Cassa integrazione per il caldo, c'è la beffa: perché il nuovo Decreto aiuta le imprese e punisce i dipendenti
F. Giusti, E. Gentili – Centro studi politico-sindacale
Il Decreto Legge n. 107/2026, approvato dal Governo il 22 giugno, non lascia ai lavoratori e alle lavoratrici solo l’amaro in bocca: ci sentiamo letteralmente derisi, con la nostra stessa dignità calpestata.
È ormai evidente come il rispetto delle norme sulla salute e sicurezza venga praticato scaricandone i costi prevalentemente sulla forza lavoro. Un esempio calzante è la norma sui riposi compensativi per le prestazioni domenicali nel pubblico impiego: questa impone uno stacco di almeno 24 ore consecutive ma stabilisce che, in caso di ore mancanti, il dipendente debba compensarle ricorrendo alle proprie eccedenze orarie. In sintesi: se di domenica lavori per 4 ore, devi aggiungerne 2 delle tue per raggiungere le 6 necessarie a far scattare il diritto al riposo.
Questo meccanismo fotografa perfettamente il modo in cui il Governo sta affrontando l'emergenza caldo: un fenomeno ampiamente previsto da settimane, di fronte al quale l’Esecutivo si è fatto trovare del tutto impreparato, nonostante le imprese siano tenute a monitorare i bollettini del Ministero della Salute e le ordinanze locali.
I. I punti critici del Decreto
Di fatto, il Decreto non introduce una nuova reale disciplina rispetto alle norme dell'estate precedente. Con la Cassa Integrazione Guadagni (CIG) per meteo avverso, i datori di lavoro potranno scaricare ancora una volta sullo Stato i propri ritardi e inadempienze, beneficiando degli ammortizzatori sociali. I lavoratori, di contro, pagheranno il prezzo delle alte temperature non solo rischiano la salute e la sicurezza, ma anche subendo buste paga più leggere, dato che il Governo non ha stanziato risorse sufficienti per coprire la Cassa al 100%.
Inoltre, mancano all’appello innumerevoli categorie che, pur operando in condizioni di oggettivo rischio, sono state totalmente escluse dal provvedimento: riders, operatori culturali e sociali, e tutti coloro che lavorano in spazi chiusi privi di condizionamento con temperature superiori ai 35°C. Non c'è nulla di oggettivo in queste scelte; è evidente la sola volontà politica di tagliare la spesa pubblica.
Per quanto riguarda gli aspetti prescrittivi, si nota un aumento della burocrazia in caso di ondate di calore. Le imprese edili, ad esempio, dovranno valutare non solo il dato meteo, ma l’intero contesto del cantiere: tipo di lavorazione, orari, esposizione al sole, efficacia dei dispositivi indossati dagli operai e assetto organizzativo.
Tuttavia, l’esperienza delle Ordinanze regionali degli ultimi anni avrebbe dovuto spingere il Governo a finanziare in modo più robusto questi ammortizzatori. Spesso la parte datoriale applica la norma nell'immediato ma, una volta esauriti i fondi, esige il recupero delle ore o procede al taglio automatico dei salari. La nozione di "pubblica autorità" – che legittima la richiesta di integrazione salariale – dovrebbe quindi essere estesa. Parallelamente, di fronte a questi eventi climatici estremi, sarebbe urgente una revisione generalizzata dei Documenti di Valutazione dei Rischi (DVR).
II. Conclusioni
Siamo davanti a dinamiche drammaticamente note, che si ripetono da anni peggiorando costantemente: le ondate di calore arrivano prima e durano più a lungo. Chi nega o sottovaluta il cambiamento climatico farebbe bene a guardare con meno superficialità a quanto il clima incida sui processi produttivi, complice anche l'inadeguatezza dei Dispositivi di Protezione Individuale (DPI), che spesso aumentano il carico termico sui corpi dei lavoratori.
In conclusione, appare evidente che i provvedimenti adottati a livello nazionale e locale siano sbilanciati a favore della sola tutela degli interessi d’impresa. Lo dimostrano le troppe categorie escluse e una realtà in cui malattie professionali, infortuni e morti sul lavoro continuano a far registrare statistiche allarmanti, senza contare l'enorme e drammatico sommerso.


