C'è un nesso stretto, un groviglio tra i reati di pubblica amministrazione, abuso di potere e la Mafia. Il pm Nino Di Matteo

I colletti bianchi sono una novità solo per chi non conosce la storia della Mafia e del nostro paese. Di Matteo

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 C'è un nesso stretto, un groviglio tra i reati di pubblica amministrazione, abuso di potere e la Mafia. Il pm Nino Di Matteo


Intervendo al Convegno “Corruzione, il nuovo volto della Mafia”, il pm Nino Di Matteo ha ricordato come Salvatore Cancemi abbia raccontato una verità assoluta: “Senza gli agganci la Mafia sarebbe solo una banda di sciacalli. Scomparirebbe poi in poco tempo con un'azione ordinaria dello Stato”. La Mafia ha bene in mente l'importanza dei rapporti con lo stato per il futuro dei mafiosi. Cosa che, al contrario, non esiste nello stato. Le cause sono numerose ed eterogenee. Bieca convenienza elettorale, adesione al metodo mafioso nell'esercizio del potere. Leggiamo che la Mafia è entrata nei salotti buoni, quasi a sottolineare una novità, prosegue di Matteo. “Non è mai mancata fin dall'inizio in realtà”. Attraverso l'affiliazione formale e intessendo un sistema di rapporti, il metodo mafioso si è integrato nell'esercizio del potere. I colletti bianchi sono una novità solo per chi non conosce la storia della Mafia e del nostro paese. Negli anni '80 a capo della Mafia vi era Greco, un ricco imprenditore, ospite nei migliori salotti palermitani.
 
Due condizioni sono ineluttabili nello scambio attuale tra mafia e politica: l'autorizzazione della locale famiglia mafiosa e la totale dipendenza della politica. Un deciso cambiamento di strategia rispetto al passato per proteggere il rapporto del politico con il mafioso, che da sempre ha manifestato un'ampia capacità di cambiare pelle, per mutare le scelte, all'evolvere degli eventi. Ecco perché ad inizio degli anni '90, per l'input di Provenzano, si è avvertita forte la necessità di proteggere il politico e l'imprenditore collusi. La scelta di mantenere quei rapporti in modo non diretto ma attraverso intermediari insospettabili, un vero e proprio schermo di protezione per il politico. 
 
Tra i rimedi, prosegue di Matteo, è necessaria una diversa impostazione culturale. Siamo chiamati a contrastare il fenomeno mafioso.  E' necessario a livello legislativo il contrasto politico elettorale mafioso. Molto di più di quello che avviene oggi. Non costituisce più una scelta ideologica, mira a minare la protezione giudiziaria, a controllare i beni pubblici. Risulta del tutto insufficiente il 416 ter che puniva solo gli scambi voto-denaro, non è l'attuale interazione di mafia e politica. Lo scenario è solo parzialmente mutato con la legge del febbraio del 2014, che risulta l'ennesima occasione persa per sconfiggere il fenomeno mafioso.
 
E' un ulteriore pregiudizio morale che ci porta a combattere solo la mafia militare e solo blandamente i suoi collusi esterni, spesso più importanti. C'è un nesso stretto, un groviglio tra i reati di pubblica amministrazione, abuso di potere e la Mafia. Sono il grimardello con cui le mafie entrano nello stato e si impadroniscono di spazi di potere sempre più ampi. Negli ultimi vent'anni è mancata la comprensione di questo fenomeno. Nel sistema giudiziario ci sono due binari: buoni strumenti per perseguire la mafia militare, ma assolutamente insufficienti per i colletti bianchi.  Le nuove norme in discussione in Parlamento, conclude Di Matteo, sono solo un lieve palliativo rispetto all'incapacità normativa che non permette un'azione più decisa per incidere sul connubio tra stato corrotto e mafia.

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