Carbone colombiano a Israele: il divieto di Petro non frena le esportazioni

Nonostante il blocco annunciato nel 2023, almeno 30 navi hanno consegnato carbone a porti israeliani. Le multinazionali sfruttano le scappatoie legali

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A quasi un anno dal decreto del presidente Gustavo Petro che vietava le esportazioni di carbone verso Israele, almeno 30 navi cariche del minerale hanno raggiunto i porti israeliani. Una misura simbolica, annunciata nell'agosto 2023 in segno di protesta contro l'offensiva militare israeliana a Gaza, ma che si è scontrata con la realtà degli accordi commerciali e degli interessi economici.

Petro, tra i leader più critici verso Israele in America Latina, aveva promesso di interrompere le forniture di materie prime strategiche per l'industria energetica e militare israeliana. Tuttavia, il decreto non prevedeva sanzioni per le aziende con contratti già stipulati, molti dei quali protetti dall'accordo di libero scambio tra Colombia e Israele del 2020. Secondo stime di Vorágine, multinazionali come la statunitense Drummond e la svizzera Glencore hanno continuato a esportare carbone per un valore di circa 100 milioni di dollari.

La Colombia è il principale fornitore di carbone termico per la compagnia elettrica israeliana di Haifa, coprendo il 90% delle esportazioni verso Israele. Un rapporto delle Nazioni Unite firmato dalla relatrice speciale Francesca Albanese, "Dall'economia di occupazione all'economia di genocidio", accusa queste spedizioni di finanziare infrastrutture utilizzate per "la distruzione della vita palestinese". Le aziende coinvolte respingono le accuse: Glencore le ha definite "infondate", mentre Drummond ha affermato di aver ricevuto autorizzazioni dal governo colombiano per onorare i contratti esistenti.

La questione riaccende il dibattito sul ruolo delle multinazionali nei conflitti. Da un lato, a Gaza si contano oltre 58.000 vittime, in gran parte bambini, e quasi due milioni di sfollati. Dall'altro, in Colombia migliaia di lavoratori dipendono dall'industria del carbone. L'Associazione Colombiana di Miniera (ACM) ha avvertito che il blocco, pur riguardando solo il 5% delle esportazioni (447 milioni di dollari l'anno), potrebbe far perdere al Paese 162 milioni in tasse e royalties. "Diminuisce la fiducia negli impegni internazionali della Colombia", ha dichiarato il presidente dell'ACM, Juan Camilo Nariño.

Diversa la posizione dei sindacati: il Sindacato Lavoratori del Carbone (Sintracarbón) ha appoggiato Petro, sostenendo che "è necessario fermare questa guerra".

La Redazione de l'AntiDiplomatico

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