enorme per il Brasile e non solo.
-------------------
LA PROPOSTA EDITORIALE DELLA SETTIMANA:
Catastrofe Neoliberista di Angelo D'Orsi
“Catastrofe neoliberista” di Angelo D’Orsi è un viaggio nella storia e una necessità. Un viaggio che ripercorre le origini e le dinamiche di una dittatura totalitaria, capace di imporsi con violenza e di camuffarsi abilmente da paladina della libertà e della democrazia, dominando la vita quotidiana di miliardi di persone. Una necessità, perché solo attraverso la comprensione profonda dell’avversario è possibile immaginare alternative. Con il rigore di un grande storico e l’ottimismo della volontà di ispirazione gramsciana, D’Orsi ci offre gli strumenti per decifrare il presente e costruire un futuro diverso.



