Caso Beatrice di Maio: perche' Lotti, Fiano e Molinari ancora non chiariscono?

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Caso Beatrice di Maio: perche' Lotti, Fiano e Molinari ancora non chiariscono?

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Sul noto caso di "Beatrice Di Maio" invocavamo ieri un intervento del direttore de la Stampa Maurizio Molinari, responsabile di aver dato diffusione ad una delle maggiori "fake news" della storia recente del giornalismo. Non è avvenuto. C'è stata, da parte del giornale di Fiat-Cyrsler, solo questa risposta imbarazzata e imbarazzante non firmata. Ve la riproponiamo per intero:
 

Il 16 novembre La Stampa ha dato una notizia, rivelando che il sottosegretario alla presidenza del Consiglio aveva presentato una denuncia avendo riscontrato elementi di diffamazione nei tweet dell’account Beatrice Di Maio. Siamo venuti a conoscenza della storia, abbiamo accertato che fosse vera e solo a quel punto l’abbiamo pubblicata. Stop. 

Tutto il resto - a partire dalle accuse tra M5S e Pd - attiene alla polemica politica, sempre più alta a nove giorni dal referendum. Ma non mette in discussione la notizia.


Rileggiamo alcuni stralci di quell'articolo del 16 novembre. Ad esempio questo:
 
“Beatrice Di Maio è una star del web pro M5S. Si muove nel territorio della propaganda pesante, che in tanti Paesi - per esempio la Russia di Putin, assai connessa al web italiano filo M5S – dilaga”. 

e questo:
 
Ma chi è esattamente Beatrice Di Maio, e ha qualcosa a che fare con la Casaleggio o la comunicazione ufficiale M5S?

Infine:

Perché rivolgere attenzione, anche giudiziaria, a quello che potrebbe essere un comune troll, o un militante anonimo? Perché Beatrice si muove dentro quella che è configurata come una struttura. 
Si tratta di un account twitter pro M5S dedicato a una demonizzazione anti-Pd, senza disdegnare puntate contro il Quirinale. Beatrice ha 13.994 follower, è un top mediator, dentro un social network relativamente piccolo. Tweet e post di account analoghi diventano virali in Facebook attraverso un sistema di connessioni, nel caso di Beatrice dall’andamento artificiale dentro cui è inserita, alimentando un florido business pubblicitario, legato al flusso di traffico.  

Non sembra che La Stampa si sia limitata a dare la notizia della denuncia. Ma giudicate voi.

In un ottimo articolo di oggi su il Fatto Quotidiano, Davide Vecchi, a proposito della denuncia di Lotti e della sua strana contemporaneità con larticolo “inchiesta” de la Stampa e con l'interrogazione di Fiano scrive:
 
Eppure sarebbe utile sapere direttamente da lui (Lotti, ndr.) se era al corrente della vera identità dell’account al momento della denuncia. E se sì come l’ha scoperto? Ancora: è al corrente di come la sua denuncia sia passata in poche ore dai Carabinieri a La Stampa? E se è stata accompagnata da altri documenti, studi, relazioni, informative che collegavano Di Maio alla rete di cyber propaganda M5S, come ha scritto il quotidiano torinese? E se sì, sa chi li ha aggiunti e messi in relazione?
Da ultimo aiuterebbe conoscere in quali modi e tempi Emanuele Fiano – e gli altri parlamentari che hanno presentato le interrogazioni sulla base dell’articolo de La Stampa gridando alla “macchina del fango M5S” – sono stati avvisati o spinti ad agire. Perché ancora una volta i tempi lasciano pensare che tutto sia stato ben scandito. Denuncia, articolo, interrogazioni parlamentari, dichiarazioni di esponenti del Pd. E tutto su una notizia falsa, una bufala: l’indagine di una procura sulla cyber propaganda M5S.

Queste sono le domande che bisogna porre oggi a Lotti, Fiano e soprattutto a Molinari, direttore de la Stampa. Mancano queste risposte. 

Come vi abbiamo riportato traducendo l'ottimo articolo di Eric Draitser, analistica geopolitico per Counterpunch, da tempo i governi inglese e Usa si sono serviti dei social network per manipolare l'opinione pubblica. E questo è avvenuto soprattutto nel caso della Libia e della Siria. Attraverso i resoconti del Guardian e del New York Times – fonti al di sopra di ogni sospetto – è stato rivelato come l'inglese Government’s Research, Information, and Communications Unit (RICU)  e lo statunitense Center for Strategic Counterterrorism Communications (CSCC) abbiano utilizzato “analisi integrate” - termine caro a la Stampa – per diffondere la propaganda non solo dei governi Usa, ma anche quella dei suoi alleati di politica estera (Israele, Arabia Saudita, Gran Bretagna), oltre alle Ong amiche.

Il filtraggio di queste informazioni ha permesso di rendere dominante sui social la posizione voluta sulla Siria, sulla Libia sull'Isis e altre questioni correlate.  

Sono ormai ben documentate le miriadi di modi in cui i governi occidentali hanno investito milioni di dollari in strumenti per manipolare i social media. La Cia, prosegue Driaster, ha investito milioni e milioni di dollari in startup dei social media, attraverso il cosiddetto In-Q-Tel, salvataggio dei dati alla sorveglianza in tempo reale. Nel febbraio del 2011, ai tempi della guerra alla Libia e Siria, una storia interessante è stata quella pubblicata da PC World con il titolo “Army of Fake Social Media Friends to Promote Propaganda” che ha spiegato in un linguaggio chiaro che: 
 
... Il governo degli Stati Uniti ha messo sotto contratto HBGary per lo sviluppo di software in grado di creare più profili di social media falsi per manipolare e influenzare l'opinione pubblica su questioni controverse, promuovendo la propaganda. Potrebbe anche essere usato come sorveglianza per trovare opinioni pubbliche con i punti di vista contrari al potere. Si potrebbe quindi potenzialmente avere persone "false" con campagne diffamatorie nei confronti di quelle "reali".
 
Gli attenti osservatori della guerra della Nato-Usa in Libia si ricorderanno di quanti account twitter nacquero miracolosamente, con decine di migliaia di follower, ognuno che quotidianamente faceva “report” sulle “atrocità” perpetrate da Gheddafi e il suo esercito, con la richiesta di una No Fly Zone e la destituzione dell'ex presidente.

La manipolazione dei social network da parte dei goveni inglese e statunitense è accertata e nota. Ora è giunto il momento di dare delle risposte alle domande che pone oggi Davide Vecchi su il Fatto Quotidiano.

La Redazione

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